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Il 14
luglio 1970 ebbe inizio a Reggio Calabria la
sommossa popolare più lunga della storia italiana,
innescata dalla contesa fra catanzaresi e reggini
per l’assegnazione della sede del capoluogo
regionale. La protesta si protrasse quasi
ininterrottamente fino a febbraio del 1971, con
rigurgiti violenti che si trascinarono fino
all’ottobre successivo. Alla fine il bilancio fu
veramente pesante: cinque morti, oltre un migliaio
di feriti e centinaia di persone denunciate
all’autorità giudiziaria.
A trentanove anni
dagli eventi reggini il dibattito fra gli studiosi
rimane sempre vivo, come sta a testimoniare la
recente pubblicazione de La rivolta di Reggio.
Storia di territori, violenza e populismo nel 1970
(Rubbettino, pp. 316, € 19,00) di Luigi Ambrosi,
dottore di ricerca in Storia contemporanea presso
l’Università “La Sapienza” di Roma, vincitore
dell’edizione 2009 del Premio Letterario “Palmi”
(per la saggistica) e del Premio “Rhegium Julii”
(Premio Speciale “Aldo Sgroj”).
Ambrosi, oltre a
ricostruire con obiettività i fatti sia sulla base
di una accurata documentazione che attraverso le
testimonianze inedite di alcuni dei suoi
protagonisti, prende in esame soprattutto gli
aspetti culturali e sociopolitici della rivolta
reggina, soffermandosi in
particolare sulle categorie di «identità
territoriale», «ordine pubblico» e «retorica
populista», che, a suo avviso, la distinsero dalle
proteste popolari avvenute in quegli anni, sebbene
anch’essa fosse riconducibile allo stesso contesto
storico generale (che negli anni Sessanta e Settanta
del Novecento era caratterizzato, ricordiamo, dalle
manifestazioni studentesche e operaie e dalla voglia
della gente di partecipare attivamente alla vita
politica).
Il
capoluogo costituì il simbolo dell’«identità
territoriale» – per Ambrosi indice sì di spirito
localistico, ma non di mero campanilismo – che si
cercò di difendere contro coloro i quali si riteneva
tramassero ai danni della città e ne sminuissero il
valore storico-politico.
Questa istanza si coniugò ben presto con la rabbia
popolare suscitata dalla repressione poliziesca, che
assunse connotati davvero imponenti (furono
impiegati ben
dieci reparti di polizia e nove di carabinieri,
facendo ricorso persino a elicotteri e blindati).
Le
reazioni spesso esasperate dei rivoltosi (assalti
alla prefettura e alla questura, barricate e
attentati dinamitardi) finirono per far attribuire
alla protesta reggina fini eversivi che, secondo
l’autore, in realtà essa non perseguì mai, se si
escludono alcune frange minoritarie che si posero
«obiettivi diversi da quelli che rimasero i soli
condivisi da tutto il movimento di protesta».
La
lotta dei reggini, infine, fu contraddistinta dalla
«retorica populista» che ne animò la propaganda
(basta ricordare il noto slogan «Boia chi molla») e
che sfociò in una sorta di «populismo antipartito»,
il quale, lungi dall’assumere una valenza meramente
antipolitica, fu il segnale dello scollamento
esistente già allora tra cittadini e istituzioni,
anticipando in parte la crisi di rappresentatività
della classe politica italiana che si manifestò
compiutamente agli inizi degli anni Novanta.
Il 28 ottobre
scorso il libro di Ambrosi è stato presentato a
Reggio Calabria presso la Sala dei Lampadari di
Palazzo San Giorgio. Con la partecipazione di
Antonella Freno, assessore
ai Beni Culturali e Grandi Eventi che ha
introdotto i lavori, si è svolto un interessante
dibattito che ha visto gli interventi, oltre che
dell’autore, anche di Franco Arillotta (storico),
Franco Bruno (giornalista), Renato Meduri (ex
deputato di Alleanza Nazionale), e Giuseppe Tuccio
(magistrato in pensione). Purtroppo si è registrata
l’assenza – per impegni improrogabili – di altri
relatori annunciati, che avrebbero potuto fornire un
valido contributo alla discussione, rendendola
ancora più articolata, tra i quali il sindaco di
Reggio Giuseppe Scopelliti.
Arillotta, Bruno,
Meduri e Tuccio, oltre ad evidenziare l’importanza
dell’opera del giovane studioso sul piano della
ricostruzione e dell’interpretazione dei fatti,
hanno anche rievocato taluni avvenimenti
significativi o poco noti della rivolta di Reggio,
sulla base dei propri ricordi personali. Il
dibattito, vivacizzato anche dagli interventi degli
astanti, ha focalizzato le ragioni che spinsero i
reggini a battersi in favore del capoluogo,
rimarcando gli scenari che agli inizi degli anni
Settanta del Novecento caratterizzarono la vita
politica calabrese e, più in generale, quella
italiana.
La presentazione
del libro di Ambrosi ha fornito un momento di
confronto per riflettere, con il giusto distacco
temporale, su una pagina spesso rimossa della storia
nazionale e tuttavia ancora presente nella memoria
di tanti cittadini calabresi, per esempio di chi –
come il sottoscritto – fu giovanissimo spettatore di
quella drammatica vicenda.
Giuseppe
Licandro
(www.excursus.org,
anno I, n. 4, novembre 2009)
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