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Dei, ninfe, maghi,
streghe, santi, cavalieri, re e regine, abitanti di
mondi incantati, protagonisti di storie
affascinanti, capaci di attraversare indenni il
turbinio vorticoso e incessante dello scorrere del
tempo, passando di bocca in bocca, di padre in
figlio, di generazione in generazione, di secolo in
secolo. Storie che si sedimentano nel sostrato
culturale di una terra, convertendosi in un arcaico
pozzo di sapienza, al quale attingere sospinti dal
bisogno o più semplicemente dalla curiosità e dal
desiderio di entrare in contatto con le proprie
radici. Risiede qui il punto di forza della
mitologia, con il suo bagaglio di miti, misteri,
leggende, fatti e personaggi, di cui è arduo
distinguere i confini tra verità e finzione, realtà
e fantasia. E nonostante ciò, a migliaia di anni dal
loro germoglio, questi racconti non smettono di
esercitare il loro fascino innato su tutti coloro
che si accostano a un mondo così variegato e a
tratti persino surreale.
Ecco perché,
nell’era delle telecomunicazioni, di internet e dei
social network, si continuano a pubblicare libri
che, a uno sguardo superficiale, potrebbero apparire
ormai desueti. Al contrario, proprio le suggestioni
arcaiche rievocate contribuiscono a rendere
seducenti, oltre che interessanti, testi come
Febea. Miti, misteri e leggende di Reggio Calabria e
dintorni (Laruffa Editore, pp. 152, € 10,00),
raccolta di racconti mitologici interamente dedicati
alla città che fa da punta dello Stivale e ai suoi
splendidi centri limitrofi. L’autrice di queste
raffinate trame mitologiche si chiama Marina Crisafi,
giornalista e saggista di origini reggine,
trapiantata a Genova, alla sua prima esperienza
narrativa.
Una
dichiarazione d’amore alla propria terra
Come ci spiega la
scrittrice stessa nella Prefazione, «la tua
città o la ami o la odi. Non ci sono vie di mezzo».
Soprattutto se si vive la complicata condizione di
«figli strappati alla propria terra». A quel punto,
diventa quasi automatico idealizzare la propria
città, ricordando solo gli aspetti positivi e
dimenticando le difficoltà e le brutture, con le
quali si è comunque dovuto fare i conti. Nello
stesso tempo, «però, avviene una cosa stupenda, si
recupera la propria identità, l’orgoglio di
appartenenza. Si diventa più consapevoli di essere
Reggini». È proprio questo il meccanismo, quasi
automatico, che ha consentito all’autrice di
accostarsi alle proprie radici culturali con sguardo
distaccato e partecipato assieme, nel desiderio di
portare alla luce e archiviare il nucleo
fondamentale della miriade di miti, favole e
racconti che hanno come comun denominatore
l’ambientazione nella provincia di Reggio Calabria.
L’obiettivo per cui
questo lavoro è nato è quello di recuperare e
organizzare storie che, per quanto fittizie,
contengono un barlume di verità e la prova sta nel
fatto che si sono sedimentate nel bacino di cultura,
usanze, costumi e tradizioni di un’intera
popolazione. Nonostante ciò, troppo spesso questi
racconti, passati di bocca in bocca per secoli, sono
dimenticati o, ancor peggio, ignorati dai Calabresi
di oggi. È la stessa Crisafi a lanciare l’allarme:
«Reggio Calabria è, purtroppo, una delle poche
province che disconosce le proprie origini. Si è
persa la memoria storica, la cognizione di quello
che il nostro territorio e la sua gente hanno
rappresentato nei secoli. E ciò ha consentito che le
tare che attanagliano la nostra terra ricadessero
anche su coloro che vanno avanti con onestà e
dignità, rendendoli succubi di un senso di vergogna
ancestrale, quasi che l’essere Reggini sia una colpa
e non un motivo di orgoglio».
Ecco, quindi, che
questo libro si converte in una vera e propria
dichiarazione d’amore dell’autrice alla sua città,
alla sua terra, a quelle bellezze paesaggistiche che
hanno contribuito a forgiare il carattere, la
personalità, lo spirito, l’anima e il cuore dei suoi
abitanti. Un atto letterario di amore e devozione,
che «vuole rappresentare un invito a riappropriarci
della nostra identità, a riconoscere la nostra
cultura e proporla, libera dallo spettro della
violenza e della negatività, agli altri Reggini, ai
Calabresi, a tutti gli Italiani, gridarla al
mondo!», farlo con la grazia, la leggerezza,
l’ironia e la sapienza insite in queste storie.
