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«So che lei suona il contrabbasso, ma di serio cosa
fa?». Domanda che viene rivolta frequentemente ai
musicisti, come se la musica non fosse un lavoro o
sia un lavoro poco serio. Ma la musica non è che
un’arte, una meravigliosa arte, il pilastro di tutte
le epoche e il collante fra i popoli, soprattutto
durante i conflitti bellici. La sola parola, musica,
rappresenta quanto di più positivo possa esistere in
tempi bui, quando si sentono solo le artiglierie dei
soldati in battaglia, alleati o nemici che siano.
Quando poi si ha la musica nel corpo e che scorre
nelle vene, tramandata da generazioni, non si può
ignorarne il richiamo. Prova né è la vita di
Antonio Buonomo, raccontata nella sua autobiografia
dal suggestivo titolo L’arte della fuga in tempo
di guerra. Vita di un musicista tra dramma e
melodramma (Prefazione di Roberto De
Simone, Effepi Libri, pp. 188, € 15,00). Figlio di
un batterista abbastanza rinomato all’epoca della
Seconda Guerra Mondiale, assieme ad alcuni dei suoi
numerosi fratelli, intraprenderà la carriera
musicale che, seppur con alti e bassi e frammezzi
militari, gli porterà dei riconoscimenti
estremamente gratificanti.
L’infanzia di Antonio non è per niente facile:
conosce il vero significato dei morsi della fame e
della mancanza di un tetto sopra la testa; è
impossibilitato ad andare a scuola per il
sopraggiungere della guerra; il quartiere dove vive,
pieno di “scugnizzi”, non è proprio il paese delle
meraviglie. Ma la presenza della madre e,
soprattutto, dei suoi famosi proverbi («Non te ne
andare col SI bemolle», per indicare la
lentezza di una persona; «Nun truove maje
arriciètto», tipico di una persona movimentata)
lo aiutano ad affrontare la vita a testa alta,
reagendo ai soprusi senza violenza e ottenendo
rispetto.
Negli anni Quaranta, quando l’Italia si appresta a
vivere il suo periodo più critico con l’inasprirsi
delle leggi e l’avvento del conflitto, anche la
sfera musicale ne risente ampiamente. I continui
bombardamenti costringono la famiglia Buonomo a
sottrarsi alla città, spostandosi quindi in
provincia, alla ricerca di un destino migliore e di
un silenzio più clemente di quello che precede
un’esplosione, lasciando a malincuore “armi e
strumenti” ad ammuffire in una casa adibita a
deposito. Terminata la guerra e tornati a Napoli, al
via libera della stagione musicale «perché gli
alleati avevano bisogno di strumentisti per le loro
feste da ballo», l’atmosfera sembra
migliorata e Buonomo padre riprende in mano gli
attrezzi del mestiere per poterli sfoggiare
nuovamente; in queste occasioni porta con sé il
figlio Antonio, «sia per farsi aiutare a portare
gli strumenti sia perché a queste feste c’era sempre
qualcosa da mangiare». Proprio per questa
vicinanza con l‘ambiente, il padre spinge Antonio a
frequentare uno dei pochi conservatori rimasti in
piedi dopo i bombardamenti imparando la tromba,
sebbene Antonio immagini per sé un futuro come
calciatore o come avvocato.
Contrariamente alle sue aspettative e prospettive,
dai locali ai teatri più importanti di città come
Napoli o Roma, Antonio dà il meglio della sua
preparazione prima come trombettista e dopo come
batterista e timpanista, dimostrando come la bravura
di un musicista professionista sia strettamente
legata all’impegno costante, allo studio ed alla
classica gavetta, senza quindi riposarsi sugli
allori della fama derivata dalla generazione
precedente alla sua.
Napoli, pur se ancora occupata dai militari
americani, offre buone opportunità e numerosi locali
dove poter fare della buona musica, anche nei
quartieri malfamati, dove non si può pensare
minimamente di poter finire la serata entro
mezzanotte. Posate ‘e bbuatte vede
protagonista la grancassa, trasformata per necessità
in un contenitore segreto di scatolette di cibo. In
una serata danzante, al minimo sentore di
un’ispezione della polizia militare, la parola
d’ordine, posate ‘e bbuatte appunto, assumeva
un doppio significato: per i profani era un
originale titolo di una canzone; gli interessati,
scorto il pericolo, vi ponevano rimedio facendo
sparire tutte le scatolette e la grancassa
riprendeva il ruolo per cui era stata costruita.
Dopo la guerra, la carriera di Antonio cresce in
maniera esponenziale: la sua preparazione musicale
gli consente di partecipare e vincere numerosi
concorsi e di andare in tour in diverse città
d’Italia, entrando così in contatto con maestri
d’alto livello ma, sfortunatamente, anche con
raccomandati camuffati da professori («Vediamo il
maestro che panni veste»). A Napoli, l’offesa
più grave per un musicista è la pernacchia («meglio
scornacchiato che spernacchiato»); per un
direttore d’orchestra è la protesta, ovvero
la sfiducia da parte degli strumentisti. In diverse
occasioni, Antonio si ritrova anche a suonare in
coppia col fratello Aldo, batterista di grande
esperienza come suo padre; una volta lasciato
l’insegnamento al conservatorio, si dedica sempre ad
attività editoriali che rientrano nel campo della
musica.
La vita di Antonio sarebbe stata la stessa se non
fosse nato e cresciuto in tempo di guerra e se non
avesse avuto un padre musicista? Probabilmente sì,
come la vita di ciascuno di noi. L’importante non è
rispondere a questi se, ma non avere rimpianti e
ricordare questa citazione che Antonio riporta nella
sua Bibbia dei batteristi: «Chiunque può produrre
degli effetti sonori percuotendo uno strumento a
percussione, ma solo un tocco esperto potrà elevare
tali effetti al rango di suoni».
Maria Ficarra
(www.excursus.org,
anno III, n. 21, aprile 2011)
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