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Analisi semiotica della musica “giovanile”… di
generazione in generazione. Il volume Dai beat
alla generazione dell’I-Pod. Le culture musicali
giovanili di Lucio Speziante (Carocci, pp. 152,
€ 19,00) si dimostra una valida guida per chi vuole
conoscere o approfondire la cultura musicale degli
ultimi sessant’anni.
Il punto focale di questo libro è senza dubbio
l’analisi quasi “sociologica” dei singoli movimenti
musicali, delle mode, delle avanguardie, delle
influenze sui giovani, che hanno portato (o
contribuito) in alcuni casi a cambiamenti epocali
nella nostra società. Di paragrafo in paragrafo
Speziante elenca e sviscera i variegati generi
musicali prodotti tra il Secondo Dopoguerra e i
giorni nostri, approfondendo di volta in volta i
personaggi, le figure chiave, le ragioni scatenanti
e i movimenti che ne sono scaturiti.
È un’analisi rigorosamente “non cronologica”, ed è
qui che il testo dimostra il suo piglio tutto
sociologico, poiché ogni singolo capitolo potrebbe
essere potenzialmente una storia a se stante, una
breve analisi, una pillola per spiegare come
ascoltavano la musica e che musica ascoltavano i
nostri fratelli maggiori, i nostri zii, i nostri
padri. L’aspetto commerciale/industriale ammantato
di business è invece quasi totalmente tralasciato
(tranne che per la annosa questione Mp3-Internet),
riservando più spazio ai testi (con relative
traduzioni), all’humus culturale che ha generato
questa o quella moda e ai tanti rimandi presenti nei
generi più moderni verso i generi passati.
E si accendono dei riflettori anche su realtà meno
note: ottima la descrizione della New York più
sotterranea e nera di fine anni Sessanta, con i
Velvet Underground & Nico, nati e cresciuti
nella Factory di Andy Warhol, e della loro
musica così sinistra, cupa, dei loro testi pieni di
street-life (zeppi di spacciatori,
prostitute, tossicodipendenti etc.), in così netta
contrapposizione con il flower-power
dilagante sulla costa opposta degli Usa. Così come
non delude la descrizione dell’insieme di band nate
alla fine dei Settanta nel mitico locale Cbgb’s,
scena musicale che portò alla ribalta gruppi come il
Patti Smith Group, i Romones, i
Talking Heads, i Blondie, che tanto
prendevano, nell’atteggiamento non convenzionale, da
quei Velvet Undergound della New York di
dieci anni prima. È addirittura presente un
paragrafo tutto dedicato al Krautrock, il
rock di matrice teutonica che si trasformò ben
presto in elettronica d’avanguardia e offri un punto
di vista assolutamente nuovo all’intero panorama
musicale mondiale, dando lo spunto sia a Bowie per
il suo periodo berlinese, sia, in ultima
istanza, alla disco-music (con l’apporto
fondamentale nella carriera di Donna Summer
del produttore Giorgio Moroder, con base a Monaco in
Germania).
Oppure, sempre per restare in tema disco, c’è
un piccolo elenco di successi “da discoteca” del
tutto assimilabili al panorama anglosassone o
americano, ma che in realtà erano produzioni
interamente italiane e che vendettero milioni di
copie in tutto il mondo. E ancora tutta una
panoramica sull’indie made in Uk e
quello made in Usa, dove non si risparmiano
citazioni, nomi, date e approfondimenti. Non solo
dunque musica cosiddetta mainstream, cioè da
classifica, ma anche una miriade di sottoculture
che, crescendo e sviluppandosi, si sono poi
riversate nella musica da hit-parade o ne hanno in
qualche modo condizionato il corso.
Citiamo qui solo questi episodi, proprio per
sottolinearne la rarità e la grande attenzione
riservatagli, cosa tutt’altro che comune nella
saggistica di questo tipo, quando, essendo molti gli
argomenti da trattare, si tende a tralasciare
qualcosa ritenuta (a torto o a ragione) “meno
importante”. Vano sarebbe il tentativo di citare
tutti i generi e sotto-generi analizzati da questo
testo, vi lasciamo il gusto di scoprirlo da voi
stessi, facendo un tuffo di quasi duecento pagine
nella musica e nelle mode passate e presenti.
Roberto La Fauci
(www.excursus.org,
anno II, n. 13, agosto 2010)
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