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Trenta giorni ha
novembre, con aprile, giugno e settembre...
Figlia e madre di mia madre (Città del Sole
Edizioni, pp. 64, € 8,00) è un breve racconto
autobiografico di Rosalba Pristeri, docente, che
narra, con una scrittura sapiente e leggera in brevi
ed efficaci periodi, la sua esperienza di dolore:
figlia accanto ad una madre ormai vecchia e malata.
L’autrice
ripercorre, narrando in prima persona come una voce
fuoricampo che ci guida, la sua infanzia, vissuta in
una famiglia autoritaria; la giovinezza, il
meraviglioso periodo della ribellione e dell’utopia;
infine, la maturità, come insegnante, sposa e madre.
Evidenziando, così, quello che per molte donne della
sua generazione sembra essere stato un inevitabile
percorso esistenziale. Nel libro ci sono tre
generazioni di donne: l’anziana madre, l’autrice
sessantenne, la giovane figlia. Tre mondi e tre
esistenze che sembrano tanto diversi nel tempo e
nelle condizioni, accomunate, però, dallo stesso
percorso e da tutto quel mondo di familiari e
affetti che ruotano intorno a loro.
Questa breve
autobiografia non è solo un diario che racconta di
sentimenti, emozioni e ricordi, rivissuti
dall’autrice durante la malattia dell’anziana madre;
essa esprime la realtà di quelle donne che hanno
scelto di dividere la propria esistenza con la
famiglia, forse, di restare per cambiare, comunque
per servire, i genitori, il marito, i figli, la
società. Quelle donne che seguono le regole dettate
dal tempo e imposte dall’ambiente sociale, dedite al
lavoro e alla famiglia come se non ci fosse altra
alternativa che portare, sempre, a compimento il
ciclo dell’esistenza. Forse non c’è altra scelta,
essere rette e “dedite” è l’unica “vera” possibilità
che le donne hanno in questa realtà sociale fatta di
convenzioni e sovrastrutture.
Un tempo, i vecchi
genitori non si potevano abbandonare, il marito al
quale si apparteneva era il capofamiglia da
assecondare (la Pristeri così ricorda il padre: «Un
marito manesco e prepotente», mentre idealmente
domanda alla madre: «Mi sono sempre chiesta perché
non lo hai lasciato»), i figli da accudire, crescere
ed educare. Tutto questo condito da sentimenti di
una tale complessità che risulta difficile spiegare.
Da allora, sostiene
l’autrice, sono intervenuti molti cambiamenti
culturali, i quali hanno determinato l’imporsi di
una «nuova “mentalità”» che ha un po’ alleggerito la
condizione delle donne, che tuttavia va
continuamente sostenuta e difesa.
Da fanciulla, la
madre diventava l’esempio da seguire, il padre era
colui al quale si doveva obbedienza: le differenze
tra le generazioni sembravano, allora,
insormontabili. Da adolescenti (“Le fanciulle in
fiore”), si doveva rinnegare ogni istinto, se pur
dettato dagli ormoni: la mente si accendeva di nuove
sensazioni, il corpo cambiava, assistendo inermi al
mutamento (non senza traumi) della propria immagine,
e si desiderava l’inconfessabile. Solo poche donne
avevano la fortuna di condividere questi momenti con
qualcuno che potesse comprendere: «Non esisteva
“educazione sessuale”: le notizie si apprendevano
dalle compagne più grandi e più scaltre!».
Poi, si cambiava
ancora, si diventava esseri pieni di vigore e di
desideri, la mente s’infuocava della necessità di
ribellarsi: «la radice del mio antifascismo, sono
certa, affondava nel sentimento di contrapposizione
a mio padre, così come l’insofferenza, ormai
consapevolmente superata, che avevo per la lirica,
da lui amata». E di fuggire via, rivendicando il
diritto alla propria autonomia e libertà: «siamo
cresciute, noi tre sorelle, con tanta insicurezza e
poca stima di noi stesse; siamo tuttavia, riuscite
ad affermarci nelle nostre professioni». La società
e le sue regole chiedevano di mettere la propria
energia al servizio della famiglia: si diventava
fattrici per seguitare la specie. Il corpo sinuoso e
sensuale diventava goffo e pesante, la legge di
gravità cominciava ad imporsi. Madri senza
alternativa, responsabili ma subalterne a questa
condizione, nonostante tutto.
La Pristeri è
convinta che oggi ci sia «il tentativo di ritornare
indietro, annullando le lotte che i movimenti delle
donne avevano affermato negli anni settanta per
ottenere la libertà di scegliere la maternità» e che
spesso si trascorra l’esistenza per cercare
l’affermazione di quella progenie che si è creata,
facendo riferimento al precariato e al clientelismo,
al Sud ancora più radicati, che dettano le regole
nel mondo del lavoro.
Mai un momento per
se stesse, per realizzare quel sogno di fanciulle e
donne, che, in passato, avrebbero voluto cambiare il
mondo: «noi giovani dovevamo essere artefici del
cambiamento!». Anziane e stanche, piegate spesso
dalla solitudine e sempre dalla fatica, si assiste,
infine, ad un ultimo mutamento: il corpo diventa
fragile, il viso cede, le forze mancano, ma ti si
chiede ancora, e ancora, uno sforzo: ci sono i
vecchi genitori da accudire, il mondo non ha tempo
per loro, ma guai a mancare a questo dovere, nessuno
lo perdonerebbe mai.
L’autrice parla
dell’amore, quell’amore che sembra esistere solo
nelle donne. Si diventa, così, genitori dei propri
genitori, mogli e madri dei figli, spesso si resta
sole nella lotta, in una società sorda che non fa
nulla per sostenerti, che, anzi, mantiene ed esalta
questa condizione. Ella denuncia, accusa, ma non
recrimina e svolge il suo ruolo fino in fondo; con
amore si prende cura di coloro che le hanno donato
la vita: li culla e li accarezza mantenendo vigile
il loro pensiero, ripetendo filastrocche e nenie a
loro care.
La Pristeri ci porge
con dolcezza questo racconto di sé: le sue gioie, le
sue tristezze, le sue scelte, quel piccolo mondo di
sentimenti ed esperienze che inevitabilmente si
intrecciano con la storia dell‘umanità. Se,
tuttavia, ancora oggi è questa la condizione di una
donna, quanto grande dovrà essere la lotta per
cambiarla?
Trenta giorni ha
novembre, con aprile, giugno e settembre...
è dedicato a
tutte le madri, vecchie, stanche e malate. Ed è un
invito a ricordare anche le donne che, sostituendosi
ad uno Stato da sempre assente nella cura dei vecchi
e indifferente alle necessità dei giovani, hanno
determinato il nostro presente.
Mariella Arcudi
(www.excursus.org,
anno III, n. 29, dicembre 2011)
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