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Anticipiamo il
testo di uno spettacolo teatrale, che sarà in scena
nel giugno 2010 presso la Sala "Achille Grandi" del
Centro Cooperazione Formazione e Lavoro di Canegrate
(Mi), con il patrocinio della Fondazione delle
Iniziative Sociali Canegratesi. Si
tratta di un’intervista
impossibile al poeta Ernesto Ragazzoni d’Orta
(1870-1920). Il testo è stato elaborato da Giuseppe
Landonio, mentre la messa in scena sarà a cura di
Alessandro Tacconi.
(La Redazione)
Chi è
lei, buonuomo? Posso anzi chiamarla buonanima?
Buonanima sì, che sono morto. Io sono, anzi fui,
Ragazzoni. Ernesto Ragazzoni d’Orta.
Il
poeta, dunque?
Poeta, che parola! Al massimo cantastorie, guitto,
magari sognatore… Ma mi vedi messo al pari d’un
Dante o d’un Leopardi?
Beh,
ho letto qualcosa di lei, e non l’ho trovato così
male…
Dipende… Io ho scritto solo per divertirmi, e per
divertire. Vedi: mi piaceva soprattutto colpire gli
amici, stupirli. A volte inventavo filastrocche
senza senso…
Molte
non le ho neppure scritte: le inventavo lì per lì, e
poi le dimenticavo. Direi anzi che la maggioranza le
ho dimenticate.
È un
peccato, perché quelle che ho letto mi hanno
divertito…
Ma
sono solo un gioco, uno scherzo. Come quella sera
che ho messo insieme tutte rime tronche… Dovevo aver
bevuto più del solito… Qualcosa mi ricordo ancora…
In
cravatta bianca e in frac, / alla sera i crocchi
chic / tra le chicchere e i pic-nic
e
gli alchermes e i cognac, / con gran pose alla
Van-Dyck, / ascoltando Grieg o Bach,
in
cravatta bianca o in frac, / alla sera i crocchi
chic, / se la ridon del Degiàc
e
dei ras di Menelik; / ma l'Italia che fé cric, /
jeri, in breve farà crac...
in
cravatta bianca e in frac.
Pur noi in barba agli Abbacùc, / che impinguati di
beefsteaks, / dietro un fumo di giubèk, /
profetizzano il zurùch, / da quei negri del cibùc, /
Roma avrà il salamelèc,
sempre in barba agli Abbacùc / impinguati di
beefsteaks;/ e col comodo di Cook,
o
di Chiari, e d'uno chèque, /
ce n'andremo fin là in break /
a sonarci Grieg o Gluck,
sempre in barba agli Abbacùc.
Beh,
niente male, divertente. Un modo di prendere in giro
l’inquinamento della nostra lingua…
Giuro
che non ci avevo pensato. Per me era solo uno
scherzo. Avrei potuto andare avanti ancora a lungo…
Sai, eravamo proprio una bella compagnia di
sciamannati. Ci trovavamo la sera a Novara, al club
Unione. Ognuno raccontava qualcosa, non importa se
vera o inventata… sicuramente il più delle volte
inventata. E io attaccavo con qualcuna delle mie
sciocchezze. Facevamo quasi mattina, ridendo e
bevendo… Che bevute! Quelle sì che me lo ricordo…
non mi ricordo come facevo ad arrivare a casa.
Qualche volta mi svegliavo su di una panchina, nel
parco… Ma ci divertivamo, e come ci divertivamo…
Quindi, il suo rapporto col pubblico…
Che
bisogno c’è del pubblico? Il gran pubblico se ne è
sempre infischiato della poesia. Il pubblico a cui
tengo sono gli amici. Gli altri? Ma esistono altri
interessanti? Pubblicare i miei versi? E perché? Io
non troverei un editore. E poi, lasciamo andare, a
me i miei versi piace cantarmeli e godermeli in
segreto.
Quando non ci sarò più (cioè adesso) se qualche
amico di buona volontà vorrà raccogliere le mie
poesie e i miei scritti, non potrò certo oppormi.
