|
Non esiste film che
abbia influenzato il costume, la cultura e lo stile
di vita italiani più de La dolce vita di
Federico Fellini. Con quest’opera, il maestro del
neodecadentismo cinematografico nostrano ha
raggiunto i vertici stilistici della sua prolifica
carriera di regista, lasciando un’impronta
indelebile nella storia della settima arte. Dopo
La dolce vita il cinema ha smesso di essere
analizzato secondo i canoni tradizionali di forma,
contenuto, ripresa e struttura. Questo perché
Fellini ha scardinato le regole classiche,
polverizzandole e ricomponendole a proprio
piacimento, piegandole sempre e comunque al suo
estro e alla sua genialità espressiva. Il suo è un
film senza intreccio, spiazzante nella
sovrabbondanza e nella densità di particolari
visivi, affascinante nel surrealismo e nel
simbolismo quasi mistico che lo caratterizzano.
Ovvio che, con tale
carica dirompente di novità, fosse destinato a
suscitare accese polemiche, ancor prima della fine
delle riprese. Moltissimi gli intellettuali che si
sono cimentati, nel corso del tempo, con la
difficile analisi di quest’opera. Oggi, che si
celebrano i 50 anni dalla sua prima proiezione
pubblica, datata 3 febbraio 1960, parlare di
Dolce vita è straordinariamente attuale, proprio
grazie ai segni che il film del cineasta romagnolo
ha impresso nel costume degli italiani e non solo.
Restituire
l’opera al suo creatore
Non a caso, è
recente la pubblicazione di un nuovo libro dedicato
al capolavoro di Fellini. Già dal titolo capiamo
l’obiettivo dell’autore: restituire l’opera al suo
ideatore dopo gli effluvi di parole spese.
Federico Fellini. La dolce vita (Edizioni Lindau,
pp. 224, € 18,00) è stato scritto dal professore e
studioso di cinema Antonio Costa, con l’intento di
analizzare il film in quanto tale, prescindendo
dalle polemiche che ha suscitato e dalle ideologie
che, di volta in volta, gli sono state attribuite.
Se vogliamo, si tratta di un tentativo di
disinnescare la carica culturale potenzialmente
esplosiva della pellicola e di ricondurla alla sua
dimensione puramente cinematografica. Del resto,
Fellini non era un attivista mosso dallo scopo di
cambiare l’universo, ma solo un regista, un creativo
che metteva il proprio talento artistico al servizio
di una personale visione del mondo e della società,
pur accentandone le tendenze di fondo.
Non c’è niente di
meglio, per restituire La dolce vita a
Federico Fellini, che far parlare il film stesso,
con i suoi innumerevoli personaggi e le sue
memorabili scene, diventate ormai cult, ma,
proprio per questo, troppo spesso deformate e
ridotte a luogo comune. Così, nel saggio di Costa si
parte dal principio, con una scheda filmica
dettagliata, che riporta tutti i credits,
compresi i nomi degli attori e dei ruoli incarnati.
Poi si passa al racconto della storia, utile ai più
giovani che non hanno ancora visto la pellicola, e
alla descrizione delle singole sequenze, con tanto
di trascrizione dei dialoghi di sceneggiatura delle
scene che sono diventate il vero e proprio biglietto
da visita de La dolce vita, cioè quelle che
riprendono l’avventura notturna di Marcello
(Marcello Mastroianni) e Sylvia (Anita Ekberg) in
una Roma incantata, culminata nel notissimo bagno
dei due nella fontana di Trevi.
Immediatamente ci
rendiamo conto che La dolce vita non è solo
il maglioncino a collo alto e a “dolce vita” di
Pierone, i paparazzi, la sexy diva Anita Ekberg e
gli occhiali da sole indossati con disinvoltura di
notte.
