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Sicilia, terra
di suli, di mari e di ventu.
Messina di fine Ottocento, una città elegantemente
vestita, ornata dallo Stretto a forma di falce come
un gioiello prezioso al collo, che sfoggia
orgogliosa il proprio paesaggio impareggiabile. La
Messina dallo scheletro nell’armadio: il quartiere
“Avignone”, con i suoi mignuni, un fastidioso
sassolino nella scarpa che tutti i cittadini
avvertono, è lì, presente e pericoloso, pronto a
graffiare, ferire, far vergognare. Quelli del
quartiere “Avignone” (Adle Edizioni, pp. 363, €
18,00) di Giuseppe De Lorenzo è la storia della
Messina pre e post terremoto del 1908, la
rappresentazione degli stili di vita, delle
mescolanze di culture, delle abitudini quotidiane
dell’epoca che hanno portato alla moderna città del
Ventesimo secolo. È la risposta alla curiosità dei
messinesi di oggi rispetto agli antenati di ieri.
Per le strade della
città si snodano le avventure di due ladruncoli da
strapazzo, Turi pilu russu e Peppino: il
primo, figlio di Rosetta la zoccola ma
orfano, analfabeta col dono del disegno, dal cuore
grande, sempre pronto ad aiutare il suo amico
fraterno Peppino, più intellettuale (tra i pochi a
saper leggere e scrivere) e di indole pacata, figlio
di genitori sconosciuti, cresciuto a pane e fatica
dalla nonna, alla quale è profondamente legato. «Erano
amici inseparabili e popolarmente conosciuti per la
loro simpatia e cordialità, cosa rarissima in quell’ambiente».
Vivono praticamente da sempre nel quartiere
“Avignone”, un lurido tugurio abitato da gente
“necessariamente” malfamata, come i concittadini
stessi li marchiano, «una città dentro la città»,
una bettola dalla quale il sole sembra aver
preso le distanze e dove anche Dio stesso non
metterebbe piede.
Forse Dio no, ma
padre Annibale di Francia sì, il buon caro padre,
che tutti danno per matto quando si avventura senza
alcun timore all’interno di quella landa deserta,
piena di pericoli neanche troppo dietro l’angolo.
Padre Annibale, colui che ha ridato luce e speranza
a chi ormai si credeva condannato a vivere
all’inferno. Grazie al suo daffare, anche la Messina
bene si desta dal torpore cui si era cullata finora,
per aprirsi alle opere di beneficenza e ridare un
po’ di dignità ai compaesani meno fortunati di loro.
La sua influenza è fondamentale per riportare
l‘intero caseggiato del quartiere “Avignone” alla
retta via, soprattutto quando si adopera per
allontanare gli sfollati dalla strada promuovendo la
costruzione degli orfanotrofi per ridare dignità a
quei luoghi bui e malvisti.
L’amicizia di Turi
e Peppino gravita attorno agli eventi della città in
modo quasi passivo, trascorrendo le giornate con la
preoccupazione di obbedire agli ordini di Don Carlo,
«u tirchiu», che li costringe a
lavorare in mezzo alla gente in maniera quasi
invisibile solo per fare la fortuna delle proprie
tasche. Ma i due ragazzi, pur essendo figli di
nessuno, pur nella loro ingenuità ed ignoranza hanno
l’onestà nel sangue. Onestà che cambierà
radicalmente la casa di Don Carlo, facendola
diventare una casa aperta al mondo, alla luce,
distribuendo il contenuto delle sue tasche ai più
bisognosi. «Don Carlo era rinsavito ed il
quartiere invece lo dava tocco di cervello».
Diventa così il nonno adottivo dei due giovani e
costituirà per gli anni a venire una presenza
fondamentale per la loro crescita spirituale e
professionale.
Il destino, a volte
beffardo, fa sì che Peppino scopra di avere una
madre di nobili origini ed ancora in vita, così
opera una trasformazione, «ora non aviti cchiù
nenti di Pippino, ora siti nu principinu»,
dal Peppineddu conosciuto da tutti al mercato
per la sua classe innata diventa il marchese
Giuseppe, un signorino che non ha mai dimenticato la
sua provenienza né disdegna il popolo dei mignuni.
La fortuna gira per
tutti ed anche Turi, noto per la sua bravura nel
disegno, diventa un personaggio di spicco
nell’ambito artistico della città, rispondendo
all’appellativo di Salvatore Milici il Maestro,
seppur giovane, già famoso per le sue opere, quale
l‘affresco della cappella del quartiere. Finalmente
i ragazzi hanno modo di esprimere la loro
personalità, le loro strade viaggiano parallele,
incontrandosi sovente per passare dei momenti
piacevoli, ma senza dimenticare di affermarsi
professionalmente.
Il loro rapporto
sembra incrinarsi quando Salvatore si fidanza con
una ragazza nobile, Maria, custode e fedele
conservatrice di un ciondolo tanto caro a Giuseppe…
Ma un’amicizia di un certo livello, quella vera,
quella che vede «due ragazzi rotolarsi sull’erba
abbracciati in una gioia irrefrenabile»,
che riesce a superare tutte le guerre, la lontananza
e la tragedia del terremoto è destinata a superare
anche le barriere dell’amore che inizialmente
vengono ritenute insuperabili.
Sapere da dove
veniamo serve per visualizzare la strada che stiamo
prendendo per il nostro futuro e dove stiamo
andando. Conoscere il nostro passato e le nostre
origini ci aiuta senz’altro a non rinnegare la
storia della nostra terra. Sapere adesso che il
quartiere Avignone si trovava nei pressi
dell’attuale via Cesare Battisti, dà tutto un altro
significato storico a quella zona ed all’atmosfera
della città stessa che ha vissuto i suoi momenti di
gioia, di spensieratezza, oltre al buio ed al
dolore, sentimenti di cui veniamo a conoscenza solo
attraverso le preziose testimonianze delle pagine
dei libri.
«Questa è opera
Tua padre, anche da morto hai voluto aiutarci.
Ci siamo
ritrovati per non lasciarci mai più».
Maria Ficarra
(www.excursus.org,
anno IV, n. 31, febbraio 2012)
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