Anno I              n.5                     Dicembre 2009

La biblioteca di un uomo è una specie di harem (Ralph Waldo Emerson)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il vaso di Pandora

 

Intervista impossibile

ad Ernesto Ragazzoni

 di Giuseppe Landonio

In scena per ricordare il poeta  

 di Orta. Ma anche per riflessioni

sul senso della vita e dell'arte

 

 

 

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Anticipiamo il testo di uno spettacolo teatrale, che sarà in scena nel giugno 2010 presso la Sala "Achille Grandi" del Centro Cooperazione Formazione e Lavoro di Canegrate (Mi), con il patrocinio della Fondazione delle Iniziative Sociali Canegratesi. Si tratta di un’intervista impossibile al poeta Ernesto Ragazzoni d’Orta (1870-1920). Il testo è stato elaborato da Giuseppe Landonio, mentre la messa in scena sarà a cura di Alessandro Tacconi.

(La Redazione)

 

Chi è lei, buonuomo? Posso anzi chiamarla buonanima?

Buonanima sì, che sono morto. Io sono, anzi fui, Ragazzoni. Ernesto Ragazzoni d’Orta.

 

Il poeta, dunque?

Poeta, che parola! Al massimo cantastorie, guitto, magari sognatore… Ma mi vedi messo al pari d’un Dante o d’un Leopardi?

 

Beh, ho letto qualcosa di lei, e non l’ho trovato così male…

Dipende… Io ho scritto solo per divertirmi, e per divertire. Vedi: mi piaceva soprattutto colpire gli amici, stupirli. A volte inventavo filastrocche senza senso…

Molte non le ho neppure scritte: le inventavo lì per lì, e poi le dimenticavo. Direi anzi che la maggioranza le ho dimenticate.

 

È un peccato, perché quelle che ho letto mi hanno divertito…

Ma sono solo un gioco, uno scherzo. Come quella sera che ho messo insieme tutte rime tronche… Dovevo aver bevuto più del solito… Qualcosa mi ricordo ancora…

 

In cravatta bianca e in frac, / alla sera i crocchi chic / tra le chicchere e i pic-nic

e gli alchermes e i cognac, / con gran pose alla Van-Dyck, / ascoltando Grieg o Bach,

in cravatta bianca o in frac, / alla sera i crocchi chic, / se la ridon del Degiàc

e dei ras di Menelik; / ma l'Italia che fé cric, / jeri, in breve farà crac...

in cravatta bianca e in frac.

Pur noi in barba agli Abbacùc, / che impinguati di beefsteaks, / dietro un fumo di giubèk, / profetizzano il zurùch, / da quei negri del cibùc, / Roma avrà il salamelèc,

sempre in barba agli Abbacùc / impinguati di beefsteaks;/ e col comodo di Cook,

o di Chiari, e d'uno chèque, / ce n'andremo fin là in break / a sonarci Grieg o Gluck,

sempre in barba agli Abbacùc.

 

Beh, niente male, divertente. Un modo di prendere in giro l’inquinamento della nostra lingua…

Giuro che non ci avevo pensato. Per me era solo uno scherzo. Avrei potuto andare avanti ancora a lungo… Sai, eravamo proprio una bella compagnia di sciamannati. Ci trovavamo la sera a Novara, al club Unione. Ognuno raccontava qualcosa, non importa se vera o inventata… sicuramente il più delle volte inventata. E io attaccavo con qualcuna delle mie sciocchezze. Facevamo quasi mattina, ridendo e bevendo… Che bevute! Quelle sì che me lo ricordo… non mi ricordo come facevo ad arrivare a casa. Qualche volta mi svegliavo su di una panchina, nel parco… Ma ci divertivamo, e come ci divertivamo…

 

Quindi, il suo rapporto col pubblico…

Che bisogno c’è del pubblico? Il gran pubblico se ne è sempre infischiato della poesia. Il pubblico a cui tengo sono gli amici. Gli altri? Ma esistono altri interessanti? Pubblicare i miei versi? E perché? Io non troverei un editore. E poi, lasciamo andare, a me i miei versi piace cantarmeli e godermeli in segreto.