Un originale
approccio critico
Il libro mette in
evidenza anche le profonde difformità esistenti tra
le varie edizioni di sceneggiatura che sono state
pubblicate negli anni, nonché i diversi apporti
creativi di cui l’opera si è potuta giovare, grazie
alla scaletta originaria buttata giù da Fellini e
alla sceneggiatura elaborata da Ennio Flaiano e
Tullio Pinelli, con la collaborazione di Brunello
Rondi e Pier Paolo Pasolini, che, alla fine, non è
risultato tra gli accreditati, dato che le scene da
lui riscritte non sono state utilizzate, pur
lasciando una traccia importante nel lavoro finito.
Infatti, come ci spiega lo stesso Costa nell’Introduzione,
«alcune soluzioni di regia adottate da Fellini
possono essere fatte risalire alla collaborazione
con il poeta (in primo luogo la scelta della natura
morta di Morandi, sulla quale è incentrata una delle
sequenze più discusse del film)».
L’apporto critico
dello studioso, nel suo approccio originale alla
pellicola, consente di ridimensionare «le
affermazioni sulle novità formali del film, rispetto
alla tradizione del cinema italiano». Avendo come
punto di riferimento dell’analisi gli studi
approfonditi negli anni Ottanta dal filosofo
francese Gilles Deleuze, Costa «individua
nell’ibridazione tra una struttura ancora “classica”
del plot e una messa in forma assolutamente
moderna della relazione tra soggetto e mondo il
tratto originale e specifico del film, il solo che
ne spiega l’impatto senza precedenti presso il
pubblico di tutto il mondo».
E, grazie allo
svisceramento di tali considerazioni critiche,
riusciamo a capire meglio il senso dell’intera
filmografia felliniana e la sua maestria
nell’armonizzare il surrealismo espressivo al
naturalismo quasi documentaristico, sempre
attraverso l’uso di un linguaggio innovativo,
fondato sull’alternanza di articolati movimenti di
macchina e inquadrature semplicissime, attori
diretti come fossero caricature e immagini ridotte a
pura forma.
L’antologia
critica
Un altro punto di
forza del libro è dato dalla presenza di
un’antologia finale di testi critici a commento de
La dolce vita, firmati da noti intellettuali
e scrittori, italiani e stranieri: Pier Paolo
Pasolini, Indro Montanelli, Franco Fortini, Elio
Vittorini, Georges Simenon, Alberto Arbasino,
Jean-Marie G. Le Clézio, Pio Baldelli, John P. Welle,
Gian Piero Brunetta. Attraverso i loro scritti, ci è
offerta la possibilità di ricostruire il clima e il
contesto culturale degli anni in cui il film fu
girato e proiettato. Veniamo, così, a conoscenza
dell’attesa provocata ancor prima che le riprese
fossero terminate, delle polemiche suscitate nel
mondo politico e dell’ostilità con cui fu accolto
nell’ambiente cattolico. Scopriamo le censure da
parte degli ecclesiastici, che ritenevano l’opera
peccaminosa e capace di istigare i più bassi istinti
dell’uomo. Veniamo a sapere della diatriba tra
giornali di destra e di sinistra, che gli
attribuivano rispettivamente un’ideologia
inneggiante al comunismo e un orientamento
cattolicheggiante.
Infine, ci facciamo
un’idea delle evoluzioni dell’esegesi della
pellicola, in particolare della fortuna ottenuta,
soprattutto nel mondo anglosassone,
dall’interpretazione secondo cui La dolce vita
non sarebbe altro che un capovolgimento ironico de
La vita nuova di Dante. Per diversi critici,
infatti, mentre il poeta fiorentino si avvia, grazie
a Beatrice, verso una vita migliore e una più piena
comprensione dell’amore, Marcello compie un viaggio
alla rovescia, che lo porta a un’esistenza più
futile e vuota, al rifiuto totale dell’amore e alla
possibilità di redenzione che questo sentimento
implica. Un’interpretazione forse un po’ azzardata,
ma sicuramente affascinante.
Annalice Furfari
(www.excursus.org,
anno II, n. 10, maggio 2010)
|