Il mito
attraversa la storia
Le leggende narrate
in questo testo, oltre a essere gradevoli e facili
alla lettura, complice uno stile scorrevole e
delicatamente raffinato, sono assai utili per
entrare in contatto con le numerose, e spesso
complicate, vicende storiche che hanno
caratterizzato il territorio reggino nel corso dei
secoli. Una storia molto ricca e densa di
significato, ma troppo spesso ignorata dagli stessi
Reggini.
Nei racconti
selezionati e riscritti da Crisafi, la realtà permea
la fantasia e il mito si intreccia alla storia, in
modo talmente leggero e istruttivo che il libro
potrebbe essere tranquillamente adoperato dai
genitori come fonte di ispirazione per le favole da
raccontare ai bambini, favole che si sedimentano nel
bagaglio di idee, principi, valori e cultura di
ognuno di noi. Ma anche gli adulti possono trarre
beneficio da una lettura, mai noiosa o stancante,
che passa in rassegna 3000 anni di storia, quella
storia che ha trasformato Reggio da «gloriosa
polis magno-greca» a «potente civitas
federata romana», da roccaforte cristiana a enclave
musulmana, da «superba spagnola» a «raffinata oasi
francese». Le molteplici dominazioni e il contatto
con i popoli, le culture, le lingue, le tradizioni e
le usanze più disparate costituiscono la forza e la
ricchezza di questa città, forgiata da una
miscellanea spesso ignorata, che, anziché
indebolirla, le ha permesso di consolidare le
proprie peculiarità e specificità.
Personaggi
affascinanti e luoghi incantati, fino all’origine
delle mafie
L’altro punto di
forza del libro è costituito dai ritratti dei
protagonisti dei miti e delle leggende, personaggi
animati da emozioni e sentimenti intensi, che spesso
si trovano a dover percorrere le scale impervie
dell’esistenza o a dover fare i conti con un destino
avverso. Le categorie sono le più varie: si passa
dagli uomini agli dei, dalle ninfe ai poeti, dai
maghi alle streghe, dai balordi ai santi, dai
contadini ai cavalieri, dai re ai poveracci, dalle
fate alle principesse, dai diavoli ai fantasmi.
Il filo conduttore
che lega questa umanità così sfaccettata è
l’ambientazione: i paesaggi incantati della
Calabria, con le sue distese profumate di agrumeti e
oliveti, i suoi aspri angoli montani, il suo
scenario marino roccioso e frastagliato, le sue
acque scroscianti e cristalline. Quello stesso
paesaggio tuttora vergine e incorrotto in molti
punti, nonostante le numerose storture edilizie.
Molte sono le
vicende e le leggende raccontate, alcune
particolarmente note, come quelle della fata
Morgana, di Scilla e Cariddi e della Sibilla Cumana,
altre meno conosciute, ma non per questo meno
affascinanti.
Una delle più
interessanti e, per quanto antica,
straordinariamente attuale, è quella che chiude
l’opera e narra la storia di tre cavalieri spagnoli,
colpevoli, secondo la leggenda, di aver istituito le
mafie nel nostro paese. Osso, Mastrosso e
Carcagnosso erano affiliati alla Garduña, la
società segreta, nata in Spagna intorno al
Quattrocento e dedita al saccheggio e all’omicidio.
Un giorno, i tre delinquenti furono arrestati e
trasportati nel carcere duro di Favignana. Qui
maturarono l’idea di fondare una nuova società
criminale e ne stabilirono regole, riti, codici,
formule segrete, simboli esoterici e disciplina.
Alla scarcerazione, i tre cavalieri si salutarono,
«giurandosi, sul sacro vincolo della famiglia e
della fede, reciproco rispetto ed eterna fedeltà».
Poi si separarono per sempre. «Osso rimase in
Sicilia dove fondò la mafia. Mastrosso girovagò per
tutta la penisola e alla fine si stabilì a Napoli
dove diede vita alla camorra. Carcagnosso, invece,
si diresse in Calabria dove pose le fondamenta della
‘ndrangheta».
Nonostante questo
triste racconto, il libro si conclude con le
considerazioni speranzose dell’autrice e con il suo
augurio che la ‘ndrangheta diventi essa stessa, un
giorno, una leggenda da tramandare ai posteri,
affinché le generazioni future ne traggano esempio.
Annalice Furfari
(www.excursus.org,
anno II, n. 7, febbraio 2010)
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