Anno III              n.29                     Dicembre 2011

La biblioteca di un uomo è una specie di harem (Ralph Waldo Emerson)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il vaso di Pandora

 

 

Nel ricordo di una madre,  

 i ricordi di tutta una vita

 di Mariella Arcudi

Il legame tra mamma e figlia   

 in un racconto autobiografico

 pubblicato da Città del Sole

 

 

 

 

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Trenta giorni ha novembre, con aprile, giugno e settembre... Figlia e madre di mia madre (Città del Sole Edizioni, pp. 64, € 8,00) è un breve racconto autobiografico di Rosalba Pristeri, docente, che narra, con una scrittura sapiente e leggera in brevi ed efficaci periodi, la sua esperienza di dolore: figlia accanto ad una madre ormai vecchia e malata. 

 

L’autrice ripercorre, narrando in prima persona come una voce fuoricampo che ci guida, la sua infanzia, vissuta in una famiglia autoritaria; la giovinezza, il meraviglioso periodo della ribellione e dell’utopia; infine, la maturità, come insegnante, sposa e madre. Evidenziando, così, quello che per molte donne della sua generazione sembra essere stato un inevitabile percorso esistenziale. Nel libro ci sono tre generazioni di donne: l’anziana madre, l’autrice sessantenne, la giovane figlia. Tre mondi e tre esistenze che sembrano tanto diversi nel tempo e nelle condizioni, accomunate, però, dallo stesso percorso e da tutto quel mondo di familiari e affetti che ruotano intorno a loro.

 

Questa breve autobiografia non è solo un diario che racconta di sentimenti, emozioni e ricordi, rivissuti dall’autrice durante la malattia dell’anziana madre; essa esprime la realtà di quelle donne che hanno scelto di dividere la propria esistenza con la famiglia, forse, di restare per cambiare, comunque per servire, i genitori, il marito, i figli, la società. Quelle donne che seguono le regole dettate dal tempo e imposte dall’ambiente sociale, dedite al lavoro e alla famiglia come se non ci fosse altra alternativa che portare, sempre, a compimento il ciclo dell’esistenza. Forse non c’è altra scelta, essere rette e “dedite” è l’unica “vera” possibilità che le donne hanno in questa realtà sociale fatta di convenzioni e sovrastrutture.

 

Un tempo, i vecchi genitori non si potevano abbandonare, il marito al quale si apparteneva era il capofamiglia da assecondare (la Pristeri così ricorda il padre: «Un marito manesco e prepotente», mentre idealmente domanda alla madre: «Mi sono sempre chiesta perché non lo hai lasciato»), i figli da accudire, crescere ed educare. Tutto questo condito da sentimenti di una tale complessità che risulta difficile spiegare.

 

Da allora, sostiene l’autrice, sono intervenuti molti cambiamenti culturali, i quali hanno determinato l’imporsi di una «nuova “mentalità”» che ha un po’ alleggerito la condizione delle donne, che tuttavia va continuamente sostenuta e difesa.

 

Da fanciulla, la madre diventava l’esempio da seguire, il padre era colui al quale si doveva obbedienza: le differenze tra le generazioni sembravano, allora, insormontabili. Da adolescenti (“Le fanciulle in fiore”), si doveva rinnegare ogni istinto, se pur dettato dagli ormoni: la mente si accendeva di nuove sensazioni, il corpo cambiava, assistendo inermi al mutamento (non senza traumi) della propria immagine, e si desiderava l’inconfessabile. Solo poche donne avevano la fortuna di condividere questi momenti con qualcuno che potesse comprendere: «Non esisteva “educazione sessuale”: le notizie si apprendevano dalle compagne più grandi e più scaltre!».

 

Poi, si cambiava ancora, si diventava esseri pieni di vigore e di desideri, la mente s’infuocava della necessità di ribellarsi: «la radice del mio antifascismo, sono certa, affondava nel sentimento di contrapposizione a mio padre, così come l’insofferenza, ormai consapevolmente superata, che avevo per la lirica, da lui amata». E di fuggire via, rivendicando il diritto alla propria autonomia e libertà: «siamo cresciute, noi tre sorelle, con tanta insicurezza e poca stima di noi stesse; siamo tuttavia, riuscite ad affermarci nelle nostre professioni». La società e le sue regole chiedevano di mettere la propria energia al servizio della famiglia: si diventava fattrici per seguitare la specie. Il corpo sinuoso e sensuale diventava goffo e pesante, la legge di gravità cominciava ad imporsi. Madri senza alternativa, responsabili ma subalterne a questa condizione, nonostante tutto.

La Pristeri è convinta che oggi ci sia «il tentativo di ritornare indietro, annullando le lotte che i movimenti delle donne avevano affermato negli anni settanta per ottenere la libertà di scegliere la maternità» e che spesso si trascorra l’esistenza per cercare l’affermazione di quella progenie che si è creata, facendo riferimento al precariato e al clientelismo, al Sud ancora più radicati, che dettano le regole nel mondo del lavoro.

 

Mai un momento per se stesse, per realizzare quel sogno di fanciulle e donne, che, in passato, avrebbero voluto cambiare il mondo: «noi giovani dovevamo essere artefici del cambiamento!». Anziane e stanche, piegate spesso dalla solitudine e sempre dalla fatica, si assiste, infine, ad un ultimo mutamento: il corpo diventa fragile, il viso cede, le forze mancano, ma ti si chiede ancora, e ancora, uno sforzo: ci sono i vecchi genitori da accudire, il mondo non ha tempo per loro, ma guai a mancare a questo dovere, nessuno lo perdonerebbe mai.

 

L’autrice parla dell’amore, quell’amore che sembra esistere solo nelle donne. Si diventa, così, genitori dei propri genitori, mogli e madri dei figli, spesso si resta sole nella lotta, in una società sorda che non fa nulla per sostenerti, che, anzi, mantiene ed esalta questa condizione. Ella denuncia, accusa, ma non recrimina e svolge il suo ruolo fino in fondo; con amore si prende cura di coloro che le hanno donato la vita: li culla e li accarezza mantenendo vigile il loro pensiero, ripetendo filastrocche e nenie a loro care.

 

La Pristeri ci porge con dolcezza questo racconto di sé: le sue gioie, le sue tristezze, le sue scelte, quel piccolo mondo di sentimenti ed esperienze che inevitabilmente si intrecciano con la storia dell‘umanità. Se, tuttavia, ancora oggi è questa la condizione di una donna, quanto grande dovrà essere la lotta per cambiarla?

 

Trenta giorni ha novembre, con aprile, giugno e settembre... è dedicato a tutte le madri, vecchie, stanche e malate. Ed è un invito a ricordare anche le donne che, sostituendosi ad uno Stato da sempre assente nella cura dei vecchi e indifferente alle necessità dei giovani, hanno determinato il nostro presente.

 

Mariella Arcudi

 

(www.excursus.org, anno III, n. 29, dicembre 2011)

 

 

                 

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Alessia Abrami, Marta Altieri, Linda Basile, Silvia Caristi, Maria Ficarra,

Annalice Furfari, Marco Gatto, Serena Intelisano, Pamela La Camera, Roberto La Fauci,

Giuseppe Licandro, Marco Mazzi, Carmine Zaccaro, Ivana Vaccaroni

 

 

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