Anno III              n.18                     Gennaio 2011

La biblioteca di un uomo è una specie di harem (Ralph Waldo Emerson)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il vaso di Pandora

 

 

La parola scritta si tinge

di colore sullo schermo

 di Annalice Furfari

Letteratura siciliana e cinema   

 a confronto attraverso unopera

 innovativa edita da Città del Sole

 

 

 

 

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Letteratura e cinema: un amore non dichiarato, tormentato, contrastato, ma capace di resistere all’onda d’urto del tempo che scorre inesorabile. Fin dagli esordi, il grande schermo ha succhiato linfa vitale dalla pagina scritta: ne ha attinto storie, personaggi, caratteri, ne ha tratto ispirazione per scatenare la propria creatività, o se ne è servito per affermare un concetto o un punto di vista sulla vita e sul mondo. Tuttora il cinema continua a “saccheggiare” la letteratura, con un atteggiamento spesso disinvolto, e la diatriba sul risultato e la qualità di queste trasposizioni è ancora aperta, e probabilmente non si risolverà mai.

 

Sono molti gli studiosi che si sono cimentati con l’analisi del rapporto tra pellicole e opere letterarie. Il giornalista e critico cinematografico catanese Franco La Magna lo ha fatto in modo originale: il suo saggio, intitolato Lo schermo trema. Letteratura siciliana e cinema (Introduzione di Lorenzo Ventavoli, Città del Sole Edizioni, pp. 278, € 18,00) passa dettagliatamente in rassegna, con tanto di documentazione fotografica, i film tratti dai testi scritti da autori siciliani, dal muto sino ai giorni nostri. Un’opera sicuramente utile agli addetti ai lavori, ai critici e ai cinefili, ma in grado di stuzzicare la curiosità di tutti coloro che, pur non essendo esperti, si dilettano di cinema e di letteratura, o magari amano la Sicilia.

 

I film analizzati in questo libro sono più di 180 e di ciascuno La Magna sviscera genesi, contesto storico, cast e trama, senza risparmiare il giudizio sulla qualità della pellicola in sé, nonché sulle sue peculiarità rispetto al testo da cui è tratta. Il merito più grande di questa imponente opera di catalogazione è forse quello di riportare alla luce scritti e soprattutto film caduti nel dimenticatoio a causa di un accidentato percorso storico, ma di indiscutibile valore artistico.

 

La querelle sul rapporto tra letteratura e cinema

Lo schermo trema non può non aprirsi con un capitolo sul rapporto tra letteratura e cinema e sulle polemiche che questo ha sempre animato. Tra gli studiosi convinti che un film non possa mai essere all’altezza del libro a cui si ispira e i difensori a priori della settima arte, La Magna si colloca nel mezzo: «Che l’ingorda industria filmica abbia fatto strame della letteratura – sostiene l’autore –, del tutto disinteressandosi di nebulosi principi estetici, non è verbo rivelato soltanto a cinefili e studiosi. L’industria mira al guadagno e l’arte spesso la lascia a poeti, scrittori e “idealisti”. […] D’altra parte, è ben noto il drastico e ironico giudizio di Luis Buñuel, insuperato maestro del surrealismo citatissimo dagli studiosi della materia, che soleva affermare come molti capolavori della storia del cinema mondiale non raramente siano stati ricavati da umili, quando non addirittura pessime, fonti letterarie». A riprova di quest’ultima tesi, La Magna cita i casi dei film Senso e Ossessione (entrambi di Luchino Visconti) e de L’infernale Quinlan (di Orson Welles).

 

Dalle pellicole sentimentali ai film sulla mafia

Superata la querelle, l’autore si lancia nell’impresa di rievocare 60 anni di cinema ispirato a opere siciliane, nell’ambito del quale si rintracciano due tipologie filmiche predominanti. Abbiamo, da un lato, il gruppo, più recente, di pellicole che raccontano l’universo mafioso, con le sue simbologie, il suo codice, i suoi patti di sangue. A questa categoria si possono ascrivere anche i film che, pur non trattando direttamente del fenomeno criminalità organizzata, «disegnano un costume, uno stile, una adozione della morale mafiosa, anche senza presentare affiliazioni dichiarate» (come ci spiega Ventavoli nell’Introduzione). Dall’altro lato, vi sono le pellicole sentimentali, predominanti fino all’immediato Secondo Dopoguerra, che narrano di amori passionali, famelici, tormentati, contrastati e impossibili, che spesso finiscono nel sangue. Alcune di queste opere hanno spiccati accenti melodrammatici, altre, nate più per provocare i sussulti degli spettatori che per inseguire ambizioni artistiche, lambiscono il genere erotico.