Ma, prego, se qualcuno farà la prefazione, non mi
prenda troppo sul serio. Non dica, per esempio: “ER
nacque ai tanti del mese dell’anno tale, e morì…”
come se si trattasse di un uomo celebre qualunque. E
se aggiungesse poi che studiai all’Istituto tecnico
di Novara e che ebbi il diploma di ragioniere? Penso
che sarebbe buffo far sapere al mondo che quel
mattacchione di Ragazzoni era ragioniere… Del resto
la mia epigrafe, sulla mia tomba, me la sono scritta
da me: “QUI GIACE ERNESTO RAGAZZONI D’ORTA – NATO
L’OTTO GENNAIO MILLE E OTTOCENTOSETTANTA – e sotto
questo motto: D’ESSERE STATO VIVO NON GL’IMPORTA”.
E che
volevate dire, con questo?
Che
la vita… è un soffio, uno sputo. Tutto quel darsi da
fare, di tutta quella gente, per poi non raccogliere
nulla e finire in polvere, proprio come me. Se si
pensasse a quanto poco valgono le cose che facciamo,
quello per cui ci arrabattiamo, le ricchezze, gli
onori, le guerre… non varrebbero più di un pugno di
mosche… C’è una poesia che sento mia più di
qualsiasi altra, e che adesso voglio dire:
Se
ne vedono pel mondo / che son osti… cavadenti / boja,
eccetera… o, secondo
le
fortune, grandorienti; / c’è chi taglia e cuce
brache, / chi leoni addestra in gabbia,
chi va in cerca di lumache, / ... / io fo buchi
nella sabbia.
I
poeti, anime elette, / riman laudi e piagnistei /
per l’amore di Giuliette
di
cui mai sono i Romei; / i fedeli questurini / metton
argini alla rabbia
dei colpevoli assassini; / ... / io fo buchi nella
sabbia.
Sento intorno anometto i / che ci sono altri
mestieri... / bravi; a voi! Scolpite marmi,
combattete il beri-beri, / allevate ostriche a
Chioggia, / filugelli in Cadenabbia
fabbricate parapioggia, / ... / io fo buchi nella
sabbia.
O
cogliete la cicoria / od allori. A voi! Dio v’abbia
/ tutti e quanti in pace, in gloria!
/
... / io fo buchi nella sabbia.
Capisco che con questo poetare dissacrante si sarà
fatto dei nemici…
E chi
se ne importa? Io le poesie me le sono scritte per
me e per gli amici. Degli altri, quelli che chiami
“nemici” non me ne importa proprio nulla. Che Dio se
ne abbia in gloria! Del resto, lo sai qual è
l’animale per cui ho provato simpatia al punto da
dedicargli un’intera mia poesia? Il verme solitario.
E ne vado fiero. Quasi fosse un capolavoro. L’elegia
del verme solitario. Cosa credi, che nelle scuole
potrebbero insegnare siffatte schifezze, e che le
antologie potrebbero riportarle? Ma chi se ne
importa. Io me la sono scritta per me…
Solo è Allah nel Paradiso / del Profeta anometto /
solo è il naso in
mezzo al viso
solo è il celibe nel letto, / ma nessun, da Polo a
Polo, / come me sul globo è solo,
né
mai fu, per quanto germe / ebbe lune del lunario, /
perch’io solo sono il verme
lungo verme / cupo verme / cieco verme / bieco verme
/ triste verme / solitario.
Solitario sulla vetta / della torre antica è il
passero / solitario. È la vedetta
solitaria in cima al cassero, / solitario è il
soldo, o duolo, / del tapin ch’à un soldo solo,
solo andava il cieco inerme / e ben noto Belisario,
/ ma il più sol di tutti è il verme
lungo verme / cupo verme / cieco verme / bieco verme
/ triste verme / solitario.
Tutte l’altre creature / hanno moglie od hanno
figli: / i canguri han le cangure
i
conigli han le coniglie, / ’api accoppiansi
nell’aria / e persin la dromedaria
tra le sabbie nude ed erme / a il fedele dromedario.
