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«Il pericolo numero uno, la donna. L’incantesimo
numero uno, la donna»: così cantavano
Claudio Villa e Gino Latilla nel lontano 1957. Ed è
proprio la donna l’argomento di cui andremo a
trattare, donna intesa sia come genere umano
contrapposto all’uomo per la sua diversità, sia come
donna in quanto essere pensante, parlante ed
interagente col mondo circostante. Tiziana Di Cola,
con il suo Da donna a donna, “l’altra” lettura
del mondo (Città del Sole Edizioni, pp. 80, €
12,00), coinvolge il lettore in un universo
al femminile, dove i tabù, i preconcetti caricati
sulle spalle della donna ormai da secoli, vengono
sfatati al fine di poter ricostruire una figura
umana i cui diritti non sono certo inferiori a
quelli dell’uomo, anche se, al giorno d’oggi, è
riduttivo parlare di una effettiva uguaglianza tra i
due sessi.
Ma partiamo dal principio, proseguendo poi con un
breve excursus sulle tappe storiche
fondamentali: e dapprincipio fu Eva, la prima donna,
che colse la mela del peccato nel giardino dell’Eden
e per questo fu condannata da Dio. Ecco la prima
visione della donna: tentata dal serpente, diventa
ella stessa tentatrice e, di conseguenza,
peccatrice. Quest’appellativo continuerà a permeare
la figura femminile negli anni a venire, in
particolare tra il 1400 ed il 1700, quando verrà
perseguitata nell’ormai conosciuta “caccia alle
streghe” dove per strega si intende, oltre alla
figura vera e propria dedita alla pratica delle
pratiche oscure (provocare la morte, malattie, un
nubifragio etc.), anche quella figura che
semplicemente imparava l’arte di preparare unguenti,
veleni e pomate, quindi con una conoscenza superiore
rispetto a quella “permessa” dalle figure maschili
presenti nella società. Sebbene la caccia alle
streghe venisse effettuata anche sugli uomini quali
stregoni, maghi e via dicendo, le vittime
maggiormente interessate erano proprio le donne.
L’argomento “strega” è ben trattato nel libro, che
specifica anche quanto le donne abbiano dovuto
patire e sopportare fin dal Medioevo per il semplice
fatto di essere nate donne.
È soltanto nel Novecento che la loro posizione è
gradualmente rivalutata, grazie alla presa di
coscienza della loro scarsa considerazione da parte
del sesso maschile, del non riconoscimento della
parità dei diritti e, cosa non meno importante,
della stereotipizzazione dei ruoli. Il 1968, anno
delle proteste studentesche, fu anche l’anno della
rivolta tra uomini e donne: la subordinazione del
ruolo della donna durante la ribellione, la portò a
schierarsi contro il compagno. Oltre ad essere stato
una lotta per la libertà e l’emancipazione, il
Sessantotto rappresenta una rivoluzione dei costumi
sessuali, che fino a quel momento erano regolati
dalla famiglia, dalla società e dai matrimoni di
convenienza: le ragazze adesso hanno il diritto di
decidere della propria vita di coppia, lontano dalle
convenzioni borghesi e contadine.
L’autrice del libro compie un lavoro letterario
suddiviso in quattro capitoli, dei quali il primo è
a nostro parere il più interessante, trattandosi di
una ripresa tutta al femminile dell’opera del medico
palermitano Giuseppe Pitrè (1841-1916) La
famiglia, la casa, la vita del popolo siciliano,
allo scopo di rileggere in chiave odierna le
tradizioni e istituzionalizzazioni della donna nella
Sicilia dell’Ottocento. Tra le figure femminili
elencate,vorremmo porre l’attenzione in particolare
su queste tre: la madre, la currera e
la barilaia. La madre è il tipico
esempio di donna che detiene il proprio potere
all’interno della casa e nella gestione del
matrimonio dei figli: proprio in questo sta la sua
superiorità nei confronti del marito, il quale
detiene il suo potere solo nell’ambito della sfera
pubblica. La currera era, anticamente, ciò
che noi adesso definiamo la postina: oltre a recare
raccomandate ai destinatari, disbriga pratiche e
compra oggetti di uso domestico per conto di terzi.
È una figura che finalmente rivela come qualcosa
stia piano piano cambiando nella concezione della
donna: da immagine casalinga sempre e comunque
(basti pensare che, mentre gli uomini delle caverne
andavano a cercare cibo per la famiglia, alla donna
spettava rimanere in casa ed accudire alla prole),
ad un’immagine di donna quale forza-lavoro. Ma
nonostante il potere di queste due tipologie di
donne, la parità effettiva è raggiunta solo dalla
barilaia la quale, per soldi, si reca alle
fontane a riempire l’acqua che andrà poi alle case
di chi la commissiona: dato l’uso della forza che ne
viene richiesto, il valore della donna non si
dimostra inferiore a quello dell’uomo. Altro aspetto
importante di questo capitolo è l’abbigliamento
tipico della siciliana dell’Ottocento, che non è
mica sbagliato immaginare con gonne, scialle in
punta dietro le spalle ed il manto a coprire il
capo. Nelle zone più tradizionali e lontane dalla
vita cittadina, è possibile tutt’oggi, ritrovare
donne abbigliate in modo molto simile.
