Anno III              n.24                     Luglio 2011

La biblioteca di un uomo è una specie di harem (Ralph Waldo Emerson)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il vaso di Pandora

 

 

Storie tutte al femminile  

 in una Sicilia d'altri tempi

 di Annalice Furfari

Un tributo al coraggio di essere   

 donna e madre nelle difficoltà,

 in un testo edito da Pungitopo

 

 

 

 

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Esseri delicati, fieri, appassionati, dignitosi, intelligenti, sensibili, combattivi, coraggiosi. In una parola, donne. Bimbe dall’infanzia violata, costrette a crescere troppo in fretta; adolescenti curiose del mondo, ansiose di provare i primi palpiti della passione; giovani che incorrono un sogno irraggiungibile o muoiono in nome di un ideale; madri che sacrificano la propria felicità pur di donarla ai figli; anziane che lottano contro la povertà e convivono con la fatica. Donne che guardano al futuro, con un occhio rivolto al passato. Anime belle e fragili che, dai vialoni affollati di una grande città ai viottoli sperduti di un piccolo paesino di provincia, cercano se stesse, il proprio posto nel mondo, mordendo la vita e affrontandone gioie e dolori a testa alta. Come le donne protagoniste di Aroma di caffè (Pungitopo Editrice, pp. 102, € 12,00), raccolta di racconti concepiti dalla penna della siciliana Marianna Fascetto.

 

Storie di donna, in una Sicilia impregnata di tradizione

Appassionata ricercatrice di storia e tradizioni popolari, l’autrice ha raccolto e pubblicato un gran numero di documenti che ricostruiscono i trascorsi e la cultura della sua città, Capizzi, piccolo comune montuoso della provincia di Messina, borgo dove il tempo sembra essersi fermato. La stessa atmosfera, quasi sospesa e rarefatta, avvolge le storie di donne racchiuse in questo libro, brevi e intense avventure che non possono prescindere dal luogo che le ha generate: una Sicilia impregnata di tradizione, dove la vita pullula attorno a un centro ristretto, che va dalla piazza alla chiesetta. Una Sicilia di piccole case dalle scale strette, dove le porte restano aperte e le “comari” chiacchierano allegre della notizia del giorno, mentre i bambini si divertono con giochi d’altri tempi e di stare in casa non ne vogliono proprio sapere. Un orizzonte limitato, che spesso deve fare i conti con la miseria, ma dove è ancora possibile apprezzare la semplicità dei piccoli gesti, assaporare il profumo delle stagioni, gustare l’aroma del caffè.

 

È in questo universo che nascono e crescono donne che sembrano segnate da un destino fuori dal comune, protagoniste, loro malgrado, di storie eccezionali, che però confermano quanto sia difficile essere “femmina”, ieri come oggi. È di loro che racconta il libro della Fascetto, è a loro che l’autrice intende fare omaggio. Ed è attraverso i loro occhi che la scrittrice guarda a se stessa e al proprio passato, anche a quello che non ha conosciuto direttamente. «L’idea di scrivere delle storie al femminile – spiega la Fascetto nella Premessa – nasce da un forte sentimento di ammirazione, condivisione, empatia verso le donne della mia famiglia, fino a toccare un arco di quattro generazioni. Alle storie familiari si aggiungono altri racconti, alcuni tratti dal vissuto della società che mi appartiene, altri tratti da vicende paradigmatiche e adattabili a ogni condizione di tempo e luogo». Il dubbio, infatti, è sempre lo stesso: «Se la donna abbia infine ottenuto la sua dignità o se sarà sempre oggetto di una mentalità al maschile, che non lascia spazio alla sua natura sensibile, caparbia, intelligente». In ogni caso, quale che sia la loro esperienza di vita, una vittoria le donne l’hanno conquistata: la libertà di scegliere la strada da intraprendere. Una strada lungo la quale spesso l’uomo appare timoroso di «essere sopraffatto, annullato o annichilito» ed è proprio questa incapacità di brillare di luce propria che lo spinge a scatenare tutta la sua brutalità.