/ Il più sol di tutti è il verme
lungo verme / cupo verme / cieco verme / bieco verme
/ triste verme / solitario.
Una vaga fantasia / alle volte pur mi coglie, / la
mia mente vola via
e
m’immagino aver moglie, / mi par d’essere, o
cuccagna, / un bel nastro, una lasagna…
non più fitto in membra inferme / nel mio vil
penitenziario / e non più essere un verme
lungo verme / cupo verme / cieco verme / bieco verme
/ triste verme / solitario.
Nastro a volte mi figuro / di annodarmi intorno a un
collo / di fanciulla esile e puro.
In
intingoli di pollo / altre volte invece parmi / da
lasagna intingolarmi.
Il
mio cor si tuffa in terme / di speranza… ed al
contrario / resto sempre il verme, il verme
lungo verme / cupo verme / cieco verme / bieco verme
/ triste verme / solitario.
Pure il giorno verrà, il giorno / che uscirò fuori a
vedere / come è fatto il mondo intorno
miserere, miserere, / finirò la
vita trista / nel boccal di un farmacista
pieno d’alcool ed erme- / ticamente funerario, /
perché io non son che il verme
lungo verme / cupo verme / cieco verme / bieco verme
/ triste verme / solitario.
Ma,
per la verità, non è l’unica poesia che ha dedicato
a un animale. C’è ad esempio quell’altra, che ho
trovato in un’antologia, e che parla di cani, e di
cani proletari…
Ah
si, ricordo. Ma mi piace di meno. L’avevo scritta
per prendere in giro i tempi e la politica. Sai,
m’ero fatta la fama dell’anarchico, del socialista.
Non che io credessi alla politica. Non faceva per
me. Ma se proprio dovevo scegliere, avrei fatto il
rivoluzionario, mica il conservatore. E allora ai
miei cani ho dedicato un inno, un inno di riscossa.
Ma non a tutti: perché dei cani dei signori, quelli
che gli dan da mangiare due volte al giorno e che
magari li coprono per il freddo, quelli li
compatisco, perché non sono cani. L’inno l’ho
dedicato ai cani-cani, ai cani paria, ai cani senza
tetto, appunto, ai cani proletari. Nemmeno lo
ricordo tutto, ma il finale sì, me lo ricordo…
Ah! Non più vita da cani, / o miei cani! Ed io non
dubito / che potreste da domani
esser liberi e anche subito, / se un po’ meno
compiacenti,
e
un po’ meno all’uomo accoliti / digrignaste meglio i
denti / come spesso noi siam soliti.
Cani, è in simile maniera / che sappiam farci
obbedir… / Su! … alla libera bandiera
splende il sol dell’avvenir!
Una
poesia “politica”. Ha mai pensato di dedicarsi alla
politica, di cimentarsi in quel campo, di fare
qualcosa per gli altri, o anche solo per se stesso?
La
politica? Ma te lo vedi Ernesto Ragazzoni in
politica? E quanto ci sarei rimasto? Un giorno o
due… e poi m’avrebbero fatto fuori! La politica non
faceva proprio per me, o io ero l’opposto per far
politica… Non che mi facesse schifo, ma niente di
più distante…che una pinna dal firmamento! Per far
politica occorre credere in se stessi, molto,
prendersi sul serio, e poi avere fiducia un po’
negli altri. Io… niente di tutto questo. E quanto a
credere… solo il teorema di Pitagora. Ci ho scritto
su una poesia, e di quella sì ne vado fiero…
I
tempi sono tristi! Il vecchio mondo s’usa / a
trascinarsi il fianco nel giro dei pianeti!
Le
balene si fan sempre più rare, i feti / voglion dar
fuoco all’alcool ove la vita han chiusa.
Per consolarti, o povera anima mia, ripeti: / il
quadrato costrutto sovra l’ipotenusa
è
la somma di quelli fatti sui due cateti.
