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Dall’8 ottobre 2010
al 6 febbraio 2011, presso il Complesso del
Vittoriano di Roma, si è tenuta l’interessante
mostra pittorica “Vincent
Van Gogh. Campagna senza tempo - Città moderna”,
curata da Cornelia Homburg e promossa
dal Ministero dei Beni Culturali sotto l’Alto
Patronato del Presidente della Repubblica Italiana.
Sono state
presentate oltre
settanta opere – tra dipinti, acquarelli e lavori su
carta –
di Vincent Van Gogh, insieme a una quarantina
di quadri
di alcuni grandi pittori del Secondo Ottocento che
ne influenzarono la
vena creativa (tra
cui Paul
Cézanne, Paul
Gauguin, Jean-François
Millet,
Camille Pissarro,
Georges Seurat).
L’esposizione si è focalizzata su alcuni quadri meno
famosi dell’artista olandese, ma non per questo meno
suggestivi, mirando a porre in risalto due
inclinazioni, apparentemente contraddittorie, che
convissero nella sua personalità: da un lato l’amore
per il mondo rurale e le tradizioni contadine,
dall’altro l’irresistibile attrazione verso la città
e la vita moderna.
Van Gogh
propose una visione trasfigurata e statica della
vita agreste, collocandola quasi in una dimensione
atemporale, in base alla convinzione che il mondo
contadino, pregno di solidi vincoli umani e di
valori positivi, fosse essenzialmente immutabile: i
suoi coltivatori francesi e olandesi, intenti a
seminare o a mietere, infondono sicurezza e
tranquillità, pur nella consapevolezza della fatica
che ne segna e ne accompagna quotidianamente
l’esistenza.
Egli,
tuttavia, non ritrasse il mondo contadino secondo
una prospettiva naturalistica e oggettivistica, ma
volle invece metterne in evidenza i valori umani più
autentici.
Di
contro, l’estroso pittore rappresentò in altri
quadri la vita
cittadina, sinonimo di progresso e dinamicità,
senza peraltro indulgere nella descrizione di borghi
affollati o animati da febbrili attività, ma
soffermandosi a riprodurre soprattutto i vicoli
delle periferie, i ponti sui fiumi o le passeggiate
nei parchi, con lo sguardo rivolto alla gente
comune.
Il
contrasto campagna-città trova una raffigurazione
perfetta nell’olio su tela Il seminatore
(1888), conservato
nell’Hammer Museum di Los Angeles, nel quale
si nota in primo piano un agricoltore, dipinto di
giallo, intento a seminare su un campo colorato di
blu, mentre sullo sfondo s’intravedono le ciminiere
di una fabbrica, simbolo della modernità che,
avanzando, toglie spazio alla vita agreste.
La
mostra romana ha posto in relazione Van Gogh con i
maggiori artisti del proprio tempo, proponendo la
rilettura da lui fornita di alcune tele di suoi
illustri colleghi, in particolare
I bevitori o Le quattro età dell’uomo,
da lui dipinto nel 1890, poco prima di suicidarsi,
ispirandosi a un quadro di Honoré Daumier.
Van Gogh in quest’opera raffigura quattro personaggi
di differente età, malvestiti e trasandati, intenti
a bere in piedi davanti a un tavolo, posto in mezzo
a un prato, su cui poggia una brocca, mentre sullo
sfondo s’intravedono i contorni di una città
industriale, esprimendo con pochi dettagli il senso
del tempo che scorre inesorabile e la sofferenza di
chi vive ai margini della società.
Di notevole spessore, infine, due autoritratti del
1887 (in
uno l’artista è
abbigliato da contadino, nell’altro da gentiluomo di
città)
e il quadro
Cipressi
con due figure femminili
(1889), in cui si può apprezzare la sua originale
tecnica pittorica, vicina a quella divisionista e
caratterizzata dall’uso di forti pennellate
sovrapposte, che lo rese celebre dopo la morte,
facendolo assurgere a precursore dei movimenti
artistici del Primo Novecento.
Giuseppe Licandro
(www.excursus.org,
anno III, n. 19, febbraio 2011)
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