Anno III              n.20                     Marzo 2011

La biblioteca di un uomo è una specie di harem (Ralph Waldo Emerson)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il vaso di Pandora

 

 

I Mille nelle opere di Eco  

 e di Tomasi di Lampedusa

 di Gaetanina Sicari Ruffo

I punti di vista di un torinese   

 e di un siciliano in riferimento

 alle vicende risorgimentali

 

 

 

 

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Anche nell’ultimo libro di Umberto Eco, Il cimitero di Praga (Bompiani), voluminoso romanzo storico d’appendice, di sapore ottocentesco, labirintico, con personaggi veri ed inventati, non manca un capitolo che si rifà ai Mille in cui uno strano protagonista narrante, Simonini, autore di un diario del 1897, incontra Alexandre Dumas (padre) nella famosa spedizione del 1860, con altri illustri partecipanti da Ippolito Nievo a Giuseppe La Farina, da Carlo Cesare Abba a Nino Bixio. È un’occasione ghiotta per l’autore, in quanto ama ricreare intense e ricercate atmosfere fin dal suo primo romanzo Il nome della rosa, distinguere diversi livelli di linguaggio, incastrare situazioni bizzarre con geometrica disposizione, illustrare eventi con accurata erudizione. 

 

Giuseppe Garibaldi appare, in una rivisitazione marginale, diverso dai dipinti dell’epoca che lo ritraggono aitante ed austero. È sempre indaffarato ad andare di qua e di là, con le gambe ricurve per il troppo stare a cavallo, tormentato dai reumatismi, secondo un modo smaliziato e realistico di una tipologia ironica corrente che intende sminuire gli eroi. Anche il suo inconfutabile fiuto di generale sembra ridimensionato, non tanto dal punto di vista militare, quanto da quello di saggio pianificatore di azioni a sorpresa e di dettagli nella direzione dell’impresa. Se non avesse avuto al suo fianco un Ippolito Nievo, onestissimo calcolatore delle risorse economiche, ed un Nino Bixio, acuto osservatore e rapido esecutore di interventi strategici, forse le cose sarebbero andate diversamente. Chissà, sembra insinuare Eco. Il fascino che si sprigiona dalla sua figura è però intatto nella memoria storica, non solo agli occhi dei volontari meridionali che ingrossano giorno dopo giorno le file del suo esercito, ma anche dei numerosi combattenti che si è trascinato dietro e che continuano a raggiungerlo, provenienti dalle zone più disparate. Tra di essi, direttamente dalla Francia, Dumas.

 

La notizia della sua presenza è infatti accertata, documentata e variamente commentata.  Raggiunse il Generale con una sua imbarcazione privata, l’Emma, per essere testimone diretto della grande e spericolata impresa che l’attraeva sia perché voleva scrivere su di essa, come in effetti fece [1], in modo del tutto diverso dai suoi ben noti romanzi d’avventura, sia per inviare i suoi reportage al giornale L'Indipendente, da lui fondato a Napoli con il contributo di Garibaldi. Infine anche per un certo spirito di rivalsa che aveva nell’animo contro i Borbone, a cui attribuiva la morte precoce del padre, un generale di Francia, catturato sulle coste della Puglia mentre tornava ammalato dalla spedizione d’Egitto ed ingiustamente incarcerato: lo sventurato episodio aveva affrettato la sua morte. Dumas era amico di Alexandre Bixio, fratello di Nino, medico, deputato, uomo d’affari, grazie al quale era entrato in contatto con Garibaldi. Venuto a Genova, quando la spedizione era già in corso, la raggiunse a Palermo, il 9 maggio.

 

Nel romanzo di Eco è descritta l’accoglienza festosa riservatagli al suo arrivo e la sua generosità nel finanziare con una rilevante somma l’acquisto di fucili e di altre necessità per le truppe. Per amor di verità vi si narra l’attenzione e l’entusiasmo riservati dai siciliani al Condottiero e, descritto nei particolari, il successo della battaglia di Calatafimi e delle altre gloriose imprese che seguirono. Dumas fu presente in veste di giornalista e di amico sostenitore. Si trasferì poi a Napoli per seguire meglio le sorti de L’Indipendente, i cui numerosi articoli furono poi raccolti in dispense per gli abbonati e tradotti in francese per i conterranei dello scrittore. La traduzione fu curata da un ragazzo di madre francese e di padre napoletano, che poi sarebbe stato il futuro fondatore del Corriere della Sera, Eugenio Torelli Viollier. Dumas rimase a dirigere il suo giornale per quattro anni, fino al 1864 e fu pure nominato da Garibaldi, dopo la sua trionfale entrata a Napoli, Conservatore dei Musei.  

