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Nella realtà contemporanea, ai fini di recuperare lo
spessore politico di ciò che distingue una ricerca
estetico-speculativa su un linguaggio (sia esso
visivo, sonoro o letterario), appare essenziale per
le scienze umane l’instaurazione di una sorta di
esegesi della traccia, e cioè di critica
dell’universale, in grado di rappresentare
sollecitamente il valore e il contrassegno
ideologico di un’identità teoretica, di un destino
individuale che conferisce la propria forza a un
piano di organizzazione storica.
Pensare all’esperienza umana e creativa del pianista
Glenn Gould come al vertice di un’intensità
politica, che passa da una formalizzazione
materialistica del suono, per approdare a una
complessiva nomenclatura ideologica dello spazio
sociale, è ciò che rende unico e straordinariamente
eversivo il volume di Marco Gatto, dal titolo
Glenn Gould: il suono materiale. Per un’estetica
della resistenza (Cattedrale, pp. 168, € 16,50).
Più che di un libro, si dovrebbe parlare di un
progetto di determinazione e riconfigurazione del
concetto stesso di dialettica culturale, incitando
il pensiero a uscire dalla formalizzazione astratta
e soggettiva di rapporti logico-ontologici,
simbolici o trascendentali, per esteriorizzarsi
definitivamente in una prassi filosofica che
appartenga al segno storico dell’esperienza, alla
sollecitazione empirica del concreto.
Rappresentare Gould come forza politica, di cui
possiamo oggi misurare l’importanza, il
valore esemplare, l’impatto ideale, significa
affermare coraggiosamente una verità fondamentale
quanto estremamente scomoda, ossia la centralità
dell’artista come intellettuale, come cellula votata
alla possibilità di conferire una struttura
ideologica, interna e necessaria, alla forma e
all’utilizzazione rappresentativa del linguaggio.
Affrontare questo libro è un’occasione non solo di
analisi, ma anche di chiarezza filosofica e
intellettuale, di ridefinizione critica del nostro
percorso creativo, ideologico e storico. Il pensiero
(che indirettamente riconduce a Franco Fortini) di
un’estetica della resistenza, dove interviene e si
fa riconoscibile la fede contestativa del percorso
critico-filosofico di Gatto, è il primo passo per
l’istituzione di un’etica intellettuale destinata ad
accogliere le categorie costruttive, e al tempo
stesso l’avventura, di una proposta realmente
rivoluzionaria, efficace, profondamente critica
verso ogni forma di mediocrità, di servilismo, di
insincerità.
Glenn Gould, secondo l’analisi rigorosa e molto
documentata di Gatto, è stato un filosofo, un
artista intellettuale in grado di tradurre in
autentica formula politica la funzione
rappresentazionale e dialettica della musica
spogliandola di tutto il superfluo, lavorando per
ottenere un suono «materiale», ben lontano da
qualsiasi spiritualizzazione o mistificazione
estetizzante della forma. Ma non ci si aspetti qui
di avere a che fare con l’ennesimo libro sul «mito»
di Gould. Niente di più lontano da tutto ciò.
Riflettiamo ad esempio sul tema
dell’improvviso ritiro di Gould dal palcoscenico, e
implicitamente dalla scena sociale, o meglio
mondana.
Il libro di Gatto offre, come nessun altro
contributo critico su Gould ha fatto prima d’ora,
una lettura intensamente politica di tale
prospettiva. Cosa rappresenta la sala da concerto? E
perché un pianista, nel pieno della propria
carriera, si sottrae improvvisamente agli occhi del
pubblico? La risposta è essenzialmente politica. La
sala da concerto costituisce una realtà sociale dove
la conservazione si perpetua, si sancisce
implicitamente l’illegittimità della lotta di classe
e si allude alla necessità insipiente di istituire
un ordine esclusivista e gerarchico; un ordine
che separa o categorizza la terminologia
empirica della comunicazione fra l’artista e il
pubblico, reprime le istanze critico-eversive
culturalmente insite nella tematicità più polemica
del messaggio musicale e, ontologizzando l’accesso
alla conoscenza, preclude «il bisogno di una
fruizione socializzata della musica che sia segno di
un vivere diverso e non competitivo fra gli uomini»
(p. 23).
