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Interessantissimo
viaggio nelle mode e nei modi della moda, Gli
intramontabili. Mode, persone, oggetti che restano
(Meltemi, pp. 190, € 18,00) si rivela da subito
un’ottima prova saggistica della semiologa Patrizia
Calefato. Definirlo però solamente un saggio, magari
dal piglio accademico, risulterebbe senza dubbio
riduttivo: questo lavoro infatti è molto di più. È
un percorso scorrevole e stimolante attraverso le
icone ed i miti di ieri e di oggi, è una ricerca sul
costume degli anni 2000 analizzata con dovizia di
particolari, è un manuale interdisciplinare che
spiega e approfondisce i corsi e i ricorsi
(innumerevoli in questi ultimi due decenni) della
moda, non intesa soltanto come pret-a-porter,
ma anche e soprattutto come moda nata dalla strada,
riciclata, rielaborata, fatta di tanti movimenti
underground; e non solo facente capo agli
indumenti ma anche agli accessori e agli oggetti che
magari nel tempo sono diventati dei cult
oltre le aspettative stesse dei loro creatori
originali.
Si affronta dunque
quasi subito il fenomeno sempre più in auge
dell’abbigliamento usato, del retrò, della
moda del ri-uso; nato nell’underground già
più di quaranta anni fa, dettato più dal bisogno (di
spendere poco per vestirsi) che da una voluta scelta
stilistica, il fenomeno del vintage è dilagato fino
a diventare una moda globale, complice anche
internet, e in particolare ebay.it, che
rappresenta un’ideale prosecuzione del mercatino
dell’usato del quartiere, e che tanto ha contribuito
al diffondersi di indumenti cult, di
accessori e alla formulazione di una vera e propria
scala di valutazione rispetto ad essi, con la
ricerca di rarità da parte dei collezionisti più
accaniti, disposti a sborsare anche cifre
considerevoli per un certo tipo di indumento.
Ma il ri-uso non è
solo vintage secondo la Calefato, che ci svela un
panorama nascosto di piccole case di abbigliamento
“controcorrente”, produttrici di un vestiario o di
accessori con tessuti o materiali riciclati.
Accendendo così una luce su questi fenomeni sommersi
dell’abbigliamento e della moda eco-sostenibile,
parola sempre più in voga oggi anche nelle grandi
multinazionali del settore, ma che trae dal basso la
sua ispirazione più profonda, da coraggiose
cooperative di giovani stilisti (poco noti al grande
pubblico in quanto lontanissimi dai fasti del
glamour e delle passerelle mondane) che hanno deciso
di riempire la loro produzione anche di un altro
significato, di un senso della moda più responsabile
che si distacca profondamente dal consumismo
irresponsabile mitizzato dal neo-liberismo
imperante negli ultimi decenni in tutta la società
occidentale.
Allargando un po’
l’inquadratura, si arriva a tracciare un parallelo
tra il vestire e l’abitare, in un
capitolo tutto dedicato al rapporto tra la strada e
il corpo, tra la città e la moda.
La strada come
bacino in cui nascono gli stili più disparati, più
spontanei e quindi più genuini, da cui poi attinge
la grande distribuzione: un’analisi ben documentata
(dalla swinging london in poi) dello stile in
relazione all’ambiente che lo ha prodotto. Fino ad
arrivare all’architettura stessa come specchio delle
mode e naturalmente all’attualissima architettura
eco-compatibile.
Questo libro però
non è solo moda, ma anche costume a 360 gradi:
l’autrice infatti non tralascia l’Italian Style,
termine di cui tanto sentiamo parlare oggi, ma che
ha avuto la sua origine nei favolosi anni Sessanta.