Anima mia, rammenti? Dall’ombre d’oggi illusa,
questo non ti riporta al raggio dei dì lieti? / O
che non ci fiorivano nel cuor tutti i roseti
al
tempo in cui a zuffa coll’algebra confusa, / sui
banchi imparavamo, monelli irrequïeti,
che il quadrato costrutto sovra l’ipotenusa / è la
somma di quelli fatti sui due cateti?
Ora, i tempi a mal volgono. L’un polo l’altro accusa
di
accaparrarsi il ghiaccio, e sono ambo inquieti;
l’oche pretendon esser – ahimè! – cigni; i poeti
annegano in tropp’acqua il vino della musa; / le
questioni scottanti brucian tutti i tappeti;
ma
il quadrato costrutto sovra l’ipotenusa / è la somma
di quelli fatti sui due cateti.
Il
cannone, Tamagno delle battaglie, abusa
della sua voce, e fulmina. – O dunque, dai roveti
ardenti più non parlano i Jeova ai profeti? / Non
tentenna la terra a un guardo di Medusa?
Un
mane, techel, phares è a tutte le pareti…
Ma
il quadrato costrutto sovra l’ipotenusa / è la somma
di quelli fatti sui due cateti.
La
vita è una prigione in che l’anima hai chiusa,
uomo, ed invano brancoli cercando alle pareti. /
Sono di là da quelle i bei fonti segreti
ove tu aneli, e dove la pura gioia è fusa.
Qui, solo hai qualche gocciola di ver per le tue
seti.
Il
quadrato costrutto sovra l’ipotenusa / è la somma di
quelli fatti sui due cateti.
Dalle
poesie che ho letto, si direbbe che ha molto
viaggiato: dall’Africa alla Lapponia. O è solo
fantasia?
Fantasie, tutte fantasie. È già tanto se da Orta
sono andato a Novara, e da lì a Torino: ma per
lavoro, solo per lavoro. Poi sono stato anche a
Parigi (facevo il corrispondente della Stampa). Ma
oltre quello non ho mai viaggiato. Non ne avevo la
voglia e neanche il tempo. I miei viaggi? Da una
cantina all’altra, con gli amici. E dopo un po’ di
bicchieri ti sembra di viaggiare, puoi anche andare
in capo al mondo. Perfino in Lapponia, che non so
nemmeno dove sia. Ma mi faceva ridere immaginare
come dovesse vivere quella gente, in mezzo a tutto
quel freddo, che gli ho dedicato una poesia: la
Laude dei pacifici lapponi e dell'olio di merluzzo.
Va
bene per i lapponi. Ma l’Africa, come le è venuta in
mente. Anche quella solo una fantasia?
Fantasia, fantasia allo stato puro. Anche se di
Africa, ai miei tempi, si continuava a parlare, per
via di quelle continue guerre di conquista, che io
non potevo sopportare. E allora, mi sono messo nei
panni dei poveri africani e ci ho scritto su una
poesia. Magari daranno anche a me del razzista, o
peggio del colonialista. Ma ti giuro che non è così.
Gli africani mi stanno simpatici, e come.
Senta, mi tolga una curiosità. Il suo rapporto con
il mondo “moderno”, e con l’innovazione. Lei ha
detto che sarebbe stato rivoluzionario, e non
conservatore. Ma intanto, nelle sue poesie quasi
sempre si scaglia contro il progresso, che sia
l’elettricità o il primo vespasiano pubblico d’Orta:
non c’è contraddizione?
Certo
che c’è contraddizione. Mi contraddico, dunque sono.
Ma quando parlavo di rivoluzionario, parlavo
d’esserlo “dentro”, non nei modi esteriori. Il
progresso… spesso ci porta indietro. Ci fa meno
padroni del nostro tempo e delle nostre convinzioni.
