Anno I              n.3                     Ottobre 2009

La biblioteca di un uomo è una specie di harem (Ralph Waldo Emerson)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il vaso di Pandora

 

Libertà di stampa: davvero

 è in pericolo nel Belpaese?

 di Luigi Grisolia

Il problema c'è, ed è in primis  

 di natura etica. Una riflessione

 sui fatti delle ultime settimane

 

 

 

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C’è un appello, aperto da qualche settimana alla firma dei cittadini italiani e stranieri, lanciato dal quotidiano la Repubblica. È un appello in difesa della libertà di stampa, che si concretizzerà in una manifestazione a Roma il 3 ottobre. Avete letto bene: in difesa della libertà di stampa. Al momento in cui scriviamo è stato firmato da oltre 420.000 persone – una cifra enorme, considerando che si firma on line – e da importantissime e celebri personalità, italiane e straniere, del mondo politico e culturale. Citiamo solo i primi dieci che ci vengono in mente, pensandoci un attimo: Amos Oz, David Grossman, Daniel Pennac, Alain Touraine, Wim Wenders, Gerard Depardieu, Zygmunt Bauman, Anthony Giddens, Marc Augè, Luis Sepulveda. Abbiamo volutamente omesso i tanti italiani noti (da Umberto Eco ad Andrea Camilleri, passando per Luciano Ligabue e Riccardo Scamarcio) perché magari poi li si scoprirà possessori di una tessera d’iscrizione al Partito dei CattoComunisti!

 

Ma, un momento: in difesa della libertà di stampa... ?! In Italia? Nell’Italia democratica? Ma che dite? Fesserie, manco fossimo in Africa. Eh no, piano con le offese! Secondo “Freedom House”, in Benin c’è maggiore libertà di stampa che in Italia, e in Tonga la stessa che c’è nel Belpaese: e comunque sono tutti e tre Stati “parzialmente liberi” (ci verrebbe da dire: magari fossimo in Africa, ma non cediamo alla battuta di cattivo gusto). L’Italia, per la precisione, è al 73esimo posto. Ricordate? Ne avevamo parlato presentando la rivista nell’editoriale. Scusate l’autopromozione. Dunque, dicevamo, in difesa della libertà di stampa. Perché? Da chi, da cosa è minacciata?

 

Succede che, in seguito ad un’inchiesta della Procura di Bari, si scoprono determinate cose. Non faremo nomi, perché i nomi non contano a nostro avviso: è una questione di etica politica (che parolone! In Italia poi...). Ci sono registrazioni, testimonianze, eccetera. Ognuno, naturalmente, è libero di frequentare chi vuole e dove vuole, anche se è il Presidente degli Stati Uniti (o il Presidente francese, o il Presidente del Consiglio italiano). Sono fatti suoi. Se c’è qualcosa di penalmente rilevante, sarà la magistratura a decidere. E allora tutto bene, dov’è il problema?

 

Il problema c’è, eccome. Intanto, a Bari si scopre qualcosa di grosso, ma siccome pare siano implicate note personalità politiche (o una nota personalità politica, poco importa ai nostri fini), i telegiornali italiani di cinque delle sei principali reti nazionali ne parlano poco, genericamente, en passant, oppure per niente. Un direttore decide di non parlarne proprio, perché il servizio pubblico non consiste nel fare gossip, e il Tg deve riportare notizie confacenti al suo ruolo. Sacrosanto. Ma siamo sicuri che il fatto che ci siano testimonianze di ragazze che asseriscono che presso la residenza di un’alta carica dello Stato ci fossero incontri, diciamo, maliziosi e procurati, sia solo gossip? Siamo sicuri che se quell’alta carica dello Stato, pur di “presiedere” un incontro malizioso e procurato, sembra, salti i suoi impegni pubblici, sia solo gossip? Siamo sicuri che se un’alta carica dello Stato incontra un personaggio, il quale ha dichiarato che, tramite ragazze e cocaina, cercava di farsi strada nel mondo che conta, sia solo gossip? C’è un giornale, però, che comincia ad interessarsi seriamente della faccenda. Seriamente nel senso che, visto che probabilmente si è posto le nostre stesse domande, decide di avviare un’inchiesta per capire un po’ meglio com’è la situazione. Si studiano le registrazioni, si raccolgono testimonianze. Intanto, la moglie di una delle personalità politiche implicate nello scandalo – dopo che suo marito partecipa anche ad una festa di compleanno di una diciottenne – definisce il comportamento del coniuge “ciarpame” e decide di divorziare. Siamo sicuri che sia solo gossip?

