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Se qualcuno vi
dirà, rimasticando i soliti discorsi ormai diventati
stereotipi inaridenti, che il pubblico messinese è
distratto, mediamente ignorante e poco amante degli
stimoli musicali (e quindi culturali), non credete
alle sue parole, sono luoghi comuni gretti e
dozzinali. La sua profonda voglia di cultura vera,
il pubblico di Messina l’ha dimostrata di recente,
la sera del 23 settembre di questo 2009.
Infatti, malgrado i
soliti (questo sì che non è un clichè) disguidi
organizzativi, che tristemente insozzano molti
eventi importanti, non appena alle 21:20 o giù di
lì, Francesco De Gregori è comparso sul palco buio
del Teatro “Vittorio Emanuele”, lo schiamazzo degli
spettatori indignati per il “pacco organizzativo” è
immediatamente cessato, e l’atmosfera si è
prontamente riempita dell’affetto di cui il
“principe dei cantautori” gode presso i suoi fans.
Un De Gregori
schietto, senza gli orpelli e i rimaneggiamenti
musicali che spesso hanno caratterizzato le sue
esecuzioni live passate; una prima parte dello
spettacolo eseguita voce e chitarra (suonata dal
medesimo) con qualche intervento di armonica (di
dylaniana memoria); in pratica, il cantastorie che
tutti fece innamorare ormai quasi 40 anni fa, di
nuovo nella sua dimensione originale, ma con una
saggezza diversa nella voce e nelle movenze, e una
consapevolezza del repertorio e della sua incisiva
semplicità. Così è andato snocciolando classici e
perle nascoste del suo repertorio passato e
presente, tra l’incredulità del pubblico, che è
abituato a una certa reticenza del cantautore a
suonare i suoi brani “per come sono stati scritti”.
Poi l’ingresso della band che, sicura, ha tracciato
nell’aria atmosfere poetiche con arrangiamenti dal
marcato sapore retrò, ma sempre freschi e
coinvolgenti, totalmente asserviti (come in questo
caso deve essere) alla voce narrante del cantautore.
Sonorità blues, country, charleston o folk fino ad
arrivare al grintoso rock de L’agnello di Dio
(applauditissimo bis); ma anche tanta melodia
italiana, cantata con trasporto e comunicazione. Ed
è proprio la comunicazione che ha lasciato il segno,
pochi discorsi tra una canzone e l’altra, poche
sillabe, solo i suoi testi a testimoniare (nella
disposizione in scaletta e nell’intenzione con cui
erano cantati) lo stato delle cose in questa «Italia
derubata e colpita al cuore» tanto per citare alcuni
celebri versi del nostro.
Tanti i classici
riproposti insomma: Titanic, Pezzi di vetro, La
leva calcistica della classe '68, Viva l’Italia, La
donna cannone; e presenti anche i brani delle
produzioni più recenti come: Pezzi e la
tristemente attuale Finestre Rotte;
commuovente a metà dello spettacolo l’esecuzione da
dietro il pianoforte de La storia, canzone
“simbolo” con la quale ha emozionato il pubblico con
un brivido alla schiena.
Ma non c’è stato
solo questo… Francesco De Gregori si è anche
mostrato in una veste ironica, scherzando col suo
pubblico e rendendo ancora più godibile il suo
spettacolo. Un audio pulito e senza intoppi, e una
regia luci efficiente e valorizzante hanno fatto il
resto, coronando questo paio d’ore passate in
compagnia di quello che sembra sempre di più un
“vecchio amico”, che ci viene a trovare di tanto in
tanto e ci canta di momenti vissuti ed emozioni mai
spente, ci canta di come eravamo, di come siamo e
chissà… di come saremo; e canta tutto ciò ad un
pubblico di amici sempre più multigenerazionale,
infatti in sala c’erano padri e figli insieme, uniti
dalle stesse canzoni e dalle stesse emozioni… Forse
sta proprio qui il metro della levatura di un
cantautore come De Gregori, perché la buona musica è
buona sempre…senza date di scadenza o
controindicazioni.
Roberto La Fauci
(www.excursus.org,
anno I, n. 3, ottobre 2009)
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