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Letteratura e
cinema: un amore non dichiarato, tormentato,
contrastato, ma capace di resistere all’onda d’urto
del tempo che scorre inesorabile. Fin dagli esordi,
il grande schermo ha succhiato linfa vitale dalla
pagina scritta: ne ha attinto storie, personaggi,
caratteri, ne ha tratto ispirazione per scatenare la
propria creatività, o se ne è servito per affermare
un concetto o un punto di vista sulla vita e sul
mondo. Tuttora il cinema continua a “saccheggiare”
la letteratura, con un atteggiamento spesso
disinvolto, e la diatriba sul risultato e la qualità
di queste trasposizioni è ancora aperta, e
probabilmente non si risolverà mai.
Sono molti gli
studiosi che si sono cimentati con l’analisi del
rapporto tra pellicole e opere letterarie. Il
giornalista e critico cinematografico catanese
Franco La Magna lo ha fatto in modo originale: il
suo saggio, intitolato Lo schermo trema.
Letteratura siciliana e cinema (Introduzione
di Lorenzo Ventavoli, Città del Sole Edizioni,
pp. 278, € 18,00) passa dettagliatamente in
rassegna, con tanto di documentazione fotografica, i
film tratti dai testi scritti da autori siciliani,
dal muto sino ai giorni nostri. Un’opera sicuramente
utile agli addetti ai lavori, ai critici e ai
cinefili, ma in grado di stuzzicare la curiosità di
tutti coloro che, pur non essendo esperti, si
dilettano di cinema e di letteratura, o magari amano
la Sicilia.
I film analizzati
in questo libro sono più di 180 e di ciascuno La
Magna sviscera genesi, contesto storico, cast e
trama, senza risparmiare il giudizio sulla qualità
della pellicola in sé, nonché sulle sue peculiarità
rispetto al testo da cui è tratta. Il merito più
grande di questa imponente opera di catalogazione è
forse quello di riportare alla luce scritti e
soprattutto film caduti nel dimenticatoio a causa di
un accidentato percorso storico, ma di indiscutibile
valore artistico.
La querelle
sul rapporto tra letteratura e cinema
Lo schermo trema
non può non aprirsi con un capitolo sul rapporto tra
letteratura e cinema e sulle polemiche che questo ha
sempre animato. Tra gli studiosi convinti che un
film non possa mai essere all’altezza del libro a
cui si ispira e i difensori a priori della settima
arte, La Magna si colloca nel mezzo: «Che l’ingorda
industria filmica abbia fatto strame
della letteratura – sostiene l’autore
–, del tutto disinteressandosi di nebulosi principi
estetici, non è verbo rivelato soltanto a cinefili e
studiosi. L’industria mira al guadagno e l’arte
spesso la lascia a poeti, scrittori e “idealisti”.
[…] D’altra parte, è ben noto il drastico e ironico
giudizio di Luis Buñuel, insuperato maestro del
surrealismo citatissimo dagli studiosi della
materia, che soleva affermare come molti capolavori
della storia del cinema mondiale non raramente siano
stati ricavati da umili, quando non addirittura
pessime, fonti letterarie». A riprova di
quest’ultima tesi, La Magna cita i casi dei film
Senso e Ossessione (entrambi di Luchino
Visconti) e de L’infernale Quinlan (di Orson
Welles).
Dalle pellicole
sentimentali ai film sulla mafia
Superata la
querelle, l’autore si lancia nell’impresa di
rievocare 60 anni di cinema ispirato a opere
siciliane, nell’ambito del quale si rintracciano due
tipologie filmiche predominanti. Abbiamo, da un
lato, il gruppo, più recente, di pellicole che
raccontano l’universo mafioso, con le sue
simbologie, il suo codice, i suoi patti di sangue. A
questa categoria si possono ascrivere anche i film
che, pur non trattando direttamente del fenomeno
criminalità organizzata, «disegnano un costume, uno
stile, una adozione della morale mafiosa, anche
senza presentare affiliazioni dichiarate» (come ci
spiega Ventavoli nell’Introduzione).
Dall’altro lato, vi sono le pellicole sentimentali,
predominanti fino all’immediato Secondo Dopoguerra,
che narrano di amori passionali, famelici,
tormentati, contrastati e impossibili, che spesso
finiscono nel sangue. Alcune di queste opere hanno
spiccati accenti melodrammatici, altre, nate più per
provocare i sussulti degli spettatori che per
inseguire ambizioni artistiche, lambiscono il genere
erotico.