 

Verga, Pirandello e il grande schermo: un amore ambiguo

La Sicilia è stata indubbiamente una terra fertile di genio letterario e sono innumerevoli gli scrittori isolani – alcuni pressoché sconosciuti, molti altri noti al grande pubblico – “sfruttati” dal grande schermo nel corso dei decenni. Ma, tra gli autori siciliani più amati dal cinema, italiano e non solo, vi sono di sicuro Giovanni Verga e Luigi Pirandello.

 

La devozione che l’arte cinematografica mostra da subito nei confronti del maestro del Verismo, all’inizio, non è ricambiata: «Verga – ricorda La Magna – detestava il muto (didascalie comprese) considerandolo molto al di sotto del teatro. Non ne comprendeva e probabilmente ne snobbava il rapido evolversi linguistico. […] Lo sprezzo di Verga per il cinema, tuttavia, non basta a bloccarne le sorti felici». Fino a quando lo stesso autore cambia idea: «Dapprincipio fieramente ostile alla “settima arte”, ma poi allettato dai facili profitti, Verga non impiega molto a trasformarsi in riduttore, rifacitore e produttore delle proprie fatiche letterarie». Anche dopo la morte dello scrittore catanese, i registi continueranno a dare vita alle sue storie e ai suoi personaggi, anime di una terra arida e violenta.

 

La relazione tra Pirandello e il cinema è ancora più tormentata e ambigua di quella del suo collega conterraneo. «In appena un biennio (1920-21) – spiega La Magna – Pirandello assiste, falsamente impassibile, alla realizzazione di ben cinque film ispirati ai suoi racconti. Lui che del cinema aveva scritto, in “Serafino Gubbio operatore”: “Come prendere sul serio un lavoro che altro scopo non ha, se non ingannare – non se stessi – ma gli altri? E ingannare mettendo su le più stupide finzioni, a cui la macchina è incaricata di dare la realtà meravigliosa”. Ma sempre lui, incarnazione paradossale dei suoi stessi paradossi, considerato il più cinematografico degli scrittori».

 

Non a caso, il letterato e drammaturgo siciliano sarà destinato a lasciare le proprie impronte indelebili, oltre che nella filmografia muta e di epoca fascista, anche «nel dopoguerra e, in misura più o meno corposa, in tutti i decenni successivi e in tutte le cinematografie mondiali, in pratica senza alcuna soluzione di continuità, a dimostrazione della sconvolgente modernità e perennità dell’intera sua opera». Nonostante ciò, Pirandello continuerà a nutrire un disprezzo talmente profondo per la settima arte che scriverà: «Seguito ad avere il più grande schifo per il cinematografo e tutto il suo mondo. Per me si tratta di soldi, e di nient’altro. Paghino, e poi facciano tutto quello che vogliono. È il miglior modo per disprezzarli».

 

Sicilia, terra estrema ed estremizzata

Il filo conduttore e il polo di attrazione e di fascino del saggio di La Magna è la Sicilia. E non poteva essere diversamente. Quest’isola meravigliosa, fertile e arida al contempo, capace di suscitare nello stesso uomo sentimenti di amore e odio, ha spesso assistito inerme all’esasperazione dei suoi tratti tipici sul grande schermo. Troppe volte sceneggiatori, registi e direttori della fotografia l’hanno dipinta come una «terra felix, tutta bollori carnali, effluvi di zagara, selvaggia natura», oppure come un luogo in cui germogliano solo semi cattivi, dominata da passioni negative e violente, e dove persino l’amore genera distruzione.

 

Gli stessi siciliani nel cinema sembrano essere ricondotti a tre categorie: l’amante violento, il mafioso e il furbacchione simpatico, “galletto” e scapestrato. Lo schermo trema ci ricorda, però, che la realtà è molto più complessa e carica di sfumature e che un’opera, letteraria o cinematografica che sia, non centra appieno il suo obiettivo se non riesce a cogliere l’intima e profonda essenza del luogo che la ispira. Nel bene e nel male.

 

Annalice Furfari

 

(www.excursus.org, anno III, n. 18, gennaio 2011)

        

                 

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Marta Altieri, Linda Basile, Massimiliano Borelli, Silvia Caristi, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

Marco Gatto, Serena Intelisano, Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro, Carmine Zaccaro

 

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