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Il carcere rimane
per molte persone un’entità sconosciuta, qualcosa di
etereo e impalpabile fino a quando non si è
costretti a farci conti: chi per scontare una pena,
chi per svolgere il proprio lavoro e chi per portare
conforto ai propri cari. Attraverso il linguaggio
universale dello sport, Francesco Ceniti ci avvicina
a una realtà spesso ignorata e ci racconta, con
Un carcere nel pallone (Presentazione di
Candido Cannavò, Laruffa Editore, pp. 220, € 15,00),
una preziosa occasione di rinascita per i detenuti
del carcere di Opera, nel milanese.
Gli istituti
penitenziari non si vedono, si sa che esistono ma
non ci si accorge di loro, benché al proprio interno
brulichino centinaia di anime: «La tendenza è una,
ovvero nascondere il più possibile il carcere alla
vista delle persone». Ciò che non si prende in
considerazione è che un giorno, dopo aver pagato per
gli errori commessi, i detenuti torneranno ad essere
uomini liberi e dovranno fare i conti con un mondo
che non conoscono più. Da questa consapevolezza
nasce l’esperimento pilota del Free Opera, una
squadra di calcio composta da carcerati e iscritta a
un regolare campionato dilettantistico. Un progetto
che ha l’ambizione di trasmettere i sani valori e le
regole dello sport, nonché quella di rappresentare
una possibilità di recupero per quelle persone
definite dalla società “poco raccomandabili”: «Per
novanta minuti le distanze non erano percepibili.
Durante la partita i muri non c’erano più, le celle
sembravano così lontane, gli anni ancora da scontare
un piccolo particolare, persino i cattivi pensieri
erano scomparsi».
Nella squadra ci
sono orari da rispettare, compagni da sostenere e
responsabilità da ammettere, come un fallo in
partita. Ci sono vittorie da ottenere, ruoli da
conquistare con impegno e permessi da meritare, come
quello di poter giocare in trasferta. Ma ci sono
anche uomini che per svariati motivi si trovano a
condividere gli stessi spazi e per non affondare
devono credere in qualcosa: «Confrontarsi, in
perfetto stato di parità, con gli altri ragazzi è un
momento esaltante, ma soprattutto avere un obiettivo
che ti permette di sopportare la detenzione». Una
piccola scuola di vita, un’ancora a cui aggrapparsi
per rendere meno duro lo scorrere di un tempo
infinito, un modo per allenarsi anche nelle
pubbliche relazioni, perché stare tanto tempo chiusi
tra quattro mura fa dimenticare com’è incontrare le
persone.
La giustizia dentro
la giustizia. Sì, anche il Free Opera deve giudicare
i propri calciatori, andando alla ricerca di quelli
che faranno la differenza per il successo della
squadra: «I tempi della giustizia sono lunghi, si
sa. Il ragazzo romano aspetterà il verdetto dentro
una cella. Molto più rapido il “Tribunale” del Free
Opera: arriva un giudizio negativo». La differenza
del responso è che qui non conta il colore della
pelle, l'accento o il motivo per cui si è in
prigione: qui si valutano prestazioni, talento e
correttezza. È un gioco di squadra e l’errore di un
singolo è la rovina di tutti.
L’importanza e il
successo di progetti quali il Free Opera vengono
confermati da piccoli e grandi segnali, come il
rientro volontario da un periodo di licenza per
disputare una partita. Quando Pino esclamò «Ci
vediamo in campo domenica» tutti gli credettero,
senza mettere in dubbio la sua presenza, benché
stesse lasciando Opera per passare qualche giorno
“fuori”: «Può sembrare una sciocchezza il gesto di
Pino, in fondo è tornato in carcere per giocare una
gara di calcio. Non è così. Quando si passano dieci,
vent’anni dietro le sbarre, si ritorna bambini. Nel
senso che una volta riacquistata la libertà si
avrebbe voglia di fare mille cose. Persino restare
sempre svegli, pur di non perdere un solo minuto.
Una cosa è sicura: “sprecare” tre ore del permesso
per tornare in carcere sarebbe considerata una
pazzia da qualsiasi detenuto. A meno che non fai
parte del Free Opera».
Essere dentro la
squadra è già un premio, perché trattandosi di
un’area sperimentale i detenuti vengono seguiti in
modo assiduo e costante. Infatti, fanno parte dello
staff anche alcuni educatori e una criminologa che
incontra i giocatori non per parlare di fuorigioco,
ma di altre regole. Più il progetto avanza, più la
realtà del carcere riesce a fondersi con il mondo
esterno: le partite vengono seguite dai familiari
dei giocatori e anche per le trasferte si hanno
tribune colme di tifosi appassionati, i quali non
sono altro che detenuti autorizzati a seguire la
squadra. Inoltre arrivano telecamere e giornalisti
ad intervistare l’allenatore e il direttore di
Opera: «Si è riusciti a portare dentro il carcere un
pezzo importante della società».
Questo è il punto.
Paradossalmente far conoscere il carcere, perché ad
ostacolare la ripresa degli ex detenuti non sono
solo gli anni persi dietro le sbarre, ma soprattutto
i pregiudizi della società che vive al di fuori. E,
all'interno di un penitenziario, sono poche le
possibilità offerte ad un carcerato, forse solo un
dieci per cento del totale svolge un lavoro. Invece
bisognerebbe fare leva proprio su questo aspetto. Il
Free Opera, l’orchestra interna, il vivaio dato in
gestione sono diversivi che aiutano a riflettere e a
guardarsi dentro, con la speranza di provocare
un’inversione di rotta. Ma è il lavoro che crea un
ponte con il mondo esterno, la speranza che gli
scarcerati non tornino alla criminalità solo perché
è quello l’unico stile di vita che gli è
accessibile. I carceri necessitano di nuove
occasioni, nuovi progetti come la squadra di calcio
o il call center aperto dalla Telecom a San Vittore.
Necessitano di fiducia e di direttori come quello di
Opera che credeva fermamente nella possibilità di
recupero.
A distanza di quasi
cinque anni dalla fine della bella avventura del
Free Opera, che fu radiato dalla Federcalcio per non
aver disputato quattro partite consecutive come
protesta al trasferimento del direttore Fragomeni,
qualcosa è rimasto: «Lo spirito dell’iniziativa.
Molti altri istituti hanno seguito l’esempio». Il
primo è stato Bollate, sempre nel milanese: anche la
loro squadra partecipa ai campionati della Figc: «I
nomi e le facce dei detenuti sono diverse, ma la
magia dei muri abbattuti con un pallone, resta la
stessa. E magari questa volta il finale sarà
diverso».
Jessica Ingrami
(www.excursus.org,
anno II, n. 8, marzo 2010)
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