|
Anche nell’ultimo
libro di Umberto Eco, Il cimitero di Praga
(Bompiani), voluminoso romanzo storico d’appendice,
di sapore ottocentesco, labirintico, con personaggi
veri ed inventati, non manca un capitolo che si rifà
ai Mille in cui uno strano protagonista narrante,
Simonini, autore di un diario del 1897, incontra
Alexandre Dumas (padre) nella famosa spedizione del
1860, con altri illustri partecipanti da Ippolito
Nievo a Giuseppe La Farina, da Carlo Cesare Abba a
Nino Bixio. È un’occasione ghiotta per l’autore, in
quanto ama ricreare intense e ricercate atmosfere
fin dal suo primo romanzo Il nome della rosa,
distinguere diversi livelli di linguaggio,
incastrare situazioni bizzarre con geometrica
disposizione, illustrare eventi con accurata
erudizione.
Giuseppe Garibaldi
appare,
in una rivisitazione marginale, diverso dai dipinti
dell’epoca che lo ritraggono aitante ed austero. È
sempre indaffarato ad andare di qua e di là, con le
gambe ricurve per il troppo stare a cavallo,
tormentato dai reumatismi, secondo un modo
smaliziato e realistico di una tipologia ironica
corrente che intende sminuire gli eroi. Anche il
suo inconfutabile fiuto di generale sembra
ridimensionato, non tanto dal punto di vista
militare, quanto da quello di saggio pianificatore
di azioni a sorpresa e di dettagli nella direzione
dell’impresa. Se non avesse avuto al suo fianco un
Ippolito Nievo, onestissimo calcolatore delle
risorse economiche, ed un Nino Bixio, acuto
osservatore e rapido esecutore di interventi
strategici, forse le cose sarebbero andate
diversamente. Chissà, sembra insinuare Eco. Il
fascino che si sprigiona dalla sua figura è però
intatto nella memoria storica, non solo agli occhi
dei volontari meridionali che ingrossano giorno dopo
giorno le file del suo esercito, ma anche dei
numerosi combattenti che si è trascinato dietro e
che continuano a raggiungerlo, provenienti dalle
zone più disparate. Tra di essi, direttamente dalla
Francia, Dumas.
La notizia della sua
presenza è infatti accertata, documentata e
variamente commentata. Raggiunse il Generale con
una sua imbarcazione privata, l’Emma, per
essere testimone diretto della grande e spericolata
impresa che l’attraeva sia perché voleva scrivere su
di essa, come in effetti fece [1], in modo del tutto
diverso dai suoi ben noti romanzi d’avventura, sia
per inviare i suoi reportage al giornale
L'Indipendente, da lui fondato a Napoli con il
contributo di Garibaldi. Infine anche per un certo
spirito di rivalsa che aveva nell’animo contro i
Borbone, a cui attribuiva la morte precoce del
padre, un generale di Francia, catturato sulle coste
della Puglia mentre tornava ammalato dalla
spedizione d’Egitto ed ingiustamente incarcerato: lo
sventurato episodio aveva affrettato la sua morte.
Dumas era amico di Alexandre Bixio, fratello di
Nino, medico, deputato, uomo d’affari, grazie al
quale era entrato in contatto con Garibaldi. Venuto
a Genova, quando la spedizione era già in corso, la
raggiunse a Palermo, il 9 maggio.
Nel romanzo di Eco è
descritta l’accoglienza festosa riservatagli al suo
arrivo e la sua generosità nel finanziare con una
rilevante somma l’acquisto di fucili e di altre
necessità per le truppe. Per amor di verità vi si
narra l’attenzione e l’entusiasmo riservati dai
siciliani al Condottiero e, descritto nei
particolari, il successo della battaglia di
Calatafimi e delle altre gloriose imprese che
seguirono. Dumas fu presente in veste di giornalista
e di amico sostenitore. Si trasferì poi a Napoli per
seguire meglio le sorti de L’Indipendente, i
cui numerosi articoli furono poi raccolti in
dispense per gli abbonati e tradotti in francese per
i conterranei dello scrittore. La traduzione fu
curata da un ragazzo di madre francese e di padre
napoletano, che poi sarebbe stato il futuro
fondatore del Corriere della Sera, Eugenio
Torelli Viollier. Dumas rimase a dirigere il suo
giornale per quattro anni, fino al 1864 e fu pure
nominato da Garibaldi, dopo la sua trionfale entrata
a Napoli, Conservatore dei Musei.