Analizza principalmente la grande interazione tra i
costumisti e il cinema italiano di quel periodo, che
ha creato i presupposti per la diffusione della moda
italiana nel mondo: è proprio attraverso quei film
che la scuola sartoriale italiana (antica per
origine e grande serbatoio di creatività e di
maestranze artigiane) è stata codificata, inquadrata
e infine veicolata al grande pubblico
internazionale, che da allora in poi ha associato e
associa tuttora lo stile italiano con aspetti
culturali del nostro Paese e della nostra storia e
coi registi che lo hanno reso celebre. Il volume
scorre via leggero, con tanto di citazioni ben
documentate a film importanti per la comprensione di
tale fenomeno. Gli intramontabili diventa
quindi anche un comodo manuale multimediale
superando così il confine della carta stampata e
invitandoci a riscoprire (o a scoprire per la prima
volta) i capolavori nascosti del nostro cinema e a
guardarli attraverso una chiave di lettura del tutto
nuova e inedita.
Con questo stesso
metodo di descrizione meta-testuale la Calefato
affronta l’importantissima figura di Mina nel suo
momento d’oro, che va dalla metà degli anni
Cinquanta (da quando insomma si faceva ancora
chiamare Baby Gate) fino agli anni Settanta
quando la Tigre di Cremona era ormai più di
un’artista consacrata al grande pubblico… era
divenuta un’icona in tutti i sensi. Racchiuse nella
figura di Mina, infatti, ritroviamo le mille
contraddizioni e le altrettante conquiste
dell’Italia del Dopoguerra, del boom economico,
della contestazione e infine dei multiformi anni
Settanta. Mina e il suo fascino riaffiorano così
nella memoria dell’autrice, che strappava a volte ai
genitori il permesso di guardare la tv anche oltre
l’orario consigliato ai più piccoli (con la fine del
celebre Carosello) e che trepidava in attesa
di vedere la diva al centro del varietà del sabato
sera che più di tutti le ha dato notorietà:
Studio Uno. Questi ricordi televisivi, questi
frammenti di memoria collettiva, che diventano
sempre di più col passar degli anni una nostra
cultura condivisa (forse, ironia della sorte,
l’unica possibile, l’unica veramente condivisibile)
attraversano in un lampo cinquanta anni di storia
con un continuo riferimento (dichiarato o
sottinteso) ai grandi cambiamenti della seconda metà
del secolo scorso.
È senza dubbio
questa la carta vincente del volume, che partendo da
fenomeni quanto mai contemporanei e attuali, coglie
l’occasione per far luce sulla grandi mutazioni
culturali e del costume del nostro Paese e sui loro
perché. E come non citare il delizioso capitolo che
si occupa della figura del dandy, e del
dandismo più in generale, e che la pone in
rapporto col grottesco prendendo come figura
di riferimento l’attore comico Peter Sellers e le
sue magistrali interpretazioni dei personaggi che lo
hanno reso celebre (l’ispettore Clouseau su tutti).
Oppure come tralasciare l’excursus sulle marche
(intese come loghi, come griff, come marchi) e sulla
loro antichissima origine cabalistica.
Sarebbe praticamente
impossibile citare oltre gli innumerevoli
riferimenti e spunti che questo saggio offre, con la
sua scrittura dinamica e fresca si presta a
molteplici letture e riletture sempre più
approfondite, sempre più coinvolgenti. Sorprende
anche da un punto di vista tecnico la sua struttura
articolata che ne rende possibile la lettura a
diversi livelli: questo libro, infatti, può essere
un ottimo compagno sotto un ombrellone per la bella
stagione, ma può rivelarsi uno spunto
interessantissimo per una ricerca approfondita e
sempre più multimediale sul costume dei nostri tempi
e sulle sue origini.
È indubbiamente
questo il merito ultimo di Patrizia Calefato, che
oltre ad avere le doti tecniche di ricercatrice e
studiosa (quale in effetti è) ha anche il dono (non
comune a tutti) di una scrittura scorrevole ed
accattivante che completa e valorizza il suo lavoro.
Roberto La Fauci
(www.excursus.org,
anno II, n. 9, aprile 2010)
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