 

La spedizione garibaldina vista da un torinese  

L’ottica attraverso cui è filtrata l’attenzione di Eco sulla spedizione garibaldina in Sicilia è quella del suo protagonista, un torinese, non molto benevolo nei confronti dei meridionali, con l’incarico di introdursi nelle fila dei garibaldini, secondo un patto d’intesa con Cavour, per tener d’occhio le intenzioni del Generale, scandagliare il regno meridionale d’Italia di circa nove milioni di abitanti e capire se, dopo l’espropriazione ai Borboni, sarebbe andato alla repubblica sognata da Mazzini o al Regno Sabaudo, voluto da Cavour. Secondo Eco c'è stato, nella spedizione garibaldina, un sotterraneo intreccio d’interessi non solo politici, che si spiegano per la presenza di poteri forti che allora si contendevano l’influenza sulla costituzione del nuovo Stato italiano. Insomma si erano dati appuntamento per cercare di strumentalizzare la spedizione secondo i loro scopi «avventurieri francesi, americani, inglesi, ungheresi» secondo una tesi comune ad alcuni storici. Palermo fu un punto caotico e confuso di raccordo e di smistamento: «Mi sono mescolato tra la folla per capire che cosa dicessero in quel loro dialetto incomprensibile come la parlata degli africani [...] difficile parlare con la gente locale. L’unica cosa che è chiara è che cercano di sfruttare chiunque abbia l’aria d’un piemontese, anche se tra i volontari di piemontesi ce ne sono assai pochi» [2].

 

Non si ha ancora idea di cosa sia l’unità d’Italia. La nazione è un’entità astratta e lontana, gli abitanti delle varie regioni scarsamente fraternizzano tra loro. La Sicilia appare più che mai «terra abbandonata, bruciata dal sole, senz’acqua che non sia quella del mare e pochi frutti spinosi. In questa terra dove da secoli non accadeva niente, è arrivato Garibaldi con i suoi. Non è che la gente di qui partecipi per lui, né che tenga ancora per il re che Garibaldi sta detronizzando. Semplicemente sono come ubriacati dal fatto che sia accaduto qualcosa di diverso. E ciascuno interpreta la diversità a modo suo. Forse questo gran vento di novità è solo uno scirocco che li addormenterà di nuovo tutti» [3].

L’accusa è quella consueta d’immobilismo e d’incredibile dispersione, di strano ed improvvido miscuglio di pressappochismo e superficialità.

 

Ne Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa il Risorgimento visto da un siciliano

Ben diversa rispetto a quella di Eco appare l’analisi ne Il Gattopardo in merito all’arrivo dei garibaldini. Nel complesso miscuglio di tradizioni diverse risalta non il senso di marginalità della popolazione isolana in occasione del grande e rivoluzionario evento, quanto l’atteggiamento di autosufficienza e di distanza. L’ideale risposta di orgogliosa e distinta autonomia dei maggiorenti siciliani, impersonati dal Principe di Salina, si evidenzia chiaramente, oltre che in numerosi episodi sparsi in tutto il romanzo, soprattutto nel quarto capitolo del libro, in occasione del colloquio tra don Fabrizio e il piemontese Chevalley, inviato dal governo centrale cavouriano.

All’interdetto messaggero che non riesce a spiegarsi il perché del suo diniego ad accettare la nomina di senatore del nuovo regno, egli risponde:

«Che vengono a fare i volontari italiani qui in Sicilia ?... Vengono per insegnarci le buone creanze ma non lo potranno fare perché noi siamo dèi...». Più netta la spiegazione che segue: «I Siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti; la loro verità è più forte della loro miseria; ogni intromissione di estranei sia per origine, sia anche, se Siciliani per indipendenza di spirito, sconvolge il loro vaneggiare di raggiunta compiutezza, rischia di turbare la loro compiaciuta attesa del nulla» [4].