Quando non ci sarò più (cioè adesso) se qualche amico di buona volontà vorrà raccogliere le mie poesie e i miei scritti, non potrò certo oppormi. Ma, prego, se qualcuno farà la prefazione, non mi prenda troppo sul serio. Non dica, per esempio: “ER nacque ai tanti del mese dell’anno tale, e morì…” come se si trattasse di un uomo celebre qualunque. E se aggiungesse poi che studiai all’Istituto tecnico di Novara e che ebbi il diploma di ragioniere? Penso che sarebbe buffo far sapere al mondo che quel mattacchione di Ragazzoni era ragioniere… Del resto la mia epigrafe, sulla mia tomba, me la sono scritta da me: “QUI GIACE ERNESTO RAGAZZONI D’ORTA – NATO L’OTTO GENNAIO MILLE E OTTOCENTOSETTANTA – e sotto questo motto:  D’ESSERE STATO VIVO NON GL’IMPORTA”.

 

E che volevate dire, con questo?

Che la vita… è un soffio, uno sputo. Tutto quel darsi da fare, di tutta quella gente, per poi non raccogliere nulla e finire in polvere, proprio come me. Se si pensasse a quanto poco valgono le cose che facciamo, quello per cui ci arrabattiamo, le ricchezze, gli onori, le guerre… non varrebbero più di un pugno di mosche… C’è una poesia che sento mia più di qualsiasi altra, e che adesso voglio dire:

 

Se ne vedono pel mondo / che son osti… cavadenti / boja, eccetera… o, secondo

le fortune, grandorienti; / c’è chi taglia e cuce brache, / chi leoni addestra in gabbia,

chi va in cerca di lumache, / ... / io fo buchi nella sabbia.

 

I poeti, anime elette, / riman laudi e piagnistei / per l’amore di Giuliette

di cui mai sono i Romei; / i fedeli questurini / metton argini alla rabbia

dei colpevoli assassini; / ... / io fo buchi nella sabbia.

 

Sento intorno anometto i / che ci sono altri mestieri... / bravi; a voi! Scolpite marmi,

combattete il beri-beri, / allevate ostriche a Chioggia, / filugelli in Cadenabbia

fabbricate parapioggia, / ... / io fo buchi nella sabbia.

 

O cogliete la cicoria / od allori. A voi! Dio v’abbia / tutti e quanti in pace, in gloria!

/ ... / io fo buchi nella sabbia.

 

Capisco che con questo poetare dissacrante si sarà fatto dei nemici…

E chi se ne importa? Io le poesie me le sono scritte per me e per gli amici. Degli altri, quelli che chiami “nemici” non me ne importa proprio nulla. Che Dio se ne abbia in gloria! Del resto, lo sai qual è l’animale per cui ho provato simpatia al punto da dedicargli un’intera mia poesia? Il verme solitario. E ne vado fiero. Quasi fosse un capolavoro. L’elegia del verme solitario. Cosa credi, che nelle scuole potrebbero insegnare siffatte schifezze, e che le antologie potrebbero riportarle? Ma chi se ne importa. Io me la sono scritta per me…

 

Solo è Allah nel Paradiso / del Profeta anometto / solo è il naso in mezzo al viso

solo è il celibe nel letto, / ma nessun, da Polo a Polo, / come me sul globo è solo,

né mai fu, per quanto germe / ebbe lune del lunario, / perch’io solo sono il verme

lungo verme / cupo verme / cieco verme / bieco verme / triste verme / solitario.

 

Solitario sulla vetta / della torre antica è il passero / solitario. È la vedetta

solitaria in cima al cassero, / solitario è il soldo, o duolo, / del tapin ch’à un soldo solo,

solo andava il cieco inerme / e ben noto Belisario, / ma il più sol di tutti è il verme

lungo verme / cupo verme / cieco verme / bieco verme / triste verme / solitario.

