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Il tema del multiple self, cioè della
moltiplicazione dell’Io, è sempre stato al centro
delle più importanti scienze umane, in quanto
strettamente legato alle differenti strategie di
spiegazione della razionalità, della decisione,
della scelta e dei comportamenti individuali.
Al tempo stesso il tema dello sdoppiamento della
personalità, dell’ambiguità del reale, del confine
tra realtà e artificio ha spesso ispirato l’arte.
Il mescolarsi di questi concetti, il connubio tra
arte e filosofia, è alla base dell’analisi fatta da
Mattia Artibani nel suo Il cinema del multiple
self. Lynch/Cronenberg. Mulholland Drive/La
promessa dell’assassino (inEdition/Edizioni di
Lucidamente, pp. 92, € 12,00).
Come scrive Giacomo Marrameo nella Prefazione
al libro «Ci troviamo, dunque al cospetto di uno
dei motivi conduttori della riflessione
contemporanea, costituito dalla presa d’atto – non
solo nella filosofia, ma anche nella scienza e nella
letteratura, nelle arti figurative e nel cinema –
della dissoluzione dello statuto sostanzialistico
del Sé, e dalla conseguente riscoperta della
radicale contingenza inerente alla doppia natura
relazionale dell'identità». La filosofia insegna
che l’identità è costituita da una relazione interna
tra l’Io presente e passato, fra la percezione e la
memoria, e da una relazione esterna fra il Sé e
l’Altro. Il pensatore norvegese Jon Elster, nel 1986
ha pubblicato una raccolta di saggi dal titolo
The multiple self in cui sosteneva che la
persona individuale fosse un insieme di Io
sottoindividuali relativamente autonomi. L’Io
sarebbe una sorta di “cavea teatrale” al cui interno
riecheggiano esperienze ed emozioni. E David Hume
parlava di “teatro della mente”, luogo in cui le
diverse rappresentazioni fanno la loro apparizione e
si mescolano con un’infinita varietà di
atteggiamenti e situazioni.
Da queste assunzioni Mattia Artibani, dottorando di
Filosofia e Scienze Umane presso l’Università di
Roma Tre, prende spunto per la sua analisi sul
cinema del multiple self, e lo fa
“sezionando” accuratamente due film di due grandi
registi americani: Mulholland Drive (2001) di
David Lynch e La promessa dell’assassino
(2007) di David Cronenberg. Il risultato è
un’indagine sul cinema che parla di filosofia, che
fornisce interpretazioni sull’argomento delle
identità multiple. E chi meglio di Lynch e
Cronenberg possono fornire la loro visione sul tema
del doppio?
L’analisi dell’autore comincia con Mulholland
Drive, nato inizialmente come episodio pilota di
una serie Tv e diventato poi film cult, per il quale
al Festival di Cannes Lynch vinse come miglior
regista, e si aggiudicò una nomination all’Oscar.
Protagoniste sono due donne alla ricerca della
propria identità, una ricerca le legherà in un modo
talmente forte da farle dipendere l’una dall’altra
fino ad un tragico epilogo. L’ambiguità dei
personaggi è al centro di tutta la trama: Laura
Elena Harring interpreta Rita, una donna smarrita e
completamente in balia di Betty (Naomi Watts),
mentre nella seconda parte del film la stessa Rita
diventa un’astuta dominatrice, ovvero Camilla.
Viceversa, Betty, da donna piena di ottimismo,
finisce per rivelarsi Diana, un soggetto disperato e
psicologicamente fragile.
Allora chi è davvero chi? Solo alla fine del film lo
spettatore si renderà conto di quale sia la realtà.
A far da sfondo c’è Hollywood, teatro della finzione
e metafora di tutto ciò che è falsità e apparenza.
L’enigma, la confusione tra realtà e finzione, tra
vita vera e vita raccontata, il non sapere mai dove
la narrazione inizia e dove finisce, sono tutte
peculiarità del lavoro di David Lynch.
La totale ambiguità del racconto nasconde però delle
dinamiche precise di costruzione e perdita della
propria identità. E per leggere attentamente
attraverso le maglie del film, l’autore introduce
dei concetti chiave, paragonandoli a dei “cartelli
stradali”, che aiutano a non perdere completamente
il percorso giusto.
Questi sono: il Sogno, il Fantasma, la
Lotta per il riconoscimento, la Memoria,
il Racconto. Proprio attraverso tali parole
chiave si svolge l’intera storia. Il Sogno è
una dimensione fondamentale: infatti, secondo la più
comune interpretazione, l’intera prima parte del
film altro non è che il sogno di Betty. Il
Fantasma rappresenta l’ambiguità di ogni figura
lynchiana, sempre in sospeso tra apparire e
scomparire. La Lotta per il riconoscimento
contraddistingue l’essenza umana in quanto da essa
scaturisce l’origine della sua identità. La
Memoria è legata indissolubilmente all’identità,
in quanto Rita cerca di ricordare chi sia per
riappropriarsi della sua identità. Infine il
Racconto è quello attraverso cui i personaggi
creano altri se stessi o provano a far entrare in
contatto la propria identità con quella degli altri.
