Anno II             

n. 10                 

Maggio 2010

Alcuni libri sono immeritatamente dimenticati; nessuno è ricordato immeritatamente (Wystan Hugh Auden)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Eventi

 

 
 

Svoltosi a Reggio Calabria

un convegno sulla Rivolta del 1970

di Giuseppe Licandro

 

 

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Ricorre quest’anno il quarantennale della rivolta di Reggio Calabria, la protesta popolare più lunga della storia italiana repubblicana, che prese avvio nel luglio del 1970 e si protrasse, con alcuni momenti di stasi, fino all’autunno del 1971.

Nella città della Fata Morgana sono cominciate le iniziative culturali per commemorare l’evento e il 16 aprile scorso presso l’Auditorium “Diego Suraci” del Centro Papa Giovanni si è tenuto un interessante convegno dal titolo 1970-2010. Ricostruire una memoria. Risanare una frattura. Riflessioni e testimonianze dopo la rivolta di Reggio Calabria.

 

L’incontro ha rappresentato un primo momento di confronto a più voci su una pagina spesso sottaciuta della storia italiana, a cui senz’altro seguiranno altri momenti di dibattito, soprattutto con l’avvicinarsi del 14 luglio, storica data d’inizio della rivolta reggina.

Il convegno, introdotto e coordinato da Mario Nasone, è stato animato dalle relazioni di Nicola Pisano, Vincenzo Bova e Luigi Ambrosi, dalle testimonianze di alcuni protagonisti degli eventi del 1970-71 (Don Antonino Iachino, Fortunato Aloi, Francesco Catanzariti) e dalle conclusioni di Francesco Manganaro.

 

Nasone, in apertura dei lavori, ha ricordato che l’incontro non voleva assumere un carattere meramente celebrativo, ma si poneva il duplice scopo di risanare la frattura perdurante, almeno in parte, tra Reggio e le altre province calabresi e di chiarire l’impegno profuso in quegli anni dalla Chiesa per rasserenare gli animi e prestare conforto a chi fu aspramente segnato dalle drammatiche conseguenze della rivolta.

 

Molto interessanti sono state le analisi proposte da Bova e Ambrosi nei rispettivi interventi.

Il primo, autore del saggio Reggio Calabria. La città implosiva (Rubbettino), ha affermato la necessità di sfatare il luogo comune secondo cui quella reggina fu una “rivolta fascista”, sostenendo, invece, che le sue motivazioni di fondo furono ben altre: l’identità territoriale, le rivendicazioni localistiche, la crisi di rappresentanza delle forze politiche istituzionali. L’esito della protesta fu, a suo avviso, estremamente negativo, perché la perdita del capoluogo e la mancata industrializzazione produssero nei reggini riflusso e indifferenza verso la politica. Ciò favorì l’affermazione in città e in provincia, almeno fino alla fine degli anni Ottanta, di un ceto dirigente affaristico che amministrò molto male gli enti locali, a causa anche dei legami occulti con la ‘Ndrangheta e la Massoneria deviata, provocando infine la “Tangentopoli reggina” del 1992.

 

Ambrosi, autore del saggio La rivolta di Reggio. Storia di territori, violenza e populismo nel 1970 (Rubbettino), ha parlato della protesta reggina come fenomeno di azione collettiva, diretto da una minoranza attiva che si fece però interprete di un disagio sociale diffuso tra la gente, e ha tracciato il quadro delle trasformazioni economiche intervenute negli anni Sessanta nel Reggino che determinarono una forte mobilità sociale dal settore agricolo al terziario: ciò fece assurgere il capoluogo a obiettivo prioritario di una parte consistente della popolazione locale che, se privata di esso, sarebbe stata condannata – come poi fu –alla disoccupazione o all’emigrazione.

Pur non negando l’esistenza di tentativi di strumentalizzazione da parte dell’estrema destra, Ambrosi ha sottolineato come la “strategia della tensione” non fu comunque rilevante ai fini della rivolta reggina, che fu contraddistinta da ragioni strettamente locali e da una complessa situazione di disagio sociale.

 

Una ricerca storiografica più obiettiva, quindi, si sta affermando oggi intorno ai Fatti di Reggio, che vengono finalmente inquadrati in una cornice interpretativa più corretta, restituendo loro un preciso significato storico: quello di aver anticipato le istanze identitarie territoriali e la crisi del sistema dei partiti emerse nel resto dell’Italia durante gli anni Novanta.

 

Giuseppe Licandro

 

(www.excursus.org, anno II, n. 10, maggio 2010)

 

 

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Linda Basile, Maria Ficarra, Annalice Furfari, Marco Gatto, Serena Intelisano,

Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro, Giuseppe Martino, Antonella Rosanova

 

 

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