La spedizione
garibaldina vista da un torinese
L’ottica attraverso
cui è filtrata l’attenzione di Eco sulla spedizione
garibaldina in Sicilia è quella del suo
protagonista, un torinese, non molto benevolo nei
confronti dei meridionali, con l’incarico di
introdursi nelle fila dei garibaldini, secondo un
patto d’intesa con Cavour, per tener d’occhio le
intenzioni del Generale, scandagliare il regno
meridionale d’Italia di circa nove milioni di
abitanti e capire se, dopo l’espropriazione ai
Borboni, sarebbe andato alla repubblica sognata da
Mazzini o al Regno Sabaudo, voluto da Cavour.
Secondo Eco c'è stato, nella spedizione garibaldina,
un sotterraneo intreccio d’interessi non solo
politici, che si spiegano per la presenza di poteri
forti che allora si contendevano l’influenza sulla
costituzione del nuovo Stato italiano. Insomma si
erano dati appuntamento per cercare di
strumentalizzare la spedizione secondo i loro scopi
«avventurieri francesi, americani, inglesi,
ungheresi» secondo una tesi comune ad alcuni
storici. Palermo fu un punto caotico e confuso di
raccordo e di smistamento: «Mi sono mescolato tra
la folla per capire che cosa dicessero in quel loro
dialetto incomprensibile come la parlata degli
africani [...] difficile parlare con la gente
locale. L’unica cosa che è chiara è che cercano di
sfruttare chiunque abbia l’aria d’un piemontese,
anche se tra i volontari di piemontesi ce ne sono
assai pochi» [2].
Non si ha ancora
idea di cosa sia l’unità d’Italia. La nazione è
un’entità astratta e lontana, gli abitanti delle
varie regioni scarsamente fraternizzano tra loro. La
Sicilia appare più che mai «terra abbandonata,
bruciata dal sole, senz’acqua che non sia quella del
mare e pochi frutti spinosi. In questa terra dove da
secoli non accadeva niente, è arrivato Garibaldi con
i suoi. Non è che la gente di qui partecipi per lui,
né che tenga ancora per il re che Garibaldi sta
detronizzando. Semplicemente sono come ubriacati dal
fatto che sia accaduto qualcosa di diverso. E
ciascuno interpreta la diversità a modo suo. Forse
questo gran vento di novità è solo uno scirocco che
li addormenterà di nuovo tutti» [3].
L’accusa è quella
consueta d’immobilismo e d’incredibile dispersione,
di strano ed improvvido miscuglio di pressappochismo
e superficialità.
Ne Il
Gattopardo di Tomasi di Lampedusa il
Risorgimento visto da un siciliano
Ben diversa rispetto
a quella di Eco appare l’analisi ne Il
Gattopardo in merito all’arrivo dei garibaldini.
Nel complesso miscuglio di tradizioni diverse
risalta non il senso di marginalità della
popolazione isolana in occasione del grande e
rivoluzionario evento, quanto l’atteggiamento di
autosufficienza e di distanza. L’ideale risposta di
orgogliosa e distinta autonomia dei maggiorenti
siciliani, impersonati dal Principe di Salina, si
evidenzia chiaramente, oltre che in numerosi episodi
sparsi in tutto il romanzo, soprattutto nel quarto
capitolo del libro, in occasione del colloquio tra
don Fabrizio e il piemontese Chevalley, inviato dal
governo centrale cavouriano.
All’interdetto
messaggero che non riesce a spiegarsi il perché del
suo diniego ad accettare la nomina di senatore del
nuovo regno, egli risponde:
«Che vengono a
fare i volontari italiani qui in Sicilia ?...
Vengono per insegnarci le buone creanze ma non lo
potranno fare perché noi siamo dèi...». Più
netta la spiegazione che segue: «I Siciliani non
vorranno mai migliorare per la semplice ragione che
credono di essere perfetti; la loro verità è più
forte della loro miseria; ogni intromissione di
estranei sia per origine, sia anche, se Siciliani
per indipendenza di spirito, sconvolge il loro
vaneggiare di raggiunta compiutezza, rischia di
turbare la loro compiaciuta attesa del nulla»
[4].