L’analisi di Artibani prosegue con una dettagliata
spiegazione dei personaggi, grazie alla quale si può
far luce al mistero che avvolge lo spettatore ad
una prima visione del film.
La conclusione a cui giunge l’autore è che «Mulholland
Drive è essenzialmente un film sull’angoscia
profonda esistenziale nel momento in cui si scopre
che non solo le proprie aspirazioni e i propri
desideri sono stati frustrati, ma l’intera realtà è
illusoria, l’intero universo significante rischia di
scomparire e di essere messo in discussione».
Questo porta l’uomo insicuro a rifugiarsi nella
finzione.
L’altro film preso in considerazione è La
promessa dell’assassino (Eastern promises)
del canadese David Cronenberg. Questi è un regista
molto diverso da Lynch, il suo impianto narrativo è
tradizionale, la vicenda è chiara nei suoi sviluppi,
i quali seguono un andamento temporale lineare.
Inoltre i personaggi appaiono così come sono, non
esiste una narrazione della coscienza. Artibani
descrive il regista come orientato verso un tipo di
racconto freddo, dove le emozioni e i sentimenti
sono frenati da un formalismo astratto a lucido che
mette a nudo i bisogni primordiali dell’uomo,
avvicinandolo al mondo della natura, a sua volta
richiamato dalla violenza di alcune scene, e
dall’indugiare sul sangue.
Il motivo per cui l’autore sceglie un film come
quello di Cronenberg per affrontare il tema delle
identità multiple, è perché questi lo tratta in
maniera diversa da Lynch. Il multiple self di
cui parla il regista canadese è «la
concretizzazione delle ossessioni e dello sdoppiarsi
del self nella girandola dei ruoli che la società
impone all’individuo, dunque nell’esternarsi della
coscienza in pratiche concrete di vita, in routine e
in immaginari simbolici da cui non è facile
fuoriuscire».
La promessa dell’assassino
è inoltre un film sull’ineluttabile legame che
ognuno di noi ha col proprio passato e con le
proprie origini, e sulla possibilità di scegliere la
propria identità e la propria storia. È ambientato
ai giorni nostri nei sobborghi di Londra, e in
particolare all’interno della comunità russa. Al di
fuori di questo mondo vive Anna (interpretata da
Naomi Watts), una giovane ostetrica, la cui vita
viene stravolta dall’arrivo in ospedale di una
giovanissima prostituta in fin di vita, che muore
dopo aver dato la luce la sua bambina. Anna sente
subito di avere il dovere di rintracciare i parenti
della sfortunata mamma, per dare alla neonata una
famiglia che possa amarla e non farla entrare nel
circolo delle adozioni. Per questo dà subito un nome
alla bambina, cercando quindi di attribuirle
un’identità. La ricerca della famiglia della piccola
la condurrà all’interno della comunità russa, e
attraverso gli incontri che farà, riaffioreranno in
lei segni dell'identità originaria: infatti lo
spettatore scoprirà che il padre di Anna era russo.
Altro importante personaggio, che aiuterà la
protagonista a non finire nei guai col pericoloso
mondo in cui si sta addentrando, è l'autista russo (Viggo
Mortensen) del figlio del boss da cui si reca.
L’autista non appartiene per nascita a quel mondo ma
riveste come un abito l’identità dell'affiliato,
mantenendo la sua origine. Da qui un’identità
multipla, una serie di ruoli da indossare e da
ricoprire con tutte le pratiche e l’apparato
simbolico che ciò comporta.
A differenza di Mulholland Drive, qui sono i
tatuaggi sul corpo che rappresentano l’Io della
persona. L’identità viene marcata e riformulata
attraverso dei riti, dei simboli da esibire e
rispettare che servono per ottenere riconoscimento.
Attraverso i tatuaggi è possibile leggere la storia
della propria vita.
Artibani arriva ad un conclusione della sua analisi
che mostra come il mondo globalizzato dei giorni
nostri sia privo di ogni riferimento forte di tipo
etico o spirituale, e che quindi il terreno di
scontro primario per affermare la propria identità
sia la società, con le sue logiche e i suoi terreni
di battaglia.
Questo è quello che si evince dalla visione dei due
film di cui si è parlato. Come scrive l’autore: «un’opera
cinematografica ha spesso la capacità di trasmettere
contenuti teorici e concetti sotto una forma diversa
da quelli prettamente legati alla parola, quindi può
far emergere significati nuovi e comunicare
sensazioni immediate più profonde rispetto a un
testo scritto o a un discorso».
Il cinema, quindi, è anche altro oltre che puro
divertissement.
Serena
Intelisano
(www.excursus.org,
anno II, n. 14, settembre 2010)
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