Il progresso ci costringe a essere diversi da come
siamo. E allora si può essere conservatori nei modi
e dentro… rivoluzionari. Non so se mi spiego… Ma
adesso, ad esempio, che sono passato a miglior vita
(e ci sto bene, come ci sto bene…) e vi guardo
correre di qua e di là, dentro quei macinini, oppure
passare ore e ore attaccati a quei cazzicchi che
portate agli orecchi e gli parlate pure dentro, mi
fate pena, come mi fate pena… e ringrazio d’essere
qui, con tutto il mio tempo a disposizione. Per
questo ho scritto l’ode dei culi d’Orta. Vedevo
lontano, e come. Più lontano di voi. Un progresso il
vespasiano? Forse… ma intanto vi siete negati una
delle più grandi, e vere gioie della vita: cacare
all’aria aperta, come tutti gli animali di questo
mondo, e non doverlo fare al chiuso, quasi
vergognandosi, e respirare miasmi invece che i bei
profumi dei campi. Sì l’apoteosi dei culi d’Orta è
proprio una signora poesia. Ne vado fiero…
Culi d’Orta, esultate! O culi avvezzi, / quando
mettete a nudo il pensier vostro,
a cercare un asil con tutti i mezzi, / come pudiche
monache in un chiostro;
culi costretti ai luoghi ignoti e soli / all’ombra
dei deserti muriccioli.
Culi che conoscete la puntura, / fra i grigi sassi
dell’audace ortica,
onde se avvien che in qualche congiuntura / udiate
il passo di persona amica,
e voi, timidi, al pari di lumache / tornate a
rimpiattarvi nelle brache.
Culi randagi, che un desio ribelle / spinge talora a
pitturar sul Monte
i bei pilastri delle pie cappelle; / culi d’Orta,
levate alta la fronte!
Finito è il tempo più malvagio ed empio: / Orta vi
eresse finalmente un tempio.
O che cuccagna, culi miei, che bazza! / non più i
luoghi remoti o il nudo scoglio,
ma la gloria e il trionfo della piazza: / non più
gli anditi bui, ma il Campidoglio.
O culi, voi ben lo potete dire / che vi è spuntato
il sol dell’avvenire.
Per amor vostro mani premurose, / che d’ogni pianto
asciugano le stille,
han tratto fuori da miniere ascose / dei biglietti
magnifici da mille,
e, per il buon buco vostro, con islancio, / ne han
fatto uno pure nel bilancio!
Lodate dunque, culi d’Orta, i cieli! / Culatelli
innocenti degli asili,
immensi tafanari irti di peli, / culi di tutti i
sessi e tutti i stili,
ognuno di voi parli in sua favella, / come la
pellegrina rondinella.
E ognun con la sua voce naturale, / sospir di
flauto, sibilo di fiomba,
sussurro di strumento celestiale / o rauco suono di
tartarea tromba,
ognuno in segno di ringraziamento, / innalzi verso
il cielo il suo contento.
E tu paese mio, Orta, che sogni / tra il lago
azzurro e la collina verde,
che, provvido a ogni sorta di bisogni, / accogli
frati al Monte e in piazza… merde,
esulta perché il cielo a te propizio / non lasciò
mancar nulla all’orifizio.
Immagino che i suoi concittadini non abbiano capito.
O l’abbiano preso per matto…
Matto. La parola giusta. Del resto tutti noi che
amiamo il vino ci prendono un po’ per matti. Ma ai
miei amici è piaciuta, e come. Me l’avran fatta
ridire cento volte, che alla fine se la ricordavano
più loro di me..
Ma,
tornando a parlare seriamente, di progresso e di
problemi che il progresso apre, lei non si è
limitato a scriverne per scherzo. Ha scritto anche
pagine “serie”.
Immagino pensi a qualche mio articolo di giornale,
più che poesia, e a qualche racconto che ho scritto,
qua o là. Una volta me la sono presa con la
burocrazia: un problema già ai nostri tempi… e non
oso immaginare cosa deve essere ai vostri. Ci ho
scritto su Il paese della muffa. Potrei
citarti l’incipit. Poi, se vuoi, te lo vai a
leggerlo tutto…
«È il regno della burocrazia, l’acqua morta degli
uffici, il
mondo degli impiegati; tutta la malsana esalazione
che vien su da quel sistema di apparecchi
amministrativi i quali non sembrano avere altro
scopo che quello di tramutare in inchiostro ed in
carta, in statistiche, in elenchi e di seppellire in
un archivio – di volgere in muffa, in una parola –
le forze vive, le belle energie, le grandi funzioni
della società. I succhi, le virtù, le linfe, così,
destinati ad una efflorescenza gloriosa si
sperperano e si consumano in una tisica vegetazione
parassitaria. Tutta la vita moderna viene a
decomporsi qui: il commercio, la finanza,
l'industria, la politica, l'istruzione, l'arte
persino, soffrono di questo male, sono diventati un
monopolio della burocrazia e ridotti a pagar la
decima e a servir da vassalli a non so quante
legioni di ufficiali sedentari, e di capi sezione e
di capi divisione acefali».