Anche se in
apparenza tutto cambia, ogni cosa resterà immobile
perché il vorticoso mutare degli eventi non riuscirà
ad incidere sui caratteri degli abitanti per quella
che il Principe di Salina chiama “una terrificante
insularità d’animo”. Pur consapevole del limite di
questa condizione civile di estraneità, l’autore
documenta la sua fierezza e fermezza di voler essere
sempre se stesso, quando aggiunge come alibi:
«Che cosa se ne farebbe il Senato di me, di un
legislatore inesperto cui manca la facoltà
d’ingannare se stesso, requisito essenziale per chi
voglia guidare gli altri?» [5]. La diversità si
spiega proprio così: da una parte con l’autenticità,
presunta quanto si voglia, ma innata, dall’altra con
la mistificazione di un potere politico che per
farsi sistema deve necessariamente mortificare
alcune libere istanze. In questo sta la
straordinaria attualità del romanzo che si configura
come pittura non di un ambiente periferico, ma di
una condizione umana universale costantemente in
lotta per l’affermazione di grandi valori ideali.
Alla luce di questa
intuizione si spiega benissimo l’episodio di Bronte,
per altro narrato da Giovanni Verga nella novella
Libertà, con la terribile repressione di Nino
Bixio sui contadini che si erano illusi, con
l’arrivo di Garibaldi, che una nuova epoca era
incominciata, nella quale i dipendenti avrebbero
potuto uccidere i padroni ed occupare le loro terre.
Il limite di questa malintesa libertà va riportato
alle origini di un potere che, fin dal suo primo
costituirsi, fissava i propri binari nella consueta
formula di scontentare alcuni per avere alleati
quelli che contano. Illudere e disilludere dunque
come sempre nell’eterno gioco machiavellico del
confronto politico.
La Sicilia de
Il Gattopardo
La Sicilia
rappresentata da Giuseppe Tomasi di Lampedusa appare
una terra immobile e lontana, ma compresa dallo
sguardo d’amore dell’autore, che avverte il
cambiamento come l’ombra della fine di un assetto
costituito e rivela il suo orgoglio di figlio
affezionato e fedele. Su questa terra si stende
l’impressione di una incompiuta conciliazione e
della altrettanta irremovibile decisione di
difenderla senza contropartite. È chiaro che lo
scrittore ha inteso illustrare il suo pensiero ed
immaginare di riflettere l’ideologia non di tutta la
sua gente, bensì di quella classe a cui appartiene,
pensosa del tempo futuro e vicina ormai a declinare.
Infatti il suo romanzo non può ascriversi al genere
storico, piuttosto a quello psicologico; non sfugge
la corrosiva ironia che l’attraversa, segno di un
distacco dall’opinione comune e di una propria
originale maniera di scrivere differente
dagli altri. Il pessimismo che lo caratterizza
investe non solo le grandi illusioni storiche, tra
cui il Risorgimento, ma più concretamente la
concezione della vita degna d’essere vissuta se
s’impara ad accettare i suoi limiti: la vanagloria,
l’ignoranza, la presunzione, la superficialità, la
ripetitività di quelli che stanno attorno.
Anche il paesaggio
riflette questo limite: l’aria non è mai tersa e
perfettamente respirabile, il sole troppo acceso da
accecare, l’orizzonte attraversato da nubi, persino
il giardino della dimora principesca maleodorante,
nel rigoglio delle sue piante, di una malcelata
putredine, evidente sentore di una vicina e
inquietante decadenza.
Gaetanina Sicari
Ruffo
NOTE
BIBLIOGRAFICHE
[1] – In italiano ne
sono attualmente disponibili tre edizioni: Non
erano Mille! Le memorie di Garibaldi rivisitate da
un cronista poco attendibile, Stamperia del
Valentino, Napoli, 2010; Viva Garibaldi.
Un’odissea nel 1860, a cura di GILLES PECOUT e
MARGHERITA BOTTO, Einaudi, Torino, 2004; Le
memorie di Garibaldi, Mursia, Milano, 2002.
[2] – UMBERTO ECO,
Il cimitero di Praga, Bompiani, Milano, 2010,
pp. 142-143.
[3] – Ivi, p.
160.
[4] – GIUSEPPE
TOMASI DI LAMPEDUSA, Il Gattopardo,
Feltrinelli, Milano, 1961, pp. 216-217.
[5] – Ivi, p.
213.
(www.excursus.org,
anno III, n. 20, marzo 2011)
|