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Ricorre quest’anno
il quarantennale della rivolta di Reggio Calabria,
la protesta popolare più lunga della storia italiana
repubblicana, che prese avvio nel luglio del 1970 e
si protrasse, con alcuni momenti di stasi, fino
all’autunno del 1971.
Nella città della
Fata Morgana sono cominciate le iniziative culturali
per commemorare l’evento e il 16 aprile scorso
presso l’Auditorium “Diego Suraci” del Centro Papa
Giovanni si è tenuto un interessante convegno dal
titolo 1970-2010. Ricostruire una memoria.
Risanare una frattura.
Riflessioni
e testimonianze dopo la rivolta di Reggio Calabria.
L’incontro ha
rappresentato un primo momento di confronto a più
voci su una pagina spesso sottaciuta della storia
italiana, a cui senz’altro seguiranno altri momenti
di dibattito, soprattutto con l’avvicinarsi del 14
luglio, storica data d’inizio della rivolta reggina.
Il convegno,
introdotto e coordinato da Mario Nasone, è stato
animato dalle relazioni di Nicola Pisano, Vincenzo
Bova e Luigi Ambrosi, dalle testimonianze di alcuni
protagonisti degli eventi del 1970-71 (Don Antonino
Iachino, Fortunato Aloi, Francesco Catanzariti) e
dalle conclusioni di Francesco Manganaro.
Nasone, in apertura
dei lavori, ha ricordato che l’incontro non voleva
assumere un carattere meramente celebrativo, ma si
poneva il duplice scopo di risanare la frattura
perdurante, almeno in parte, tra Reggio e le altre
province calabresi e di chiarire l’impegno profuso
in quegli anni dalla Chiesa per rasserenare gli
animi e prestare conforto a chi fu aspramente
segnato dalle drammatiche conseguenze della rivolta.
Molto interessanti
sono state le analisi proposte da Bova e Ambrosi nei
rispettivi interventi.
Il primo, autore
del saggio Reggio Calabria. La città implosiva
(Rubbettino), ha affermato la necessità di sfatare
il luogo comune secondo cui quella reggina fu una
“rivolta fascista”, sostenendo, invece, che le sue
motivazioni di fondo furono ben altre: l’identità
territoriale, le rivendicazioni localistiche, la
crisi di rappresentanza delle forze politiche
istituzionali. L’esito della protesta fu, a suo
avviso, estremamente negativo, perché la perdita del
capoluogo e la mancata industrializzazione
produssero nei reggini riflusso e indifferenza verso
la politica. Ciò favorì l’affermazione in città e in
provincia, almeno fino alla fine degli anni Ottanta,
di un ceto dirigente affaristico che amministrò
molto male gli enti locali, a causa anche dei legami
occulti con la ‘Ndrangheta e la Massoneria deviata,
provocando infine la “Tangentopoli reggina” del
1992.
Ambrosi, autore del
saggio La rivolta di Reggio. Storia di territori,
violenza e populismo nel 1970 (Rubbettino), ha
parlato della protesta reggina come fenomeno di
azione collettiva, diretto da una minoranza attiva
che si fece però interprete di un disagio sociale
diffuso tra la gente, e ha tracciato il quadro delle
trasformazioni economiche intervenute negli anni
Sessanta nel Reggino che determinarono una forte
mobilità sociale dal settore agricolo al terziario:
ciò fece assurgere il capoluogo a obiettivo
prioritario di una parte consistente della
popolazione locale che, se privata di esso, sarebbe
stata condannata – come poi fu –alla disoccupazione
o all’emigrazione.
Pur non negando
l’esistenza di tentativi di strumentalizzazione da
parte dell’estrema destra, Ambrosi ha sottolineato
come la “strategia della tensione” non fu comunque
rilevante ai fini della rivolta reggina, che fu
contraddistinta da ragioni strettamente locali e da
una complessa situazione di disagio sociale.
Una ricerca
storiografica più obiettiva, quindi, si sta
affermando oggi intorno ai Fatti di Reggio, che
vengono finalmente inquadrati in una cornice
interpretativa più corretta, restituendo loro un
preciso significato storico: quello di aver
anticipato le istanze identitarie territoriali e la
crisi del sistema dei partiti emerse nel resto
dell’Italia durante gli anni Novanta.
Giuseppe
Licandro
(www.excursus.org,
anno II, n. 10, maggio 2010)
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