Ma
hai scritto anche, più di cent’anni fa, del
riscaldamento della terra… Come ti è venuto in
mente?
Ah
sì. Quello è un racconto, che adesso non ricordo, e
farei fatica a ripeterti. Ma vedi noi “poeti”, o
meglio visionari, cantastorie, non vediamo a dieci
centimetri dal nostro naso, e ci facciamo del male,
andiamo a sbattere a destra e a manca. Ma poi ci
capita di vedere lontano… e come lontano. Mentre
voi, voi altri che non andate mai a sbattere,
nemmeno sapete dove state andando…
E c’è
qualcosa che avrebbe voluto scrivere, e non ha
scritto. Qualcosa di cui si sia pentito?
E
come no? Le mie invisibilissime pagine…
Potrei parlarne per ore e ore… sempre che tu ne
abbia pazienza. Se vuoi, te ne parlo: ma mettiti
comodo, perché ne avrò per un po’…
«Ognuno lavora come crede. Uno dei lavori più
graditi, per me, dei più appassionanti, il lavoro
dei lavori, è... non scrivere. Ci passerei tutta la
vita. Che gioia non annegare nel calamaio, non
torturare nel buio e nella materia dell'inchiostro
le idee, i sogni così felici di essere abbandonati
liberi a se stessi! Seguire le fantasie come vengono
e dove trascinano! Si lavora d'immaginazione,
e non è lavoro da tutti. Quanto a me, la mia fatica
di inveterato non scrittore – non volgare
fatica! – è di condurre, in pensiero, invisibili
penne all'assalto di invisibili fogli di carta alla
conquista ideale di volumi e volumi che non saranno
mai, altro che nella mia mente, e n’ho ogni
soddisfazione. Mi sono composto, così, dentro,
un'intera biblioteca, tutta opera mia, e di cui io
solo ho la chiave, e dove, modestamente, ci si può
trovar di tutto. Filosofia? Eccone tre volumi: 1°
Dio esiste; 2° L'uomo è cacciatore; 3° La
fregatura è ammessa. È la trascrizione dei dogmi
di una vecchia scuola romana, già presieduta da
Gandolin (che tempi!) ma in tema di filosofia nulla
si è mai trovato di così sano e in pari tempo di
così trascendentale, e ne ho fatto senz'altro e
comodamente la mia dottrina.
Politica? servitevi: Bon appétit, messieurs!
Naturalmente questi non sono che gli enunciati, i
frontespizi dei miei ponderosi trattati ma le
ipotetiche pagine che seguono la ipotetica copertina
non si contano... ed è una più sensata dell’altra.
La mia teoria, aiutata anche da una ben nota
indolenza la quale mi è stata fin qui di gran
conforto nella vita, è che le idee son fatte per
rimanere idee. Sono cose di lusso o pericolose che a
portarle sul mercato ci perdono o creano guai.
Quante idee – diventate fisse – hanno condotto al
manicomio, quante hanno trascinato gente a
massacrarsi. Il meglio è servirsene per esclusivo
uso interno. Lasciatele al loro stato di puro
spirito: è il solo modo per gioirne liberamente, il
solo che permetta di averne la mente di continuo
ventilata. Fermarsi a tradurne in atto, sia pure su
semplice carta, una, vuol dire farsene
tiranneggiare; vuol dire escludere tutte le altre
possibili; soffocare, forse per educare una rapa, i
mille e mille germi odorosi di un giardino
incantato. Corteggiatele tutte, le idee, non
sposatene nessuna. La tradirete o vi tradirà?
