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Esseri delicati, fieri, appassionati, dignitosi,
intelligenti, sensibili, combattivi, coraggiosi. In
una parola, donne. Bimbe dall’infanzia violata,
costrette a crescere troppo in fretta; adolescenti
curiose del mondo, ansiose di provare i primi
palpiti della passione; giovani che incorrono un
sogno irraggiungibile o muoiono in nome di un
ideale; madri che sacrificano la propria felicità
pur di donarla ai figli; anziane che lottano contro
la povertà e convivono con la fatica. Donne che
guardano al futuro, con un occhio rivolto al
passato. Anime belle e fragili che, dai vialoni
affollati di una grande città ai viottoli sperduti
di un piccolo paesino di provincia, cercano se
stesse, il proprio posto nel mondo, mordendo la vita
e affrontandone gioie e dolori a testa alta. Come le
donne protagoniste di Aroma di caffè
(Pungitopo Editrice, pp. 102, € 12,00), raccolta di
racconti concepiti dalla penna della siciliana
Marianna Fascetto.
Storie di donna, in
una Sicilia impregnata di tradizione
Appassionata ricercatrice di storia e tradizioni
popolari, l’autrice ha raccolto e pubblicato un gran
numero di documenti che ricostruiscono i trascorsi e
la cultura della sua città, Capizzi, piccolo comune
montuoso della provincia di Messina, borgo dove il
tempo sembra essersi fermato. La stessa atmosfera,
quasi sospesa e rarefatta, avvolge le storie di
donne racchiuse in questo libro, brevi e intense
avventure che non possono prescindere dal luogo che
le ha generate: una Sicilia impregnata di
tradizione, dove la vita pullula attorno a un centro
ristretto, che va dalla piazza alla chiesetta. Una
Sicilia di piccole case dalle scale strette, dove le
porte restano aperte e le “comari” chiacchierano
allegre della notizia del giorno, mentre i bambini
si divertono con giochi d’altri tempi e di stare in
casa non ne vogliono proprio sapere. Un orizzonte
limitato, che spesso deve fare i conti con la
miseria, ma dove è ancora possibile apprezzare la
semplicità dei piccoli gesti, assaporare il profumo
delle stagioni, gustare l’aroma del caffè.
È in questo universo che nascono e crescono donne
che sembrano segnate da un destino fuori dal comune,
protagoniste, loro malgrado, di storie eccezionali,
che però confermano quanto sia difficile essere
“femmina”, ieri come oggi. È di loro che racconta il
libro della Fascetto, è a loro che l’autrice intende
fare omaggio. Ed è attraverso i loro occhi che la
scrittrice guarda a se stessa e al proprio passato,
anche a quello che non ha conosciuto direttamente.
«L’idea di scrivere delle storie al femminile –
spiega la Fascetto nella Premessa – nasce da
un forte sentimento di ammirazione, condivisione,
empatia verso le donne della mia famiglia, fino a
toccare un arco di quattro generazioni. Alle storie
familiari si aggiungono altri racconti, alcuni
tratti dal vissuto della società che mi appartiene,
altri tratti da vicende paradigmatiche e adattabili
a ogni condizione di tempo e luogo». Il dubbio,
infatti, è sempre lo stesso: «Se la donna abbia
infine ottenuto la sua dignità o se sarà sempre
oggetto di una mentalità al maschile, che non lascia
spazio alla sua natura sensibile, caparbia,
intelligente». In ogni caso, quale che sia la loro
esperienza di vita, una vittoria le donne l’hanno
conquistata: la libertà di scegliere la strada da
intraprendere. Una strada lungo la quale spesso
l’uomo appare timoroso di «essere sopraffatto,
annullato o annichilito» ed è proprio questa
incapacità di brillare di luce propria che lo spinge
a scatenare tutta la sua brutalità.