 

Tutte l’altre creature / hanno moglie od hanno figli: / i canguri han le cangure

i conigli han le coniglie, / ’api accoppiansi nell’aria / e persin la dromedaria

tra le sabbie nude ed erme / a il fedele dromedario. / Il più sol di tutti è il verme

lungo verme / cupo verme / cieco verme / bieco verme / triste verme / solitario.

 

Una vaga fantasia / alle volte pur mi coglie, / la mia mente vola via

e m’immagino aver moglie, / mi par d’essere, o cuccagna, / un bel nastro, una lasagna…

non più fitto in membra inferme / nel mio vil penitenziario / e non più essere un verme

lungo verme / cupo verme / cieco verme / bieco verme / triste verme / solitario.

 

Nastro a volte mi figuro / di annodarmi intorno a un collo / di fanciulla esile e puro.

In intingoli di pollo / altre volte invece parmi / da lasagna intingolarmi.

Il mio cor si tuffa in terme / di speranza… ed al contrario / resto sempre il verme, il verme

lungo verme / cupo verme / cieco verme / bieco verme / triste verme / solitario.

 

Pure il giorno verrà, il giorno / che uscirò fuori a vedere / come è fatto il mondo intorno

miserere, miserere, / finirò la vita trista / nel boccal di un farmacista

pieno d’alcool ed erme- / ticamente funerario, / perché io non son che il verme

lungo verme / cupo verme / cieco verme / bieco verme / triste verme / solitario.

 

Ma, per la verità, non è l’unica poesia che ha dedicato a un animale. C’è ad esempio quell’altra, che ho trovato in un’antologia, e che parla di cani, e di cani proletari…

Ah si, ricordo. Ma mi piace di meno. L’avevo scritta per prendere in giro i tempi e la politica. Sai, m’ero fatta la fama dell’anarchico, del socialista. Non che io credessi alla politica. Non faceva per me. Ma se proprio dovevo scegliere, avrei fatto il rivoluzionario, mica il conservatore. E allora ai miei cani ho dedicato un inno, un inno di riscossa. Ma non a tutti: perché dei cani dei signori, quelli che gli dan da mangiare due volte al giorno e che magari li coprono per il freddo, quelli li compatisco, perché non sono cani. L’inno l’ho dedicato ai cani-cani, ai cani paria, ai cani senza tetto, appunto, ai cani proletari. Nemmeno lo ricordo tutto, ma il finale sì, me lo ricordo…

 

Ah! Non più vita da cani, / o miei cani! Ed io non dubito / che potreste da domani

esser liberi e anche subito, / se un po’ meno compiacenti,

e un po’ meno all’uomo accoliti / digrignaste meglio i denti / come spesso noi siam soliti.

Cani, è in simile maniera / che sappiam farci obbedir… / Su! … alla libera bandiera

splende il sol dell’avvenir!

 

Una poesia “politica”. Ha mai pensato di dedicarsi alla politica, di cimentarsi in quel campo, di fare qualcosa per gli altri, o anche solo per se stesso?

La politica? Ma te lo vedi Ernesto Ragazzoni in politica? E quanto ci sarei rimasto? Un giorno o due… e poi m’avrebbero fatto fuori! La politica non faceva proprio per me, o io ero l’opposto per far politica… Non che mi facesse schifo, ma niente di più distante…che una pinna dal firmamento! Per far politica occorre credere in se stessi, molto, prendersi sul serio, e poi avere fiducia un po’ negli altri. Io… niente di tutto questo. E quanto a credere… solo il teorema di Pitagora. Ci ho scritto su una poesia, e di quella sì ne vado fiero…

 

I tempi sono tristi! Il vecchio mondo s’usa / a trascinarsi il fianco nel giro dei pianeti!

Le balene si fan sempre più rare, i feti / voglion dar fuoco all’alcool ove la vita han chiusa.