È grazie a questi sodi principi che di continuo
riesco a regalarmi alla fantasia invisibili
pagine meravigliose che scritte sarebbero sciupate.
E questo sia detto a certi amici i quali si sono
presa e si prendono – chissà perché – grandissima
cura della mia salute letteraria e non sanno darsi
pace – poveretti! – perché io non fabbrichi romanzi,
non affacci alle vetrine dei librai volumi e volumi
di novelle, non illustri il mio nome sui cartelloni
teatrali, non scriva – e ci sarebbe tanto da
guadagnare! – film cinematografiche, ed
altrettali e molte bellissime corbellerie consimili.
Sciagurati!
Scelgo, a caso, tra le ultime mie creazioni...
rimaste al loro stato increato. È un romanzo, e
s'intitola l'Insalata Russa. È un titolo
profondo.
Non pare, ma lo è: vuol significare la società dove,
come nell'insalata russa, c'è di tutto, dal tartufo
alla patata; la patata in prevalenza. È, come già
avete immaginato, un romanzo sociale, vale a dire un
racconto di calamità oscure, affatto simili – le
calamità – a tutte le altre non meno oscure relegate
negli altri angoli e la cui somma dà appunto questo
splendido totale: la vita dell’umanità. I personaggi
li riconoscete e riconoscete anche le comparse. C'è
tra loro qualche canaglia, me ne spiace, ma come
escludere le canaglie? La gente per bene, riposata e
riposante, fa un gran piacere averci a che fare,
personalmente, ma per una storia – e diciamo pure la
Storia – ci vuol altro! Senza anime birbe e senza
matti provati la sua trama sarebbe insulsa.
Il mondo savio, che ha la coscienza tranquilla, si
addormenterebbe volentieri e stagnerebbe, ma per
fortuna ci sono i perturbatori della pubblica quiete
e si va innanzi. Che volete, ogni potente elemento
di progresso è brutale, ed il bene, che per
sé stesso è passivo, non diventa una forza che in
quanto si mette a cimento contro il male.
Siccome questa consolante conclusione è quella
stessa a cui viene, tra i più vari episodi, colti
dal vero, la mia Insalata romantico-sociale,
voi già di qui ne sentite l'aroma.
E tiriamo via.
Pervinca
– andiamo avanti – Pervinca è una semplice
istoria, inquadrata in una dolorosa pittura della
vita campagnuola, di una brava figliola della terra
la quale, fin dalla più tenera infanzia, si sentiva
la vocazione di fare la balia.
Un cuore sotto una zuppiera
racconta le vicissitudini commoventi di una cuoca
innamorata di un poeta futurista e spiantato che lo
sfama all’insaputa dei suoi
padroni, e come qualmente la disgraziata,
presa ella pure, per contagio, dal delirio
immaginativo, credendosi perseguitata dagli sguardi
degli occhi... del brodo si avveleni col
prezzemolo... che si figura cicuta.
Le sventure del professor Pipa,
Il pomodoro azzurro, L’ultimo giorno di un
Palombaro, L'uomo dal naso di velluto,
sono, come già l'avrete capito, romanzi d'avventure.
Per esempio, Il dottor Felicissimo Zero ed il suo
Cimpanzé, uno di questa serie, contiene le
vicende del prefato dottore, scienziato e
filantropo, il quale per ritrovare i genitori e la
famiglia di uno cimpanzé (di nome Bartolomeo)
ereditato da un munifico benefattore intraprende un
pericoloso viaggio di esplorazione intorno al
Sotto Nilo verdognolo, nel centro più buio del
Continente Nero, in paesi dove il cannibalismo
costituisce la sola industria nazionale e dove solo
può sfuggire alla sorte di essere mangiato vivo
sposando una cannibalessa che si era innamorata di
lui. Non vi starò a riassumere e nemmeno ad
enumerare le peripezie del fortunosissimo viaggio.