Verga,
Pirandello e il grande schermo: un amore ambiguo
La Sicilia è stata
indubbiamente una terra fertile di genio letterario
e sono innumerevoli gli scrittori isolani – alcuni
pressoché sconosciuti, molti altri noti al grande
pubblico – “sfruttati” dal grande schermo nel corso
dei decenni. Ma, tra gli autori siciliani più amati
dal cinema, italiano e non solo, vi sono di sicuro
Giovanni Verga e Luigi Pirandello.
La devozione che
l’arte cinematografica mostra da subito nei
confronti del maestro del Verismo, all’inizio, non è
ricambiata: «Verga – ricorda La Magna – detestava il
muto (didascalie comprese) considerandolo molto al
di sotto del teatro. Non ne comprendeva e
probabilmente ne snobbava il rapido evolversi
linguistico. […] Lo sprezzo di Verga per il cinema,
tuttavia, non basta a bloccarne le sorti felici».
Fino a quando lo stesso autore cambia idea:
«Dapprincipio fieramente ostile alla “settima arte”,
ma poi allettato dai facili profitti, Verga non
impiega molto a trasformarsi in riduttore,
rifacitore e produttore delle proprie fatiche
letterarie». Anche dopo la morte dello scrittore
catanese, i registi continueranno a dare vita alle
sue storie e ai suoi personaggi, anime di una terra
arida e violenta.
La relazione tra
Pirandello e il cinema è ancora più tormentata e
ambigua di quella del suo collega conterraneo. «In
appena un biennio (1920-21) – spiega La Magna –
Pirandello assiste, falsamente impassibile, alla
realizzazione di ben cinque film ispirati ai suoi
racconti. Lui che del cinema aveva scritto, in
“Serafino Gubbio operatore”: “Come prendere sul
serio un lavoro che altro scopo non ha, se non
ingannare – non se stessi – ma gli altri? E
ingannare mettendo su le più stupide finzioni, a cui
la macchina è incaricata di dare la realtà
meravigliosa”. Ma sempre lui, incarnazione
paradossale dei suoi stessi paradossi, considerato
il più cinematografico degli scrittori».
Non a caso, il
letterato e drammaturgo siciliano sarà destinato a
lasciare le proprie impronte indelebili, oltre che
nella filmografia muta e di epoca fascista, anche
«nel dopoguerra e, in misura più o meno corposa, in
tutti i decenni successivi e in tutte le
cinematografie mondiali, in pratica senza alcuna
soluzione di continuità, a dimostrazione della
sconvolgente modernità e perennità dell’intera sua
opera». Nonostante ciò, Pirandello continuerà a
nutrire un disprezzo talmente profondo per la
settima arte che scriverà: «Seguito ad avere il più
grande schifo per il cinematografo e tutto il suo
mondo. Per me si tratta di soldi, e di nient’altro.
Paghino, e poi facciano tutto quello che vogliono. È
il miglior modo per disprezzarli».
Sicilia, terra
estrema ed estremizzata
Il filo conduttore
e il polo di attrazione e di fascino del saggio di
La Magna è la Sicilia. E non poteva essere
diversamente. Quest’isola meravigliosa, fertile e
arida al contempo, capace di suscitare nello stesso
uomo sentimenti di amore e odio, ha spesso assistito
inerme all’esasperazione dei suoi tratti tipici sul
grande schermo. Troppe volte sceneggiatori, registi
e direttori della fotografia l’hanno dipinta come
una «terra felix, tutta bollori carnali,
effluvi di zagara, selvaggia natura», oppure come un
luogo in cui germogliano solo semi cattivi, dominata
da passioni negative e violente, e dove persino
l’amore genera distruzione.
Gli stessi
siciliani nel cinema sembrano essere ricondotti a
tre categorie: l’amante violento, il mafioso e il
furbacchione simpatico, “galletto” e scapestrato.
Lo schermo trema ci ricorda, però, che la realtà
è molto più complessa e carica di sfumature e che
un’opera, letteraria o cinematografica che sia, non
centra appieno il suo obiettivo se non riesce a
cogliere l’intima e profonda essenza del luogo che
la ispira. Nel bene e nel male.
Annalice Furfari
(www.excursus.org,
anno III, n. 18, gennaio 2011)
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