Per consolarti, o povera anima mia, ripeti: / il quadrato costrutto sovra l’ipotenusa

è la somma di quelli fatti sui due cateti.

 

Anima mia, rammenti? Dall’ombre d’oggi illusa,

questo non ti riporta al raggio dei dì lieti? / O che non ci fiorivano nel cuor tutti i roseti

al tempo in cui a zuffa coll’algebra confusa, / sui banchi imparavamo, monelli irrequïeti,

che il quadrato costrutto sovra l’ipotenusa / è la somma di quelli fatti sui due cateti?

 

Ora, i tempi a mal volgono. L’un polo l’altro accusa

di accaparrarsi il ghiaccio, e sono ambo inquieti;

l’oche pretendon esser – ahimè! – cigni; i poeti

annegano in tropp’acqua il vino della musa; / le questioni scottanti brucian tutti i tappeti;

ma il quadrato costrutto sovra l’ipotenusa / è la somma di quelli fatti sui due cateti.

 

Il cannone, Tamagno delle battaglie, abusa

della sua voce, e fulmina. – O dunque, dai roveti

ardenti più non parlano i Jeova ai profeti? / Non tentenna la terra a un guardo di Medusa?

Un mane, techel, phares è a tutte le pareti…

Ma il quadrato costrutto sovra l’ipotenusa / è la somma di quelli fatti sui due cateti.

 

La vita è una prigione in che l’anima hai chiusa,

uomo, ed invano brancoli cercando alle pareti. / Sono di là da quelle i bei fonti segreti

ove tu aneli, e dove la pura gioia è fusa.

Qui, solo hai qualche gocciola di ver per le tue seti.

Il quadrato costrutto sovra l’ipotenusa / è la somma di quelli fatti sui due cateti.

 

 

Dalle poesie che ho letto, si direbbe che ha molto viaggiato: dall’Africa alla Lapponia. O è solo fantasia?

Fantasie, tutte fantasie. È già tanto se da Orta sono andato a Novara, e da lì a Torino: ma per lavoro, solo per lavoro. Poi sono stato anche a Parigi (facevo il corrispondente della Stampa). Ma oltre quello non ho mai viaggiato. Non ne avevo la voglia e neanche il tempo. I miei viaggi? Da una cantina all’altra, con gli amici. E dopo un po’ di bicchieri ti sembra di viaggiare, puoi anche andare in capo al mondo. Perfino in Lapponia, che non so nemmeno dove sia. Ma mi faceva ridere immaginare come dovesse vivere quella gente, in mezzo a tutto quel freddo, che gli ho dedicato una poesia: la Laude dei pacifici lapponi e dell'olio di merluzzo.

 

Va bene per i lapponi. Ma l’Africa, come le è venuta in mente. Anche quella solo una fantasia?

Fantasia, fantasia allo stato puro. Anche se di Africa, ai miei tempi, si continuava a parlare, per via di quelle continue guerre di conquista, che io non potevo sopportare. E allora, mi sono messo nei panni dei poveri africani e ci ho scritto su una poesia. Magari daranno anche a me del razzista, o peggio del colonialista. Ma ti giuro che non è così. Gli africani mi stanno simpatici, e come.

 

Senta, mi tolga una curiosità. Il suo rapporto con il mondo “moderno”, e con l’innovazione. Lei ha detto che sarebbe stato rivoluzionario, e non conservatore. Ma intanto, nelle sue poesie quasi sempre si scaglia contro il progresso, che sia l’elettricità o il primo vespasiano pubblico d’Orta: non c’è contraddizione?

