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Vorrebbe essere un
giallo, l’ultimo libro di
Patrizia Rinaldi, Blanca
(Dario Flaccovio
Editore, pp. 208, € 14,00). In realtà, la trama
poliziesca è solo lo sfondo sul quale si animano le
vicissitudini dei personaggi, soprattutto quelli
femminili. Il commissario Martusciello e l’ispettore
Liguori si trovano a indagare su tre casi di
scomparsa e un omicidio. Blanca, soprintendente
ipovedente esperta di decodifica e di
intercettazioni, li aiuterà nella ricerca,
affidandosi più alla sua spiccata percezione che
alle tecnologie a disposizione. Un romanzo che
accompagna il lettore tra le diverse realtà di
Napoli: da Posillipo ai 600 alloggi, dal Corso al
Casale, dai sobborghi industriali ai palazzi
antichi.
Una trama sottile,
talmente semplice che potrebbe essere sviluppata in
cento pagine, ma utile per far emergere i personaggi
e le loro inclinazioni, i loro guai e le loro paure.
Infatti, quelle che si incontrano e si scontrano nel
libro della Rinaldi sono storie di solitudini mai
espresse, tenute dentro e vissute senza panacea.
Sono storie di “assenze”, d’amore, di fiducia, di
confidenza, di controllo. Sono storie che si
risolvono tutte nello stesso modo: con la violenza,
fisica o psicologica, verso altri o verso se stessi.
Il viaggio che l’autrice intende farci fare è non
tanto quello che si districa tra indizi e tracce, ma
piuttosto quello che si immerge nelle contraddizioni
e nelle sfumature dell’universo femminile in
particolare.
Il personaggio di
Blanca è il trait d’union del romanzo, colei
che per lavoro e sensibilità coglie i pensieri
inespressi di Martusciello e Liguori, di Carmèn e
Ninì, di Donna Cettina e di Vittorio, di Marchòv e
Carità. Ma, nonostante il libro porti il suo nome,
non è lei la sola protagonista: lo sono tutti, anche
quelli che non si lasciano avvicinare troppo, perché
ognuno di loro fa emergere molteplici temi e
svariate riflessioni sulla vita, l’amore, la
paternità, il senso di colpa, il dovere.
Martusciello e
Liguori, divisi tra famiglia e commissariato, non
hanno un posto che possano chiamare “casa” e sono
direttamente legati alla figura femminile con cui
dividono le giornate: Santina, moglie del primo, si
è rassegnata alla fine della propria vita e del
proprio matrimonio nel momento in cui la figlia
Giulia è diventata indipendente; Marinella,
introversa e sfuggente, ha una relazione che
interrompe e riprende con Liguori, tenendolo sempre
a cauta distanza.
Margherita e Donna
Cettina, entrambe mogli di uomini che non sanno e
non vogliono difenderle; entrambe madri che vivono
la sottrazione immotivata di un figlio, diventando
l’emblema di un equilibrio spezzato che non
recupereranno; entrambe legate dall’amore per
Vittorio, amante della prima e figlio della seconda.
Donne protagoniste che, come scrive la Rinaldi,
«vivono le nuove urgenze dettate dal momento
storico, come il riconoscimento sociale e
l’indipendenza che spesso porta alla solitudine di
affetti; ma che, allo stesso tempo, sono donne del
sud e di esso conservano il passato, quello
primitivo di lacerazioni di parti, di pane e
coraggio».
Gli uomini sono
sempre più relegati al margine di rapporti unici ed
esclusivi, si sentono inadatti a quei legami elitari
che esistono tra madre e figlio. Impreparati e
impacciati ad affrontare le complessità di una
confidenza nata ancora prima di sentire il vagito:
lo dimostra Peppino Carità che chiede consiglio al
commissario su come affrontare la gravidanza di
Assunta e il fatto che la piccola possa nascere con
una malformazione. Uomini forti e rudi, fino a
quando si affrontano tra loro; deboli e
sentimentali, quando si trovano a doversi
confrontare con i delicati e impercettibili
equilibri del sesso opposto.
L’autrice, con le
sue frasi brevi e metaforiche, lancia appigli al
lettore e lascia a lui la responsabilità
dell’interpretazione. Far comprendere quanto sia
profonda la solitudine di Martusciello, devastante
il dolore di Margherita o pericoloso Gianni e
morboso Marchòv, non è compito della Rinaldi.
L’autrice suggerisce sottovoce e addita da lontano,
quasi per far immedesimare il lettore nella candida
cecità di Blanca: una realtà ovattata fatta di
sensazioni, leggere inclinazioni della voce, silenzi
che parlano e mani usate come sguardi amorevoli.
Il dolore è il
sentimento predominante nelle storie che si
intrecciano, trapela dalle pagine e culmina in un
dialogo tra Blanca e Ninì, la figlia sottratta a
Margherita: «Più tardi [Blanca, Ndr] andò in
cucina, accompagnata da Ninì, a preparare da
mangiare con cura di madre. Ninì apparecchiò in
silenzio, poi guardò fuori: “Quanto dura il dolore?”
Blanca le cercò le
mani, le fece correre le dita sui polsi, riconobbe
il lieve rilievo delle vene. Spostò i polpastrelli
verso le unghie corte dal bordo ruvido. Sulle mani
profumo di glicine. “Finché non sei stanca di farlo
durare”».
Il romanzo si
concentra sui drammi personali dei protagonisti,
forte di una trama molto semplice che ben si presta
ad essere messa in secondo piano, nascosta e
rivelata ad intermittenza, ed è arricchito, in
particolare, da interessanti e pittoresche
similitudini.
Jessica Ingrami
(www.excursus.org,
anno III, n. 25, agosto 2011)
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