Mi limiterò per darvi un saggio dello stile, a
citarvi un brano...
“Tolto dal taccuino del Dottore – 31 febbraio
(calendario makkarakka) – Avanziamo lentamente e con
prudenza di serpenti, allo scopo precisamente di
evitare questi ultimi (com’è naturale, a sonagli).
Li sentiamo intorno suonare a tutte le ore, alle
mezz'ore, ai quarti. Il mio cronometro ritarda 65
minuti sull’ora dei serpenti. Bartolomeo è inquieto
ed ha voluto che gli facessi una puntura di morfina.
L’erba è così alta e così fitta che per scrivere
queste note sono costretto di tener levato il mio
taccuino al di sopra della testa. Domani...” Ma
questo saggio basterà».
Direi
che può bastare…Mi ha quasi sfinito. Meglio chiudere
con una poesia. Ce ne è una che mi vuol dire, una
cui è legato in modo particolare?
Potrei dirti quella del mio funerale. Mi pare
proprio giusta per chiudere…e ti ringrazio della
pazienza. Se te la devo dire tutta anche qui, nel
mondo in cui sono, ogni tanto ci si annoia. E dunque
ti ringrazio per quest’ora che mi hai costretto a
ricordare. Mi hai fatto sentire di nuovo giovane…
Ernesto Ragazzoni d’Orta… Dunque, il mio funerale:
Quando, uditemi amici, quando avvenga / che questa
che mi rosica cirrosi
il
fegato e dintorni m’abbia rosi, / come cirrosi fa
che si convenga,
quando il medico, chiusa la sua cura, / ordinerà
«portatelo pur via!»,
io
voglio, per andar a casa mia / sottoterra, una magna
sepoltura.
Ravvivatemi a tocchi di carmino / sapientemente la
figura smunta;
questo fate, e indoratemi la punta / del naso e
spruzzolatemi di vino
odoroso, che non m’abbia più l'aspetto / di un
comune cadavere, e i capelli
fatemi tutti di vïola belli / e un non mai visto
m'abbia cataletto.
Trascinino la mia spoglia mortale / sei porcellini
tinti in verde e giallo
e
Francesco Pastonchi, alto, a cavallo, / proclami
«Che stupendo funerale!».
Cento musici in abito d’arconte / annunzino la mia
corsa a Plutone
soffiando ampi venti di polmone / in cave corna di
rinoceronte.
E
cento bande strepitino poi / di strumenti impensati,
impreveduti:
clisocorni, arcoflauti, fiascoimbuti, / trombicefali
ed arpe-innaffiatoi.
Accorrano le turbe al pio passaggio / e a strilli,
ad urla, a voci mozze e mezze,
si
narrino le mie scelleratezze / e mi paia d’udire il
lor linguaggio:
«Era il Gran Kan, il Padiscià degli orsi, / dei
Bramini ridea, come di paria,
era padrone di un castello in aria / e si beveva il
cielo in quattro sorsi.
«Viveva nei più luridi angiporti... / non aveva la
testa troppo salda...
mangiava il cardo con la bagna calda / di notte in
compagnia di beccamorti».
Infine sempre mi si tolga al sole / in una cripta, a
un labirinto in fondo;
e
tutti quanti i fior che sono al mondo, / tralci di
rose, cespi di vïole,
effondano la loro primavera / fin giù nel buio delle
mie caverne.
Ma
siccome son io ch'ho da goderne, / i miei fiori
piantateli in maniera
che le radici siano volte in alto / e le corolle
sboccino sotterra...
Di
sopra al sasso poi che mi rinserra / questa epigrafe
scrivasi in ismalto:
«Qui giace
ERNESTO RAGAZZONI D’ORTA
– / nacque l'otto
gennaio mille ed otto–
centosettanta» e, sotto, questo motto: / «D'essere
stato vivo non gl'importa».
Giuseppe Landonio
Ps: La foto di Ernesto Ragazzoni è tratta dal
portale
www.orta.net.
(www.excursus.org,
anno I, n. 5, dicembre 2009)
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