Questo è solo uno degli innumerevoli spunti polemici
del libro di Gatto, il cui lavoro filosofico e
politico, pur non mancando mai di autorevolezza e
rigore, è ancora una volta intensamente e
appassionatamente creativo. L’autore non ha
idealizzato Gould, il suo ritratto è indubbiamente
quello di un essere politico, ma questo saggio non
tenta mai di farne il baluardo di una diatriba
ideologica, né la risoluzione di una antinomia
simbolica. Stupisce come Gatto, nel suo efficace
eclettismo, sia in grado di percorrere e riassumere
una sorta di «filosofia sperimentale» o
«performativa» (in termini gramsciani, possiamo
pensare proprio ad un’autentica «filosofia della
prassi»), che traspone nello spazio formale,
scientifico, del confronto storico ed epistemologico
con la pluralità di successioni ipotetiche che
l’oggetto prescrive, un’individualità etica,
un’alternativa fondata sulla necessità morale di
istituire un progetto complessivo, secolare e
civile, che trasformi, senza violarla, l’integrità
del concreto in sguardo ideologico.
Al di là dell’ascendenza simbolica ed ermetica, in
cui molti tentano di insabbiare l’esercizio della
musica che si fa conversevole, convenzionale e
romantica, la schiettezza di Gould è la chiave, è
l’indice, di un nuovo varco e di un pensiero che
sembra accettare l’esistenza solo a patto di
tracciarne l’ellissi mediante il paradigma estetico
e relazionale della forma. Il suono «materiale»,
come Gatto lo definisce, non ha solo il compito di
demistificare l’esperienza, di laicizzare e di porre
in discussione le tracce referenziali di un eversivo
realismo poetico, ma anche di configurare il
determinismo intrinseco del rapporto fra l’artista e
la forma. Ad un livello più profondo di analisi,
questo libro può essere recepito come verifica della
relazione fenomenologica, intellettuale o
psicologica che il pianista instaura con l’emissione
formale, prodotta dall’apparente passività del
lavoro esegetico sul testo, e la conseguente
attitudine politica che l’operazione ermeneutica ha
saputo enunciare.
In altre parole, non c’è lavoro sul significante che
non sia necessario e incline ad una, sia pure
elementare, funzione ideologica. Contestare
l’egemonia di una concezione ontologico-spirituale,
astratta, della musica e del suono implica per Gatto
di ricorrere all’indagine degli strumenti che Gould
stesso applica alla propria ricerca, come per
esempio è il montaggio. La trasmissione del senso
implica qui una struttura, un’alterazione
progressiva della forma, che si impossessa più o
meno direttamente delle funzioni sintetiche che
l’ordine del reale condivide con l’ordine del testo.
Il montaggio svolge un compito di rappresentazione,
di decodificazione dello spazio espressivo, scenico
o virtuale di un testo, rivendicando l’essere
materiale e la finitudine dell’oggetto. Il montaggio
è metodo. Conferire una logica e una scissione
essenziale all’analisi e all’esegesi del segno,
qualora l’ordine delle rappresentazioni sia in grado
di frantumare, attraverso un linguaggio d’azione,
l’automatismo della ricezione e della lettura
estetica di un testo, significa orientare
politicamente e storicamente un progetto artistico.
Il montaggio è applicabile dove esiste un discorso
che, nella sua designazione combinatoria, voglia
sancire l’efficacia della totalità.
Così come leggendo questo volume si recepisce la
gratitudine che il suo autore indirettamente rivolge
all’autorità artistica e politica di Gould, non
possiamo che sentirci grati noi stessi per
l’esistenza e la migrazione storica di questo
incontro. Gatto non persegue strade facili. I suoi
libri come la sua presenza politica svelano solidi
principi strutturali, una vera e propria impronta
etica che attraversa la realtà restituendo,
attraverso il diaframma filosofico, dignità e senso
all’esistenza.
Marco Mazzi
(www.excursus.org,
anno III, n. 27, ottobre 2011)
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