 

Sicuramente è tutto da provare, sicuramente l’alta carica dello Stato non sapeva ciò che quel personaggio faceva, probabilmente si sta prendendo un abbaglio colossale, ma, da un punto di vista professionale, un giornalista perché non dovrebbe parlarne? Legittima la scelta di tacere, valutando la cosa non rilevante; altrettanto legittima quella di informare e cercare di capire cosa è successo.

 

Poi accade che l’alta carica dello Stato, tra l’altro in compagnia di un suo omologo, ammette che ci sono state queste ragazze, parla delle sue conquiste sessuali, e precisa che non ha assolutamente pagato nessuno. Sia ben chiaro: non stiamo accusando nessuno di niente. Stiamo solamente raccontando, brevemente e con le inevitabili omissioni dovute alla sintesi – ma le cose fondamentali le abbiamo dette –, quello che è accaduto.

 

Intanto, quei giornalisti che, ormai da giorni, stanno seguendo attentamente l’inchiesta cui accennavamo, pongono dieci domande alle quali, secondo loro, l’alta carica dello Stato coinvolta dovrebbe rispondere, perché i cittadini hanno il diritto di essere informati, visto che – pensiamo sia chiaro da queste poche righe – non è solo gossip. Certo, l’alta carica dello Stato può anche rifiutarsi di rispondere, è nel suo diritto.

Ed infatti non risponde. Decide di andare oltre: querela il giornale (e anche un altro) per calunnie e diffamazione. È questo il problema.

Criticare il comportamento, le frequentazioni di un’alta carica dello Stato e porre ad essa delle domande che si ritengono necessarie ai fini del diritto di informazione dei cittadini sono considerati una calunnia. Ecco perché in difesa della libertà di stampa.

 

Come avrete capito, è ovvio di chi e di cosa stiamo parlando ma, volutamente, abbiamo omesso nomi e cognomi perché non vogliamo passare per i soliti “cattocomunisti contro Berlusconi”; vogliamo solo porre l’attenzione sul fatto che un problema, perlomeno eticamente parlando, c’è. E, anche per questo motivo, non diamo seguito al nostro discorso disquisendo di Rai, Mediaset, caso “Ballarò”: quella è un’altra faccenda. E non vogliamo neanche proseguire dibattendo di Boffo, Feltri, Fini: quella è un’altra vicenda. Né ci sembra il caso di parlare del giro di tangenti nel campo della sanità pugliese che sta emergendo dalla medesima inchiesta a Bari a carico di noti esponenti politici locali: quello è un altro paio di (negative) maniche.

 

Ciò che viene messo in discussione, tramite le querele, è, a nostro parere, la libertà/diritto di critica dei cittadini. E questo, crediamo, è intollerabile. Poi ognuno di noi e di voi lettori, di destra, di sinistra, di centro, cattolici, laici, comunisti, berlusconisti, si sarà naturalmente fatto la  propria opinione. E magari pensare che quanto abbiamo scritto è condivisibile, oppure che sono sciocchezze, se non faziose e patetiche sciocchezze: è legittimo.

Proprio in difesa, e in nome, della libertà di stampa (cioè di espressione).

 

Luigi Grisolia

 

Ps: Excursus aderisce, ovviamente, alla manifestazione del 3 ottobre. Nell’immagine, particolare dal relativo manifesto.

 

(www.excursus.org, anno I, n. 3, ottobre 2009)

                     

                 

 

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Linda Basile, Maria Ficarra, Annalice Furfari, Marco Gatto, Serena Intelisano,

Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro, Giuseppe Martino, Antonella Rosanova

 

 

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