Certo che c’è contraddizione. Mi contraddico, dunque sono. Ma quando parlavo di rivoluzionario, parlavo d’esserlo “dentro”, non nei modi esteriori. Il progresso… spesso ci porta indietro. Ci fa meno padroni del nostro tempo e delle nostre convinzioni. Il progresso ci costringe a essere diversi da come siamo. E allora si può essere conservatori nei modi e dentro… rivoluzionari. Non so se mi spiego… Ma adesso, ad esempio, che sono passato a miglior vita (e ci sto bene, come ci sto bene…) e vi guardo correre di qua e di là, dentro quei macinini, oppure passare ore e ore attaccati a quei cazzicchi che portate agli orecchi e gli parlate pure dentro, mi fate pena, come mi fate pena… e ringrazio d’essere qui, con tutto il mio tempo a disposizione. Per questo ho scritto l’ode dei culi d’Orta. Vedevo lontano, e come. Più lontano di voi. Un progresso il vespasiano? Forse… ma intanto vi siete negati una delle più grandi, e vere gioie della vita: cacare all’aria aperta, come tutti gli animali di questo mondo, e non doverlo fare al chiuso, quasi vergognandosi, e respirare miasmi invece che i bei profumi dei campi. Sì l’apoteosi dei culi d’Orta è proprio una signora poesia. Ne vado fiero…

 

Culi d’Orta, esultate! O culi avvezzi, / quando mettete a nudo il pensier vostro,
a cercare un asil con tutti i mezzi, / come pudiche monache in un chiostro;
culi costretti ai luoghi ignoti e soli / all’ombra dei deserti muriccioli.
Culi che conoscete la puntura, / fra i grigi sassi dell’audace ortica,
onde se avvien che in qualche congiuntura / udiate il passo di persona amica,
e voi, timidi, al pari di lumache / tornate a rimpiattarvi nelle brache.
Culi randagi, che un desio ribelle / spinge talora a pitturar sul Monte
i bei pilastri delle pie cappelle; / culi d’Orta, levate alta la fronte!
Finito è il tempo più malvagio ed empio: / Orta vi eresse finalmente un tempio.
O che cuccagna, culi miei, che bazza! / non più i luoghi remoti o il nudo scoglio,
ma la gloria e il trionfo della piazza: / non più gli anditi bui, ma il Campidoglio.
O culi, voi ben lo potete dire / che vi è spuntato il sol dell’avvenire.
Per amor vostro mani premurose, / che d’ogni pianto asciugano le stille,
han tratto fuori da miniere ascose / dei biglietti magnifici da mille,
e, per il buon buco vostro, con islancio, / ne han fatto uno pure nel bilancio!
Lodate dunque, culi d’Orta, i cieli! / Culatelli innocenti degli asili,

immensi tafanari irti di peli, / culi di tutti i sessi e tutti i stili,

ognuno di voi parli in sua favella, / come la pellegrina rondinella.
E ognun con la sua voce naturale, / sospir di flauto, sibilo di fiomba,
sussurro di strumento celestiale / o rauco suono di tartarea tromba,
ognuno in segno di ringraziamento, / innalzi verso il cielo il suo contento.
E tu paese mio, Orta, che sogni / tra il lago azzurro e la collina verde,
che, provvido a ogni sorta di bisogni, / accogli frati al Monte e in piazza… merde,
esulta perché il cielo a te propizio / non lasciò mancar nulla all’orifizio.

 

Immagino che i suoi concittadini non abbiano capito. O l’abbiano preso per matto…

Matto. La parola giusta. Del resto tutti noi che amiamo il vino ci prendono un po’ per matti. Ma ai miei amici è piaciuta, e come. Me l’avran fatta ridire cento volte, che alla fine se la ricordavano più loro di me..

 

Ma, tornando a parlare seriamente, di progresso e di problemi che il progresso apre, lei non si è limitato a scriverne per scherzo. Ha scritto anche pagine “serie”.

