Anno II              n.8                     Marzo 2010

La biblioteca di un uomo è una specie di harem (Ralph Waldo Emerson)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il vaso di Pandora

 

Lo sport che insegna

 e riduce le distanze

 di Jessica Ingrami

Un altro carcere è possibile:   

 l'esperienza del Free Opera

 in un libro edito da Laruffa

 

 

 

 

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Il carcere rimane per molte persone un’entità sconosciuta, qualcosa di etereo e impalpabile fino a quando non si è costretti a farci conti: chi per scontare una pena, chi per svolgere il proprio lavoro e chi per portare conforto ai propri cari. Attraverso il linguaggio universale dello sport, Francesco Ceniti ci avvicina a una realtà spesso ignorata e ci racconta, con Un carcere nel pallone (Presentazione di Candido Cannavò, Laruffa Editore, pp. 220, € 15,00), una preziosa occasione di rinascita per i detenuti del carcere di Opera, nel milanese.

 

Gli istituti penitenziari non si vedono, si sa che esistono ma non ci si accorge di loro, benché al proprio interno brulichino centinaia di anime: «La tendenza è una, ovvero nascondere il più possibile il carcere alla vista delle persone». Ciò che non si prende in considerazione è che un giorno, dopo aver pagato per gli errori commessi, i detenuti torneranno ad essere uomini liberi e dovranno fare i conti con un mondo che non conoscono più. Da questa consapevolezza nasce l’esperimento pilota del Free Opera, una squadra di calcio composta da carcerati e iscritta a un regolare campionato dilettantistico. Un progetto che ha l’ambizione di trasmettere i sani valori e le regole dello sport, nonché quella di rappresentare una possibilità di recupero per quelle persone definite dalla società “poco raccomandabili”: «Per novanta minuti le distanze non erano percepibili. Durante la partita i muri non c’erano più, le celle sembravano così lontane, gli anni ancora da scontare un piccolo particolare, persino i cattivi pensieri erano scomparsi».

 

Nella squadra ci sono orari da rispettare, compagni da sostenere e responsabilità da ammettere, come un fallo in partita. Ci sono vittorie da ottenere, ruoli da conquistare con impegno e permessi da meritare, come quello di poter giocare in trasferta. Ma ci sono anche uomini che per svariati motivi si trovano a condividere gli stessi spazi e per non affondare devono credere in qualcosa: «Confrontarsi, in perfetto stato di parità, con gli altri ragazzi è un momento esaltante, ma soprattutto avere un obiettivo che ti permette di sopportare la detenzione». Una piccola scuola di vita, un’ancora a cui aggrapparsi per rendere meno duro lo scorrere di un tempo infinito, un modo per allenarsi anche nelle pubbliche relazioni, perché stare tanto tempo chiusi tra quattro mura fa dimenticare com’è incontrare le persone.

 

La giustizia dentro la giustizia. Sì, anche il Free Opera deve giudicare i propri calciatori, andando alla ricerca di quelli che faranno la differenza per il successo della squadra: «I tempi della giustizia sono lunghi, si sa. Il ragazzo romano aspetterà il verdetto dentro una cella. Molto più rapido il “Tribunale” del Free Opera: arriva un giudizio negativo». La differenza del responso è che qui non conta il colore della pelle, l'accento o il motivo per cui si è in prigione: qui si valutano prestazioni, talento e correttezza. È un gioco di squadra e l’errore di un singolo è la rovina di tutti.

 

L’importanza e il successo di progetti quali il Free Opera vengono confermati da piccoli e grandi segnali, come il rientro volontario da un periodo di licenza per disputare una partita. Quando Pino esclamò «Ci vediamo in campo domenica» tutti gli credettero, senza mettere in dubbio la sua presenza, benché stesse lasciando Opera per passare qualche giorno “fuori”: «Può sembrare una sciocchezza il gesto di Pino, in fondo è tornato in carcere per giocare una gara di calcio. Non è così. Quando si passano dieci, vent’anni dietro le sbarre, si ritorna bambini. Nel senso che una volta riacquistata la libertà si avrebbe voglia di fare mille cose. Persino restare sempre svegli, pur di non perdere un solo minuto. Una cosa è sicura: “sprecare” tre ore del permesso per tornare in carcere sarebbe considerata una pazzia da qualsiasi detenuto. A meno che non fai parte del Free Opera».

 

Essere dentro la squadra è già un premio, perché trattandosi di un’area sperimentale i detenuti vengono seguiti in modo assiduo e costante. Infatti, fanno parte dello staff anche alcuni educatori e una criminologa che incontra i giocatori non per parlare di fuorigioco, ma di altre regole. Più il progetto avanza, più la realtà del carcere riesce a fondersi con il mondo esterno: le partite vengono seguite dai familiari dei giocatori e anche per le trasferte si hanno tribune colme di tifosi appassionati, i quali non sono altro che detenuti autorizzati a seguire la squadra. Inoltre arrivano telecamere e giornalisti ad intervistare l’allenatore e il direttore di Opera: «Si è riusciti a portare dentro il carcere un pezzo importante della società».

 

Questo è il punto. Paradossalmente far conoscere il carcere, perché ad ostacolare la ripresa degli ex detenuti non sono solo gli anni persi dietro le sbarre, ma soprattutto i pregiudizi della società che vive al di fuori. E, all'interno di un penitenziario, sono poche le possibilità offerte ad un carcerato, forse solo un dieci per cento del totale svolge un lavoro. Invece bisognerebbe fare leva proprio su questo aspetto. Il Free Opera, l’orchestra interna, il vivaio dato in gestione sono diversivi che aiutano a riflettere e a guardarsi dentro, con la speranza di provocare un’inversione di rotta. Ma è il lavoro che crea un ponte con il mondo esterno, la speranza che gli scarcerati non tornino alla criminalità solo perché è quello l’unico stile di vita che gli è accessibile. I carceri necessitano di nuove occasioni, nuovi progetti come la squadra di calcio o il call center aperto dalla Telecom a San Vittore. Necessitano di fiducia e di direttori come quello di Opera che credeva fermamente nella possibilità di recupero.

 

A distanza di quasi cinque anni dalla fine della bella avventura del Free Opera, che fu radiato dalla Federcalcio per non aver disputato quattro partite consecutive come protesta al trasferimento del direttore Fragomeni, qualcosa è rimasto: «Lo spirito dell’iniziativa. Molti altri istituti hanno seguito l’esempio». Il primo è stato Bollate, sempre nel milanese: anche la loro squadra partecipa ai campionati della Figc: «I nomi e le facce dei detenuti sono diverse, ma la magia dei muri abbattuti con un pallone, resta la stessa. E magari questa volta il finale sarà diverso».

 

Jessica Ingrami

 

(www.excursus.org, anno II, n. 8, marzo 2010)

                     

                 

 

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Linda Basile, Massimiliano Borelli, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

Marco Gatto, Serena Intelisano, Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro

 

 

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