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Quello che Enzo
Romeo ci dona è un piccolo gioiello che profuma di
gloriosi tempi passati, di quando per giocare a
calcio bastavano un pallone e un po’ di fiato e di
quando il ciclismo era fatto di due pedalate ben
assestate. L’ultima fatica del giornalista italiano
regala ricordi: Diagonale imparabile all’ultimo
chilometro (Laruffa Editore, pp. 140, € 12,00) è
una raccolta di emozioni, flashback di grandi volate
e cronache di partite decisive.
Dalla penna di uno
sportivo non poteva che uscire, prima o poi,
quest’opera: attualmente caporedattore del Tg2 per i
servizi esteri, il vaticanista Romeo ha giocato a
pallone nella Polisportiva San Giorgio e ha pedalato
nel Gs Studio Sud e nel Gs Siderno. Che la naturale
tendenza ad avvicinarsi allo sport sia un’eredità di
famiglia? Infatti il papà dell’autore fu, in tempi
ormai lontani, presidente della Reggina Calcio.
«In principio fu il
pallone – scrive Romeo – e ventidue giovanotti che
gli correvano intorno». Poi, nel 1974, arrivò il
calcio totale con moduli, pressing a tutto campo,
marcatura a zona, ruoli intercambiabili. E nulla fu
più come prima. L’innato istinto che porta a
dribblare una lattina per strada o a fare il
cucchiaio con un sasso è qualcosa che non conosce
metodi e razionalità, non conosce colori e limiti. È
una passione che cresce e che, indipendentemente
dalla piega che la nostra vita prenderà, non
smetterà mai di coinvolgerci.
Lo sanno bene
alcuni dei personaggi citati dall’autore, le cui
vicende dimostrano come l’unica vera fede calcistica
che dovrebbe esistere è quella verso un calcio
pulito ed entusiasmante. Il danese Harald Bohr è
stato un matematico di fama mondiale che scoprì e
sviluppò le funzioni quasi periodiche, ma fu anche
lo sportivo che venne convocato nella nazionale di
calcio per i giochi olimpici del 1908, dove vinse
una medaglia d'argento. Umberto Saba non stimava
particolarmente il calcio anzi, considerava le
partite «un’attrazione banale, una distrazione per
il popolo incolto», ma quando nel 1933 accompagnò
l’amata figlia alla partita del secolo
Triestina-Ambrosiana Inter, tutto cambiò:
l’elettrizzante entusiasmo di una città in delirio
coinvolse anche lui e da quel momento molte delle
sue poesie furono dedicate a questo sport e lui
stesso divenne un regolare frequentatore dello
stadio.
E chi ricorda
Joaquim Rafael de Fonseca? Negli anni Sessanta era
l’agile e imprendibile ala destra dello Sporting
Lisbona, la squadra che nella serie A portoghese
contendeva il primato al Benfica di un altro
grandissimo calciatore, Eusebio da Silva Ferreira:
«Io ed Eusebio – racconta Fonseca – approdammo
insieme a Lisbona per fare il militare. Poi ci
ritrovammo avversari sui campi da gioco». Ora,
invece, Fonseca è conosciuto da tutti come fra Paolo
e non guarda nemmeno più le partite di calcio in
televisione perché la clausura certosina non lo
permette.
Alfonso Gatto è
stato uno dei grandi poeti del Novecento. Non tutti
sanno che fu anche un ottimo giornalista sportivo
quando negli anni Quaranta seguì, per ben due volte,
il Giro d’Italia. L’esperienza fu preziosa non solo
per la carriera giornalistica dell’autore ma anche
per la sua dimensione umana quando, grazie al
privilegio della stampa, riuscì ad accompagnare un
ragazzo oltre l’area riservata: «Quel ragazzo,
entrando con me, ritrovava un sogno, il suo mondo
messo insieme pezzo a pezzo col ricordo e la
fantasia. Questo dovremmo fare anche noi: vedere
com’è fatto, e non soltanto il Giro, non soltanto la
fiera allegra e vanitosa che gli corre dietro, ma il
nostro stesso cuore e ascoltare se risponde».
Se è vero che la
forza dello sport non si esaurisce con il risultato
e le azioni ben costruite, è anche vero che bisogna
saper guardare oltre per vedere dell’altro e Romeo
ha decisamente visto lontano: «C’è un’epica che lega
la partita di calcio alla gara ciclistica.
Attraverso le gesta di Meazza o di Coppi si può
narrare la storia di un popolo, tramandare la
memoria di una generazione. Un diagonale imparabile
in zona Cesarini come l’ultimo chilometro di una
fuga solitaria divengono racconto leggendario. Un
calciatore che s’invola sulla fascia o un ciclista
che vince a braccia alzate sono eroi in cui tutti si
riconoscono».
Una parte
significativa del libro è anche quella dedicata allo
sport per il sociale: il linguaggio universale del
calcio come modo di offrire una chance ai giovani
che non ne hanno mai avute. È questo che ha fatto
l’Associazione Giovanile “Mysa” (Mathare Youth
Sports Association) a Mahare Valley, un
quartiere-baraccopoli di Nairobi: il pallone è stato
il tramite per appassionare i giovani a diverse
attività sociali, artistiche e culturali. Il
messaggio di Romeo appare a tutti molto chiaro: «Il
gioco del calcio, da noi ridotto a macchina da
soldi, può servire a restituire i diritti scippati
ai minori, a migliorare la loro istruzione, a
lottare la discriminazione e favorire l’integrazione
sociale, a costruire una coscienza ecologica e
incentivare la pace e la riconciliazione nel mondo».
Parlare di sport
non significa necessariamente discutere solo di
numeri, prestazioni e grandi nomi del panorama
sportivo mondiale. Dovrebbe significare poter
parlare anche di passione, lealtà, giustizia e
solidarietà. O ricordarsi sorridendo della Graziella
chiusa in cantina che spesso ci ha accompagnato
nelle nostre avventure adolescenziali. Ed è proprio
questo che Enzo Romeo ha fatto così bene.
Jessica Ingrami
(www.excursus.org,
anno II, n. 16, novembre 2010)
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