Immagino pensi a qualche mio articolo di giornale, più che poesia, e a qualche racconto che ho scritto, qua o là. Una volta me la sono presa con la burocrazia: un problema già ai nostri tempi… e non oso immaginare cosa deve essere ai vostri. Ci ho scritto su Il paese della muffa. Potrei citarti l’incipit. Poi, se vuoi, te lo vai a leggerlo tutto…

 

«È il regno della burocrazia, l’acqua morta degli uffici, il mondo degli impiegati; tutta la malsana esalazione che vien su da quel sistema di apparecchi amministrativi i quali non sembrano avere altro scopo che quello di tramutare in inchiostro ed in carta, in statistiche, in elenchi e di seppellire in un archivio – di volgere in muffa, in una parola – le forze vive, le belle energie, le grandi funzioni della società. I succhi, le virtù, le linfe, così, destinati ad una efflorescenza gloriosa si sperperano e si consumano in una tisica vegetazione parassitaria. Tutta la vita moderna viene a decomporsi qui: il commercio, la finanza, l'industria, la politica, l'istruzione, l'arte persino, soffrono di questo male, sono diventati un monopolio della burocrazia e ridotti a pagar la decima e a servir da vassalli a non so quante legioni di ufficiali sedentari, e di capi sezione e di capi divisione acefali».

 

Ma hai scritto anche, più di cent’anni fa, del riscaldamento della terra… Come ti è venuto in mente?

Ah sì. Quello è un racconto, che adesso non ricordo, e farei fatica a ripeterti. Ma vedi noi “poeti”, o meglio visionari, cantastorie, non vediamo a dieci centimetri dal nostro naso, e ci facciamo del male, andiamo a sbattere a destra e a manca. Ma poi ci capita di vedere lontano… e come lontano. Mentre voi, voi altri che non andate mai a sbattere, nemmeno sapete dove state andando…

 

E c’è qualcosa che avrebbe voluto scrivere, e non ha scritto. Qualcosa di cui si sia pentito?

E come no? Le mie invisibilissime pagine… Potrei parlarne per ore e ore… sempre che tu ne abbia pazienza. Se vuoi, te ne parlo: ma mettiti comodo, perché ne avrò per un po’…

 

«Ognuno lavora come crede. Uno dei lavori più graditi, per me, dei più appassionanti, il lavoro dei lavori, è... non scrivere. Ci passerei tutta la vita. Che gioia non annegare nel calamaio, non torturare nel buio e nella materia dell'inchiostro le idee, i sogni così felici di essere abbandonati liberi a se stessi! Seguire le fantasie come vengono e dove trascinano! Si lavora d'immaginazione, e non è lavoro da tutti. Quanto a me, la mia fatica di inveterato non scrittore – non volgare fatica! – è di condurre, in pensiero, invisibili penne all'assalto di invisibili fogli di carta alla conquista ideale di volumi e volumi che non saranno mai, altro che nella mia mente, e n’ho ogni soddisfazione. Mi sono composto, così, dentro, un'intera biblioteca, tutta opera mia, e di cui io solo ho la chiave, e dove, modestamente, ci si può trovar di tutto. Filosofia? Eccone tre volumi: 1° Dio esiste; 2° L'uomo è cacciatore; 3° La fregatura è ammessa. È la trascrizione dei dogmi di una vecchia scuola romana, già presieduta da Gandolin (che tempi!) ma in tema di filosofia nulla si è mai trovato di così sano e in pari tempo di così trascendentale, e ne ho fatto senz'altro e comodamente la mia dottrina.

Politica? servitevi: Bon appétit, messieurs! Naturalmente questi non sono che gli enunciati, i frontespizi dei miei ponderosi trattati ma le ipotetiche pagine che seguono la ipotetica copertina non si contano... ed è una più sensata dell’altra.

La mia teoria, aiutata anche da una ben nota indolenza la quale mi è stata fin qui di gran conforto nella vita, è che le idee son fatte per rimanere idee. Sono cose di lusso o pericolose che a portarle sul mercato ci perdono o creano guai.

Quante idee – diventate fisse – hanno condotto al manicomio, quante hanno trascinato gente a massacrarsi. Il meglio è servirsene per esclusivo uso interno. Lasciatele al loro stato di puro spirito: è il solo modo per gioirne liberamente, il solo che permetta di averne la mente di continuo ventilata. Fermarsi a tradurne in atto, sia pure su semplice carta, una, vuol dire farsene tiranneggiare; vuol dire escludere tutte le altre possibili; soffocare, forse per educare una rapa, i mille e mille germi odorosi di un giardino incantato. Corteggiatele tutte, le idee, non sposatene nessuna. La tradirete o vi tradirà?

