Anno III              n.26                     Settembre 2011

La biblioteca di un uomo è una specie di harem (Ralph Waldo Emerson)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il vaso di Pandora

 

 

Ricordo di Alba Florio,  

 artista oltre il suo tempo

 di Gaetanina Sicari Ruffo

La poetessa visse le due guerre   

 divisa tra la Calabria e la Sicilia,

 ma con il mare sempre nel cuore

 

 

 

 

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La poetessa Alba Florio, originaria di Scilla, aveva adottato Messina come città in cui risiedere. Vi aveva ricevuto uno dei suoi primi premi, nel 1939, il “Fiera di Messina “, con la raccolta Troveremo il paese sconosciuto. Le altre (Estasi e preghiere, Oltremorte) erano precedenti. In questa stessa città siciliana è scomparsa recentemente, all’età invidiabile di 101 anni.

 

Sicilia e Calabria sono in lei presenti per la comunanza del cielo e del mare e per gli stretti rapporti che da tempo le due città hanno stabilito tra loro. Ultima Striscia di cielo si intitola infatti la sua ultima raccolta, edita da Pellegrini, nel 2000, per celebrare i suoi novant’anni e l’8 marzo 2011, in occasione della Festa della Donna, presso la Galleria d’Arte “Il Gabbiano”, Messina le ha dedicato un recital di sue poesie per ribadire le sue sempre attuali emozioni, al traguardo del secolo raggiunto. L’una e l’altra sponda dello Stretto facevano a gara dunque per ricordarla ed inneggiare alla bellezza dei suoi versi.

 

Una vita, la sua, trascorsa a contatto dapprima con le avanguardie letterarie degli ermetici Montale, Ungaretti, Quasimodo, e in seguito al fianco di poeti calabresi come Lorenzo Calogero, Franco Costabile, Maria De Maria, Ermelinda Oliva Gilda Trisolini e tanti altri autori prestigiosi fuori da scuole e da orientamenti precisi. Il Novecento delle guerre mondiali, delle rovine, delle ricostruzioni aveva lasciato tracce nel suo animo, non tanto nella voglia disperata di raccontare le lacerazioni, come Montale e Quasimodo, quanto nel canto di solitudine e di malinconia che s’era radicato dentro di lei come una nenia dolente di commento nel trascorrere degli anni:  «Ora coi passi spezzati / e la carne trafitta / stai solo; / O tu che non potrai tornare / al fiato lucente dei giorni».

 

La drammaticità delle sue parole deriva dalla sensazione di precarietà umana, dal cammino non libero e felice attraverso i labirinti d’una coscienza provata che non sa trovare la sua solidità. Per la Florio nessun paesaggio può addolcire la pena segreta del cuore che proviene dal dolore, dallo scacco di vivere, dall’attesa di un esito ormai scontato. Il tempo illude i sensi, il suo corso è un sempiterno ritorno, un ripiegarsi su se stesso con davanti l’estraniamento ed il nulla.

 

Dentro la sua misura tutto appare limitato, al di là di esso invece nessuna verità è possibile: «Tutto si afferma ansioso di durare: / ogni cosa che vive patisce il tempo, / con dolore si muta in altre forme. / Dopo breve stagione / ci stacchiamo dall'albero di vita, / ma nuove foglie s'aprono sui rami / e colmano di sé la nostra assenza» (da Come mare a riva, 1956).

 

Per questo l’immagine più appropriata che le si addice è il mare, che nell’irrequietezza delle sue onde propone l’altalenante moto di continua ricerca della quiete e la necessità di voler continuare ad essere, pur nella mutevolezza delle forme. Di lei resterà sicuramente il ricordo della nitidezza delle immagini e della classicità e compostezza dell'eloquio, ma soprattutto dell’essenza dei sentimenti, dell’intensità delle emozioni, come ebbe a dire Montale, «sapide di sale greco», intrise cioè di quell’antica filosofia della terra del naufrago  Ulisse.

 

Gaetanina Sicari Ruffo

 

(www.excursus.org, anno III, n. 26, settembre 2011)

 

 

                 

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Alessia Abrami, Marta Altieri, Linda Basile, Silvia Caristi, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

Marco Gatto, Serena Intelisano, Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro, Carmine Zaccaro

 

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