Anno III              n.21                     Aprile 2011

La biblioteca di un uomo è una specie di harem (Ralph Waldo Emerson)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il vaso di Pandora

 

 

Vita di un musicista  

in tempo di guerra

 di Maria Ficarra

Lautobiografia del compositore   

 Antonio Buonomo pubblicata

 da Effepi: la passione nelle vene

 

 

 

 

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«So che lei suona il contrabbasso, ma di serio cosa fa?». Domanda che viene rivolta frequentemente ai musicisti, come se la musica non fosse un lavoro o sia un lavoro poco serio. Ma la musica non è che un’arte, una meravigliosa arte, il pilastro di tutte le epoche e il collante fra i popoli, soprattutto durante i conflitti bellici. La sola parola, musica, rappresenta quanto di più positivo possa esistere in tempi bui, quando si sentono solo le artiglierie dei soldati in battaglia, alleati o nemici che siano. Quando poi si ha la musica nel corpo e che scorre nelle vene, tramandata da generazioni, non si può ignorarne il richiamo.  Prova né è la vita di Antonio Buonomo, raccontata nella sua autobiografia dal suggestivo titolo L’arte della fuga in tempo di guerra. Vita di un musicista tra dramma e melodramma (Prefazione di Roberto De Simone, Effepi Libri, pp. 188, € 15,00). Figlio di un batterista abbastanza rinomato all’epoca della Seconda Guerra Mondiale, assieme ad alcuni dei suoi numerosi fratelli, intraprenderà la carriera musicale che, seppur con alti e bassi e frammezzi militari, gli porterà dei riconoscimenti estremamente gratificanti.

 

L’infanzia di Antonio non è per niente facile: conosce il vero significato dei morsi della fame e della mancanza di un tetto sopra la testa; è impossibilitato ad andare a scuola per il sopraggiungere della guerra; il quartiere dove vive, pieno di “scugnizzi”, non è proprio il paese delle meraviglie. Ma la presenza della madre e, soprattutto, dei suoi famosi proverbi («Non te ne andare col SI bemolle», per indicare la lentezza di una persona; «Nun truove maje arriciètto», tipico di una persona movimentata) lo aiutano ad affrontare la vita a testa alta, reagendo ai soprusi senza violenza e ottenendo rispetto.

 

Negli anni Quaranta, quando l’Italia si appresta a vivere il suo periodo più critico con l’inasprirsi delle leggi e l’avvento del conflitto, anche la sfera musicale ne risente ampiamente. I continui bombardamenti costringono la famiglia Buonomo a sottrarsi alla città, spostandosi quindi in provincia, alla ricerca di un destino migliore e di un silenzio più clemente di quello che precede un’esplosione, lasciando a malincuore “armi e strumenti” ad ammuffire in una casa adibita a deposito. Terminata la guerra e tornati a Napoli, al via libera della stagione musicale «perché gli alleati avevano bisogno di strumentisti per le loro feste da ballo», l’atmosfera sembra migliorata e Buonomo padre riprende in mano gli attrezzi del mestiere per poterli sfoggiare nuovamente; in queste occasioni porta con sé il figlio Antonio, «sia per farsi aiutare a portare gli strumenti sia perché a queste feste c’era sempre qualcosa da mangiare». Proprio per questa vicinanza con l‘ambiente, il padre spinge Antonio a frequentare uno dei pochi conservatori rimasti in piedi dopo i bombardamenti imparando la tromba, sebbene Antonio immagini per sé un futuro come calciatore o come avvocato.

 

Contrariamente alle sue aspettative e prospettive, dai locali ai teatri più importanti di città come Napoli o Roma, Antonio dà il meglio della sua preparazione prima come trombettista e dopo come batterista e timpanista, dimostrando come la bravura di un musicista professionista sia strettamente legata all’impegno costante, allo studio ed alla classica gavetta, senza quindi riposarsi sugli allori della fama derivata dalla generazione precedente alla sua.

 

Napoli, pur se ancora occupata dai militari americani, offre buone opportunità e numerosi locali dove poter fare della buona musica, anche nei quartieri malfamati, dove non si può pensare minimamente di poter finire la serata entro mezzanotte. Posate ‘e bbuatte vede protagonista la grancassa, trasformata per necessità in un contenitore segreto di scatolette di cibo. In una serata danzante, al minimo sentore di un’ispezione della polizia militare, la parola d’ordine, posate ‘e bbuatte appunto, assumeva un doppio significato: per i profani era un originale titolo di una canzone; gli interessati, scorto il pericolo, vi ponevano rimedio facendo sparire tutte le scatolette e la grancassa riprendeva il ruolo per cui era stata costruita.

Dopo la guerra, la carriera di Antonio cresce in maniera esponenziale: la sua preparazione musicale gli consente di partecipare e vincere numerosi concorsi e di andare in tour in diverse città d’Italia, entrando così in contatto con maestri d’alto livello ma, sfortunatamente, anche con raccomandati camuffati da professori («Vediamo il maestro che panni veste»). A Napoli, l’offesa più grave per un musicista è la pernacchia («meglio scornacchiato che spernacchiato»); per un direttore d’orchestra è la protesta, ovvero la sfiducia da parte degli strumentisti. In diverse occasioni, Antonio si ritrova anche a suonare in coppia col fratello Aldo, batterista di grande esperienza come suo padre; una volta lasciato l’insegnamento al conservatorio, si dedica sempre ad attività editoriali che rientrano nel campo della musica.

 

La vita di Antonio sarebbe stata la stessa se non fosse nato e cresciuto in tempo di guerra e se non avesse avuto un padre musicista? Probabilmente sì, come la vita di ciascuno di noi. L’importante non è rispondere a questi se, ma non avere rimpianti e ricordare questa citazione che Antonio riporta nella sua Bibbia dei batteristi: «Chiunque può produrre degli effetti sonori percuotendo uno strumento a percussione, ma solo un tocco esperto potrà elevare tali effetti al rango di suoni».

 

Maria Ficarra


(www.excursus.org, anno III, n. 21, aprile 2011)

 

 

                 

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Marta Altieri, Linda Basile, Massimiliano Borelli, Silvia Caristi, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

Marco Gatto, Serena Intelisano, Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro, Carmine Zaccaro

 

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