È grazie a questi sodi principi che di continuo riesco a regalarmi alla fantasia invisibili pagine meravigliose che scritte sarebbero sciupate.

E questo sia detto a certi amici i quali si sono presa e si prendono – chissà perché – grandissima cura della mia salute letteraria e non sanno darsi pace – poveretti! – perché io non fabbrichi romanzi, non affacci alle vetrine dei librai volumi e volumi di novelle, non illustri il mio nome sui cartelloni teatrali, non scriva – e ci sarebbe tanto da guadagnare! – film cinematografiche, ed altrettali e molte bellissime corbellerie consimili. Sciagurati!

Scelgo, a caso, tra le ultime mie creazioni... rimaste al loro stato increato. È un romanzo, e s'intitola l'Insalata Russa. È un titolo profondo.

Non pare, ma lo è: vuol significare la società dove, come nell'insalata russa, c'è di tutto, dal tartufo alla patata; la patata in prevalenza. È, come già avete immaginato, un romanzo sociale, vale a dire un racconto di calamità oscure, affatto simili – le calamità – a tutte le altre non meno oscure relegate negli altri angoli e la cui somma dà appunto questo splendido totale: la vita dell’umanità. I personaggi li riconoscete e riconoscete anche le comparse. C'è tra loro qualche canaglia, me ne spiace, ma come escludere le canaglie? La gente per bene, riposata e riposante, fa un gran piacere averci a che fare, personalmente, ma per una storia – e diciamo pure la Storia – ci vuol altro! Senza anime birbe e senza matti provati la sua trama sarebbe insulsa.

Il mondo savio, che ha la coscienza tranquilla, si addormenterebbe volentieri e stagnerebbe, ma per fortuna ci sono i perturbatori della pubblica quiete e si va innanzi. Che volete, ogni potente elemento di progresso è brutale, ed il bene, che per sé stesso è passivo, non diventa una forza che in quanto si mette a cimento contro il male.

Siccome questa consolante conclusione è quella stessa a cui viene, tra i più vari episodi, colti dal vero, la mia Insalata romantico-sociale, voi già di qui ne sentite l'aroma.

E tiriamo via.

Pervinca – andiamo avanti – Pervinca è una semplice istoria, inquadrata in una dolorosa pittura della vita campagnuola, di una brava figliola della terra la quale, fin dalla più tenera infanzia, si sentiva la vocazione di fare la balia.

Un cuore sotto una zuppiera racconta le vicissitudini commoventi di una cuoca innamorata di un poeta futurista e spiantato che lo sfama all’insaputa dei suoi padroni, e come qualmente la disgraziata, presa ella pure, per contagio, dal delirio immaginativo, credendosi perseguitata dagli sguardi degli occhi... del brodo si avveleni col prezzemolo... che si figura cicuta.

Le sventure del professor Pipa, Il pomodoro azzurro, L’ultimo giorno di un Palombaro, L'uomo dal naso di velluto, sono, come già l'avrete capito, romanzi d'avventure. Per esempio, Il dottor Felicissimo Zero ed il suo Cimpanzé, uno di questa serie, contiene le vicende del prefato dottore, scienziato e filantropo, il quale per ritrovare i genitori e la famiglia di uno cimpanzé (di nome Bartolomeo) ereditato da un munifico benefattore intraprende un pericoloso viaggio di esplorazione intorno al Sotto Nilo verdognolo, nel centro più buio del Continente Nero, in paesi dove il cannibalismo costituisce la sola industria nazionale e dove solo può sfuggire alla sorte di essere mangiato vivo sposando una cannibalessa che si era innamorata di lui. Non vi starò a riassumere e nemmeno ad enumerare le peripezie del fortunosissimo viaggio. Mi limiterò per darvi un saggio dello stile, a citarvi un brano...

