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«Il tango è come il mare: quello che prende poi
restituisce».
Tango vuol dire passione, coinvolgimento, dolore,
mirade, bandoneòn, ochos, tacco 8,
piste da ballo, milonghe e tangueri. L’atmosfera
struggente di Lezioni di tango (Città del
Sole Edizioni, pp. 96, € 12,00) sembra farci
assaporare questa danza da vicino, facendoci sentire
uno dei tanti principianti che vi partecipano.
È una passione complessa: il tango non inizia in
pista, ma prima; non significa solo imparare a
memoria dei passi e ballarli, ma soprattutto
imparare a vivere. Perché questa danza è vita e, una
volta usciti dalle palestre, ancora tutti sudati ed
accaldati dal ritmo frenetico, lo si balla anche
fuori. «A ogni lezione dimentichi qualcosa. E il
fatto che dimentichi è segno che stai imparando».
Non è statico, non è passivo, ma è una lotta
continua tra principiante maschio e principiante
femmina: la battaglia del comando, degli sguardi
inquisitori e colpevolizzanti, dei passi sbagliati e
di piedi pestati. Chi decide di intraprendere la
strada del tango deve lasciare che il corpo parli al
posto suo: la memoria, la scioltezza del movimento,
l’anima, tutto dipende dal proprio corpo, dal
rapporto che si ha con esso.
Anna Mallamo ci proietta in una sfera
tridimensionale stimolando i nostri sensi: la vista,
il tatto e l’udito. La musica fa da primadonna,
entra dentro ciascun principiante strappandolo per
un breve lasso di tempo, o per un tempo infinito,
alle sue radici convenzionali; le dolci note che
risuonano all’interno della sala rendono tutti
partecipi di un evento straordinario, come mille
tanghi che finiscono per diventare uno solo: «il
tango nega la matematica perché uno più uno non fa
due ma uno che è la coppia».
Il contatto fisico nel tango si mantiene attraverso
gli sguardi: gli occhi negli occhi, «chè i
principianti si vergognano di tanta prossimità, e
ballano guardandosi il collo, gli zigomi, il lobo
dell’orecchio o le pareti in fondo». È anche il
contatto col pavimento sottostante, il calore che
trasmette attraverso le scarpe che si indossano, che
a loro volta brillano di luce propria, non sapendo
stare ferme né lontani dal loro padrone, e c‘è chi
sa più passi delle altre.
Ed infine, altro elemento che conta è l’abbraccio,
quel tocco che intercorre tra due ballerini,
principianti o professionisti che siano, basta
lasciarsi andare alla musica, saper gli otto passi e
così poter andare ovunque, «la mano sinistra
della donna poggia sul dorso dell‘uomo in
corrispondenza del proprio petto. Come per sentirsi
il cuore attraverso l‘altro»…
L’intrigante mondo del tango è intriso di vitalità,
«di potere allucinogeno e trasformativo»,
perché quando si balla si lascia una parte di noi
seduta ad aspettare che la controparte, quella
ribelle, scenda in pista a mettere se stessa in
mostra. Il tango, quindi, è anche contraddizione: si
balla in coppia ma da soli, con la musica ma in
silenzio, è una danza perfetta ma fatta di piccole
imperfezioni come la figura distorta che appare
negli specchi della sala, in pista ma anche in
strada, maschi con maschi, femmine con femmine,
principianti con principianti, e principianti con
professionisti, di quelli che in pista da ballo
diventano un’altra persona, l‘uomo che conduce la
donna, ma anche la donna che conduce l‘uomo: il
tango, signore e signori, è tutto e nulla.
È un vero e proprio percorso, una strada in salita
passando per allenamenti costanti, «gomma,
sudore, spugna, caucciù» delle palestre,
piedi e caviglie catturati dalle scarpe, per poi
arrivare ai piani superiori dei festival e dei
maratanghi, alle ronde di tributo d’onore,
dove si è protagonisti assoluti, con le proprie
incertezze, le visioni della vita, ma con la parola
d‘ordine giusta: «il miglior conduttore per il
tango è sempre l’amore, accidenti».
Maria Ficarra
(www.excursus.org,
anno III, n. 23, giugno 2011)
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