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La poetessa Alba
Florio, originaria di Scilla, aveva adottato Messina
come città in cui risiedere. Vi aveva ricevuto uno
dei suoi primi premi, nel 1939, il “Fiera di Messina
“, con la raccolta Troveremo il paese sconosciuto.
Le altre (Estasi e preghiere, Oltremorte)
erano precedenti. In questa stessa città siciliana è
scomparsa recentemente, all’età invidiabile di 101
anni.
Sicilia e Calabria
sono in lei presenti per la comunanza del cielo e
del mare e per gli stretti rapporti che da tempo le
due città hanno stabilito tra loro. Ultima
Striscia di cielo si intitola infatti la sua
ultima raccolta, edita da Pellegrini, nel 2000, per
celebrare i suoi novant’anni e l’8 marzo 2011, in
occasione della Festa della Donna, presso la
Galleria d’Arte “Il Gabbiano”, Messina le ha
dedicato un recital di sue poesie per ribadire le
sue sempre attuali emozioni, al traguardo del secolo
raggiunto. L’una e l’altra sponda dello Stretto
facevano a gara dunque per ricordarla ed inneggiare
alla bellezza dei suoi versi.
Una vita, la sua,
trascorsa a contatto dapprima con le avanguardie
letterarie degli ermetici Montale, Ungaretti,
Quasimodo, e in seguito al fianco di poeti calabresi
come Lorenzo Calogero, Franco Costabile, Maria De
Maria, Ermelinda Oliva Gilda Trisolini e tanti altri
autori prestigiosi fuori da scuole e da orientamenti
precisi. Il Novecento delle guerre mondiali, delle
rovine, delle ricostruzioni aveva lasciato tracce
nel suo animo, non tanto nella voglia disperata di
raccontare le lacerazioni, come Montale e Quasimodo,
quanto nel canto di solitudine e di malinconia che
s’era radicato dentro di lei come una nenia dolente
di commento nel trascorrere degli anni: «Ora coi
passi spezzati / e la carne trafitta / stai solo; /
O tu che non potrai tornare / al fiato lucente dei
giorni».
La drammaticità
delle sue parole deriva dalla sensazione di
precarietà umana, dal cammino non libero e felice
attraverso i labirinti d’una coscienza provata che
non sa trovare la sua solidità. Per la Florio nessun
paesaggio può addolcire la pena segreta del cuore
che proviene dal dolore, dallo scacco di vivere,
dall’attesa di un esito ormai scontato. Il tempo
illude i sensi, il suo corso è un sempiterno
ritorno, un ripiegarsi su se stesso con davanti l’estraniamento
ed il nulla.
Dentro la sua
misura tutto appare limitato, al di là di esso
invece nessuna verità è possibile: «Tutto si
afferma ansioso di durare: / ogni cosa che vive
patisce il tempo, / con dolore si muta in altre
forme. / Dopo breve stagione / ci stacchiamo
dall'albero di vita, / ma nuove foglie s'aprono sui
rami / e colmano di sé la nostra assenza»
(da Come mare a riva, 1956).
Per questo
l’immagine più appropriata che le si addice è il
mare, che nell’irrequietezza delle sue onde propone
l’altalenante moto di continua ricerca della quiete
e la necessità di voler continuare ad essere, pur
nella mutevolezza delle forme. Di lei resterà
sicuramente il ricordo della nitidezza delle
immagini e della classicità e compostezza
dell'eloquio, ma soprattutto dell’essenza dei
sentimenti, dell’intensità delle emozioni, come ebbe
a dire Montale, «sapide di sale greco», intrise cioè
di quell’antica filosofia della terra del naufrago
Ulisse.
Gaetanina Sicari
Ruffo
(www.excursus.org,
anno III, n. 26, settembre 2011)
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