Tolto dal taccuino del Dottore – 31 febbraio (calendario makkarakka) – Avanziamo lentamente e con prudenza di serpenti, allo scopo precisamente di evitare questi ultimi (com’è naturale, a sonagli). Li sentiamo intorno suonare a tutte le ore, alle mezz'ore, ai quarti. Il mio cronometro ritarda 65 minuti sull’ora dei serpenti. Bartolomeo è inquieto ed ha voluto che gli facessi una puntura di morfina. L’erba è così alta e così fitta che per scrivere queste note sono costretto di tener levato il mio taccuino al di sopra della testa. Domani...” Ma questo saggio basterà».

 

Direi che può bastare…Mi ha quasi sfinito. Meglio chiudere con una poesia. Ce ne è una che mi vuol dire, una cui è legato in modo particolare?

Potrei dirti quella del mio funerale. Mi pare proprio giusta per chiudere…e ti ringrazio della pazienza. Se te la devo dire tutta anche qui, nel mondo in cui sono, ogni tanto ci si annoia. E dunque ti ringrazio per quest’ora che mi hai costretto a ricordare. Mi hai fatto sentire di nuovo giovane… Ernesto Ragazzoni d’Orta… Dunque, il mio funerale:

 

Quando, uditemi amici, quando avvenga / che questa che mi rosica cirrosi

il fegato e dintorni m’abbia rosi, / come cirrosi fa che si convenga,

quando il medico, chiusa la sua cura, / ordinerà «portatelo pur via!»,

io voglio, per andar a casa mia / sottoterra, una magna sepoltura.

 

Ravvivatemi a tocchi di carmino / sapientemente la figura smunta;

questo fate, e indoratemi la punta / del naso e spruzzolatemi di vino

odoroso, che non m’abbia più l'aspetto / di un comune cadavere, e i capelli

fatemi tutti di vïola belli / e un non mai visto m'abbia cataletto.

 

Trascinino la mia spoglia mortale / sei porcellini tinti in verde e giallo

e Francesco Pastonchi, alto, a cavallo, / proclami «Che stupendo funerale!».

 

Cento musici in abito d’arconte / annunzino la mia corsa a Plutone

soffiando ampi venti di polmone / in cave corna di rinoceronte.

 

E cento bande strepitino poi / di strumenti impensati, impreveduti:

clisocorni, arcoflauti, fiascoimbuti, / trombicefali ed arpe-innaffiatoi.

 

Accorrano le turbe al pio passaggio / e a strilli, ad urla, a voci mozze e mezze,

si narrino le mie scelleratezze / e mi paia d’udire il lor linguaggio:

 

«Era il Gran Kan, il Padiscià degli orsi, / dei Bramini ridea, come di paria,

era padrone di un castello in aria / e si beveva il cielo in quattro sorsi.

«Viveva nei più luridi angiporti... / non aveva la testa troppo salda...

mangiava il cardo con la bagna calda / di notte in compagnia di beccamorti».

 

Infine sempre mi si tolga al sole / in una cripta, a un labirinto in fondo;

e tutti quanti i fior che sono al mondo, / tralci di rose, cespi di vïole,

effondano la loro primavera / fin giù nel buio delle mie caverne.

 

Ma siccome son io ch'ho da goderne, / i miei fiori piantateli in maniera

che le radici siano volte in alto / e le corolle sboccino sotterra...

Di sopra al sasso poi che mi rinserra / questa epigrafe scrivasi in ismalto:

 

«Qui giace ERNESTO RAGAZZONI D’ORTA – / nacque l'otto gennaio mille ed otto–

centosettanta» e, sotto, questo motto: / «D'essere stato vivo non gl'importa».

 

Giuseppe Landonio

 

Ps: La foto di Ernesto Ragazzoni è tratta dal portale www.orta.net.

 

(www.excursus.org, anno I, n. 5, dicembre 2009)

 

            

                 

 

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

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