I volti delle donne: il coraggio, l’eroismo, la
sopportazione del dolore
Aroma di caffè
è strutturato in capitoli, ognuno dei quali
esalta un aspetto particolare dell’essere donna. Il
coraggio, innanzitutto, la capacità di sopportare
con tenacia le traversie e i dolori dell’esistenza,
persino quelli più ingiusti e insensati. Ne è un
esempio la storia di Teresa, che ha conosciuto la
felicità dell’amore, ma solo per un attimo, prima
che l’orrore della guerra glielo strappasse via,
lasciandola malinconica vedova e madre di due
figlie. Oppure Mimma, che deve crescere da sola una
figlia disabile, fonte di sofferenza ma anche unica
ragione di vita. O Emma, che vive in un mondo di
silenzi che la espongono al dileggio altrui, ma sa
sopperire alle parole con l’intelligenza. E c’è
Virginia, violata appena adolescente, costretta a
sposare un uomo odioso, ma capace di ribellarsi a un
destino atroce e riaffermare la propria libertà, pur
nella triste beffa finale. Beffardo è il fato anche
con Nonna Angela, emigrata da sola negli Stati
Uniti, ai primi del Novecento, pur di mantenere una
famiglia numerosa a cui il marito non sa badare, e
destinata a non rivedere mai più la sua Sicilia, i
suoi figli.
L’autrice tratteggia poi ritratti di donne
qualsiasi, rese anonime eroine da una Storia che è
entrata prepotentemente nelle loro esistenze. È il
caso delle siciliane di Capizzi violentate dai
Tabor, speciali formazioni armate dell’esercito
marocchino che, durante la Seconda Guerra Mondiale,
si batterono nella Campagna d'Italia a fianco degli
Alleati. Ci sono anche le donne comuniste, simbolo
della Resistenza, che «non fanno parte della
cronaca, ma seppero lottare per quella loro piccola,
insignificante vita e, sebbene non riuscirono nel
loro intento, dimostrarono al mondo che le conobbe
il loro piccolo, grande coraggio di donne, di mogli
e di madri, eroiche nel loro modo di essere state
tali».
I drammi della vita che lasciano un segno indelebile
Persino quelle che l’autrice definisce “donne
sconfitte” o “per errore” non sono prive di dignità
e se la perdono è perché la vita è stata crudele.
Certo, alcune avrebbero avuto la possibilità di
scegliere un percorso alternativo e se non lo hanno
intrapreso è stato per eccessiva fragilità. Proprio
come Rosina, che perde la testa per il cognato e
finisce per distruggere sia la sorella che l’amante,
ucciso dalla lama della gelosia. O Donna Brigida,
che avvelena la moglie del fratello conte, perché
incapace di garantire discendenza alla dinastia.
Oppure Nina che, dimenticata dal marito emigrato in
Argentina, non riesce a tirare su i propri figli e,
«torturata dal pensiero di non essere stata una
buona madre», vende il proprio corpo, annichilendo
il rimorso nelle pratiche dell’anti-amore.
Così, mentre «alcune donne donano la loro vita con
un coraggio inconsapevole, altre, aspettando di
vivere, si lasciano saccheggiare nei meandri più
nascosti della loro esistenza».
La scrittrice non tralascia neppure il tema
dell’omosessualità, il dramma di essere costretti a
vivere in un corpo che non rispecchia l’anima e la
paura di non essere compresi da chi si ama.
Un omaggio all’essere madre
In chiusura, vi sono due ritratti di uomini. Può
sembrare inconsueto, in un libro declinato al
femminile, ma non lo è: si tratta di un ulteriore
pretesto per raccontare le donne. È da loro,
infatti, che dipendono le esistenze e i destini di
questi personaggi vinti dalla debolezza e dalla
meschinità. Qualità che di certo non contrassegnano
le madri, vere protagoniste di Aroma di caffè.
È a loro che il libro è dedicato e sono loro che
l’autrice vuole omaggiare. «Il coraggio delle donne
– scrive la Fascetto – sta nella loro stessa natura
di madri. […] Ad una madre si deve ogni cosa,
soprattutto la capacità di farci accettare la vita.
[…] Ma l’ardimento più immenso e misterioso è che
una madre non teme mai la morte, ma il suo timore
più grande è quello di lasciare un figlio indifeso».
Del resto, la madre «è il filo che lega l’uomo alla
storia, è il legame che ci fa amare il mondo in cui
viviamo, è il motivo che dà un senso alla vita, è
infine l’essenza che esalta l’individuo, poiché è lo
scrigno prezioso della sua cultura». In una parola,
«la madre è la coscienza dell’uomo».
Annalice Furfari
(www.excursus.org,
anno III, n. 24, luglio 2011)
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