 

I volti delle donne: il coraggio, l’eroismo, la sopportazione del dolore

Aroma di caffè è strutturato in capitoli, ognuno dei quali esalta un aspetto particolare dell’essere donna. Il coraggio, innanzitutto, la capacità di sopportare con tenacia le traversie e i dolori dell’esistenza, persino quelli più ingiusti e insensati. Ne è un esempio la storia di Teresa, che ha conosciuto la felicità dell’amore, ma solo per un attimo, prima che l’orrore della guerra glielo strappasse via, lasciandola malinconica vedova e madre di due figlie. Oppure Mimma, che deve crescere da sola una figlia disabile, fonte di sofferenza ma anche unica ragione di vita. O Emma, che vive in un mondo di silenzi che la espongono al dileggio altrui, ma sa sopperire alle parole con l’intelligenza. E c’è Virginia, violata appena adolescente, costretta a sposare un uomo odioso, ma capace di ribellarsi a un destino atroce e riaffermare la propria libertà, pur nella triste beffa finale. Beffardo è il fato anche con Nonna Angela, emigrata da sola negli Stati Uniti, ai primi del Novecento, pur di mantenere una famiglia numerosa a cui il marito non sa badare, e destinata a non rivedere mai più la sua Sicilia, i suoi figli.  

 

L’autrice tratteggia poi ritratti di donne qualsiasi, rese anonime eroine da una Storia che è entrata prepotentemente nelle loro esistenze. È il caso delle siciliane di Capizzi violentate dai Tabor, speciali formazioni armate dell’esercito marocchino che, durante la Seconda Guerra Mondiale, si batterono nella Campagna d'Italia a fianco degli Alleati. Ci sono anche le donne comuniste, simbolo della Resistenza, che «non fanno parte della cronaca, ma seppero lottare per quella loro piccola, insignificante vita e, sebbene non riuscirono nel loro intento, dimostrarono al mondo che le conobbe il loro piccolo, grande coraggio di donne, di mogli e di madri, eroiche nel loro modo di essere state tali».

 

I drammi della vita che lasciano un segno indelebile

Persino quelle che l’autrice definisce “donne sconfitte” o “per errore” non sono prive di dignità e se la perdono è perché la vita è stata crudele. Certo, alcune avrebbero avuto la possibilità di scegliere un percorso alternativo e se non lo hanno intrapreso è stato per eccessiva fragilità. Proprio come Rosina, che perde la testa per il cognato e finisce per distruggere sia la sorella che l’amante, ucciso dalla lama della gelosia. O Donna Brigida, che avvelena la moglie del fratello conte, perché incapace di garantire discendenza alla dinastia. Oppure Nina che, dimenticata dal marito emigrato in Argentina, non riesce a tirare su i propri figli e, «torturata dal pensiero di non essere stata una buona madre», vende il proprio corpo, annichilendo il rimorso nelle pratiche dell’anti-amore.

Così, mentre «alcune donne donano la loro vita con un coraggio inconsapevole, altre, aspettando di vivere, si lasciano saccheggiare nei meandri più nascosti della loro esistenza».

La scrittrice non tralascia neppure il tema dell’omosessualità, il dramma di essere costretti a vivere in un corpo che non rispecchia l’anima e la paura di non essere compresi da chi si ama.

 

Un omaggio all’essere madre

In chiusura, vi sono due ritratti di uomini. Può sembrare inconsueto, in un libro declinato al femminile, ma non lo è: si tratta di un ulteriore pretesto per raccontare le donne. È da loro, infatti, che dipendono le esistenze e i destini di questi personaggi vinti dalla debolezza e dalla meschinità. Qualità che di certo non contrassegnano le madri, vere protagoniste di Aroma di caffè. È a loro che il libro è dedicato e sono loro che l’autrice vuole omaggiare. «Il coraggio delle donne – scrive la Fascetto – sta nella loro stessa natura di madri. […] Ad una madre si deve ogni cosa, soprattutto la capacità di farci accettare la vita. […] Ma l’ardimento più immenso e misterioso è che una madre non teme mai la morte, ma il suo timore più grande è quello di lasciare un figlio indifeso».

Del resto, la madre «è il filo che lega l’uomo alla storia, è il legame che ci fa amare il mondo in cui viviamo, è il motivo che dà un senso alla vita, è infine l’essenza che esalta l’individuo, poiché è lo scrigno prezioso della sua cultura». In una parola, «la madre è la coscienza dell’uomo».  

 

Annalice Furfari

 

(www.excursus.org, anno III, n. 24, luglio 2011)

 

 

                 

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Marta Altieri, Linda Basile, Massimiliano Borelli, Silvia Caristi, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

Marco Gatto, Serena Intelisano, Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro, Carmine Zaccaro

 

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