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La sperimentazione
formativa che Lev Tolstoj realizza tramite la
fondazione della scuola “Jasnaja Poljana” fa da
sfondo al quadro teorico del saggio La religione
del progresso e i falsi fondamenti dell’istruzione
(a cura di Giuseppe Iannello, Pungitopo, pp. 74, €
9,00). Il testo viene pubblicato nel numero 12 della
rivista Jasnaja Poljana, fondata e guidata
dallo stesso Tolstoj. Un lavoro che nasce, nelle
intenzioni dell’autore, in risposta alle
provocazioni teoriche sollevate dal “signor Markov”
(Markov Evgeneij L’vovic), scrittore e insegnante,
oltre che strenuo difensore della causa
progressista.
Tra le righe di
questo confronto si legge il tentativo di sferrare
un attacco frontale all’idea di progresso tout
court. L’autore nega ogni consistenza pedagogica
alle convinzioni espresse da quelli che lui nomina i
“fedeli del progresso”, i quali sono soliti
interpellare l’esigenza dei tempi
come unico criterio valido per l’insegnamento. A
questo assunto storicista Tolstoj contrappone
l’evidenza di «un pensiero che posso fare solo col
pensiero e non discutendone il suo posto nella
storia».
Per una critica
del progresso
La prima parte del
saggio si concentra sugli esiti fallimentari della
posizione storicista. Ciò che l’autore si sforza di
dimostrare è l’impossibilità di stabilire criteri
univoci e universali, come invece vorrebbero i
fedeli del progresso, quando si entra in
contatto con la multiforme natura del pensiero.
L’idea di un legame imprescindibile tra le trame del
progresso e la realizzazione di un benessere
universale crolla di fronte alle argomentazioni di
questo saggio, che compiutamente ne dimostra
l’infondatezza.
Tolstoj si chiede
come sia possibile affidare a una superstizione
la guida spirituale delle coscienze dei popoli.
Credere, infatti, che il progresso possa distribuire
somme di benessere a tutti, e a ognuno in parti
uguali, è una superstizione, neanche poi così
innocente. Non è dimostrabile, in termini di
benessere, come il miglioramento dei mezzi di
trasporto o la commercializzazione di nuove ed
esotiche merci possano soddisfare le esigenze di un
contadino russo o di un operaio francese.
L’asimmetria che regola il rapporto economico di
domanda e offerta non può che generare falsi
desideri e sedimentare occulte relazioni di potere,
dalle quali risulta esclusa la stragrande
maggioranza degli uomini.
Il falso mito della
democratizzazione del sapere, attribuito
all’invenzione della stampa, viene smascherato da
Tolstoj – che certamente non intende negarne
l’importanza, ma si limita a dimostrarne i
retroscena. L’autore si serve di un caso esemplare,
l’Editto del 19 febbraio 1861, in cui lo zar
Alessandro II decreta la liberazione dei servi della
gleba senza però tener conto delle richieste di
ridistribuzione della terra, per mettere in luce la
reale posizione degli organi di stampa. Questo
episodio, secondo lo scrittore, mostra il legame
ideologico e politico tra gli istituti del potere e
la stampa; quest’ultima sarebbe colpevole di aver
negato l’esistenza di un problema, quello della
redistribuzione della terra, per assecondare
l’indirizzo anti-democratico della campagna politica
ed economica russa di fine Ottocento.
Il controllo
elitario degli organi di stampa e dei mezzi di
produzione è sufficiente a Tolstoj per
ridimensionare la parata progressista. Fino a quando
i nove decimi popolazione saranno esclusi dalle
decisioni e dal controllo della produzione, scrive
Tolstoj, i fedeli del progresso avranno
fallito nel tentativo di stabilire un legame tra
progresso e benessere.
L’istruzione come
fine e non come mezzo
La seconda parte del
saggio è dedicata a una riflessione sul fine ultimo
dell’istruzione. Nella scuola “Jasnaja Poljana”
l’insegnante e pedagogo Tolstoj non è solito
ricorrere a metodi prestabiliti. Il suo insegnamento
si regge sulla solida convinzione che «l’istruzione
è un’attività dell’uomo che trova il suo fondamento
nell’aspirazione all’uguaglianza e nell’immutabile
legge del procedere in avanti dell’istruzione
stessa».
Agli attacchi del
“signor Markov”, secondo cui l’educazione deve
sempre aderire «alle esigenze dei tempi» e «gettare
nel mucchio del comune patrimonio la sua manciata»
di progresso, Tolstoj risponde che non c’è ragione
di assecondare una tale credenza. Il fondamento
dell’istruzione risiede nell’uguaglianza della
conoscenza, resa possibile dal superamento dei
rapporti di potere tra l’allievo e il maestro.
Dal punto di vista
dell’istruito è questa uguaglianza che si rende
indispensabile; il trasferimento delle conoscenze
dal maestro all’allievo deve necessariamente
giungere al termine e stabilire un rapporto
equilibrato tra il patrimonio dell’uno e le
conoscenze dell’altro. Spesso però, come dimostrano
i casi dell’educazione protestante, cattolica e
russa, si è preferito procedere all’istituzione di
falsi fondamenti come l’obbedienza, l’amor proprio e
i vantaggi materiali.
Spostando
l’attenzione sul ruolo dell’istitutore la situazione
non appare più confortante. La disponibilità a
formare gli studenti affonda le proprie radici in
motivazioni di natura economica e nel desiderio di
ottenere quel prestigio connesso al ruolo sociale
dell’insegnante, piuttosto che nella reale
intenzione di trasmettere sapere e costruire il
fondamento di un rapporto paritario. Nel sottosuolo
dell’istituzione scolastica si agitano motivazioni
personali e interessi individuali che nulla hanno a
che vedere con l’uguaglianza della conoscenza e il
suo procedere in avanti. Sono queste le
ragioni che hanno spinto Tolstoj a “duellare” con
gli storicisti: riconquistare uno spazio di
uguaglianza in cui l’istruzione venga considerata
come fine e non più come mezzo.
Questa edizione del
saggio tolstojano è impreziosita da un’Appendice,
la cui prima parte fornisce cenni documentari
sull’istituzione della scuola “Jasnaja Poljana”.
Nella seconda si riporta la feroce critica al
concetto di progresso nelle parole di Victor Hugo,
scritte in occasione del saccheggio dell’Antico
Palazzo d’Estate di Pechino, a opera delle truppe
anglo-francesi.
Giuliana Sanò
(www.excursus.org,
anno IV, n. 30, gennaio 2012)
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