Nei successivi capitoli, viene posta l’attenzione,
grazie ad una ricerca dal vivo presso una scuola
materna, sull’interazione tra entrambi i sessi sotto
i punti di vista della discriminazione e del
linguaggio. Il trampolino di lancio della
discriminazione del genere femminile è rappresentato
dal tabù del ciclo mestruale, visto come un
cambiamento repentino di umore “in quei giorni” e
quindi un elemento a sfavore della donna, mentre
basti pensare alla sacralità di questo momento nella
sfera intima di ogni donna, simbolo di fertilità e
di procreazione e, soprattutto, una cosa
assolutamente naturale.
Per quanto riguarda il linguaggio, l’autrice
argomenta molto efficacemente la “non neutralità”
dello stesso: molti mestieri, pur essendo praticati
anche da donne, sono declinati al maschile
(architetto, avvocato…); il termine “signora”, o
“signorina”, viene usato specificamente per indicare
lo stato civile della persona, mentre per l’uomo il
termine signore viene usato indipendentemente dal
suo stato. Bisogna perciò operare, secondo quanto
afferma la Di Cola, un lavoro di decostruzionismo,
«fare luce sul presente attraverso il passato,
seguire le orme antiche che certe pratiche e certi
saperi hanno lasciato lungo la storia, fino a
mostrarne la genesi e dunque il carattere storico,
relativo, parziale, non assoluto». È fondamentale
che questo lavoro interessi la primissima
infanzia, età in cui le bambine, ed anche i bambini,
sono privi di preconcetti su entrambi i generi e
sono quindi più indirizzabili verso la
spersonalizzazione dei ruoli. Gli attori principali
di questo palcoscenico dovrebbero essere gli
insegnanti della scuola materna, che fungono da
maestri, in questo caso si può dire di vita,
nonché da intermediari nei confronti del mondo
esterno, che fino a quel momento è, per loro,
rappresentato dagli affetti familiari e dai loro
dettami.
Lo scopo principale di questa ricerca risulta essere
l’acquisizione della capacità di percezione della
propria differenza di genere, differenza vista non
come momento di negazione del proprio essere donna a
favore dell’universo maschile, ma come punto di
forza nel rapporto interpersonale e, soprattutto,
come indicatore del livello di autostima personale.
Conoscere il proprio corpo significa interiorizzare
le proprie capacità e metterle in pratica. Significa
essere libere di essere donne.
Ai giorni nostri, la situazione di parità uomo-donna
pare notevolmente migliorata, troviamo donne in
molti campi lavorativi, donne manager, direttrici,
cantanti, attrici, giornaliste. Ma nonostante
questo, il divario è sempre esistito ed esisterà
sempre, un po’ come l’eterna lotta tra il bene ed il
male: ricordiamo casi di discriminazione verso la
maternità di una donna, come se la sua capacità di
mettere al mondo una creatura rappresenti una
limitazione alla sua abilità lavorativa, oppure la
differenza di stipendio.
Ciò non toglie che non possa esistere una
collaborazione tra i due sessi: ricordiamo molti
autori e cantautori che hanno scritto canzoni
dedicate a donne o, ancora meglio, da fare
interpretare a donne (Franco Battiato per Fiorella
Mannoia è uno dei tanti esempi: abbiamo imparato
dalle donne come illudere e conquistare). Questa
eterna lotta è un modo per sottolineare
l’interdipendenza dei generi: è chiaro che l’uomo
non può esistere senza la donna, e la donna non può
esistere senza l’altra parte. Anche l’uomo, quindi,
ha il compito di riconoscere l’importanza della
donna, non soltanto nel suo ruolo di continuazione
della specie, ma soprattutto come persona
interagente e con una propria intelligenza. La donna
rappresenta le fondamenta di una società, di una
famiglia, la sua struttura portante, la prima
persona con cui viene a contatto un neonato, le sue
carezze e sussurri e parole servono a far crescere
sano un bambino/a. L’affetto di una mamma non
dovrebbe essere tolto a nessuno, l’affetto di una
donna consapevole di esserlo è il regalo più bello
che una persona possa ricevere. Grazie alla lettura
di Tiziana Di Cola, c’è una donna in più nel mondo.
Maria Ficarra
(www.excursus.org,
anno I, n. 4, novembre 2009)
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