 

Anche se in apparenza tutto cambia, ogni cosa resterà immobile perché il vorticoso mutare degli eventi non riuscirà ad incidere sui caratteri degli abitanti per quella che il Principe di Salina chiama “una terrificante insularità d’animo”. Pur consapevole del limite di questa condizione civile di estraneità, l’autore documenta la sua fierezza e fermezza di voler essere sempre se stesso, quando aggiunge come alibi: «Che cosa se ne farebbe il Senato di me, di un legislatore inesperto cui manca la facoltà d’ingannare se stesso, requisito essenziale per chi voglia guidare gli altri?» [5]. La diversità si spiega proprio così: da una parte con l’autenticità, presunta quanto si voglia, ma innata, dall’altra con la mistificazione di un potere politico che per farsi sistema deve necessariamente mortificare alcune libere istanze. In questo sta la straordinaria attualità del romanzo che si configura come pittura non di un ambiente periferico, ma di una condizione umana universale costantemente in lotta per l’affermazione di grandi valori ideali.

 

Alla luce di questa intuizione si spiega benissimo l’episodio di Bronte, per altro narrato da Giovanni Verga nella novella Libertà, con la terribile repressione di Nino Bixio sui contadini che si erano illusi, con l’arrivo di Garibaldi, che una nuova epoca era incominciata, nella quale i dipendenti avrebbero potuto uccidere i padroni ed occupare le loro terre. Il limite di questa malintesa libertà va riportato alle origini di un potere che, fin dal suo primo costituirsi, fissava i propri binari nella consueta formula di scontentare alcuni per avere alleati quelli che contano. Illudere e disilludere dunque come sempre nell’eterno gioco machiavellico del confronto politico.

 

La Sicilia de Il Gattopardo

La Sicilia rappresentata da Giuseppe Tomasi di Lampedusa appare una terra immobile e lontana, ma compresa dallo sguardo d’amore dell’autore, che avverte il cambiamento come l’ombra della fine di un assetto costituito e rivela il suo orgoglio di figlio affezionato e fedele. Su questa terra si stende l’impressione di una incompiuta conciliazione e della altrettanta irremovibile decisione di difenderla senza contropartite. È chiaro che lo scrittore ha inteso illustrare il suo pensiero ed immaginare di riflettere l’ideologia non di tutta la sua gente, bensì di quella classe a cui appartiene, pensosa del tempo futuro e vicina ormai a declinare. Infatti il suo romanzo non può ascriversi al genere storico, piuttosto a quello psicologico; non sfugge la corrosiva ironia che l’attraversa, segno di un distacco dall’opinione comune e di una propria originale maniera di scrivere differente dagli altri. Il pessimismo che lo caratterizza investe non solo le grandi illusioni storiche, tra cui il Risorgimento, ma più concretamente la concezione della vita degna d’essere vissuta se s’impara ad accettare i suoi limiti: la vanagloria, l’ignoranza, la presunzione, la superficialità, la ripetitività di quelli che stanno attorno.

 

Anche il paesaggio riflette questo limite: l’aria non è mai tersa e perfettamente respirabile, il sole troppo acceso da accecare, l’orizzonte attraversato da nubi, persino il giardino della dimora principesca maleodorante, nel rigoglio delle sue piante, di una malcelata  putredine, evidente sentore di una vicina e inquietante decadenza.

 

Gaetanina Sicari Ruffo                                        

 

NOTE BIBLIOGRAFICHE

 

[1] – In italiano ne sono attualmente disponibili tre edizioni: Non erano Mille! Le memorie di Garibaldi rivisitate da un cronista poco attendibile, Stamperia del Valentino, Napoli, 2010; Viva Garibaldi. Un’odissea nel 1860, a cura di GILLES PECOUT e MARGHERITA BOTTO, Einaudi, Torino, 2004; Le memorie di Garibaldi, Mursia, Milano, 2002.

[2] – UMBERTO ECO, Il cimitero di Praga, Bompiani, Milano, 2010, pp. 142-143.

[3] – Ivi, p. 160.

[4] – GIUSEPPE TOMASI DI LAMPEDUSA, Il Gattopardo, Feltrinelli, Milano, 1961, pp. 216-217.

[5] – Ivi, p. 213.

 

(www.excursus.org, anno III, n. 20, marzo 2011)

 

     

                 

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Marta Altieri, Linda Basile, Massimiliano Borelli, Silvia Caristi, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

Marco Gatto, Serena Intelisano, Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro, Carmine Zaccaro

 

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