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Possiamo affermare
che il saggio Il teatro in televisione. Da
Eduardo De Filippo a Dario Fo. Il teleteatro:
sviluppo, tecniche, esperienze (Mef-Firenze
Athenaeum, pp. 96, € 10,20), scritto dalla
giornalista Damiana Spadaro, appartenga, in un certo
senso, alla storia della comunicazione. Esso si
presta sia alla didattica di questa scienza oggi
molto diffusa sia ad ampliare e razionalizzare le
conoscenze dei non addetti ai lavori, dei
simpatizzanti di un genere che si è andato
sviluppando con l’incremento della radio e della
televisione fino a raggiungere le forme più
sofisticate del nostro presente, dal teledramma alle
varie altre metodologie tecnologiche.
Come in tutte le
forme artistiche che si rispettano il teleteatro ha
annoverato maestri che hanno avuto a cuore il gusto
del pubblico ed interpretato le attese,
sperimentando scene, dialoghi, tempi, luoghi e
soprattutto fornendo tecniche di recitazione e di
trasmissione vincenti, fino a costituire oggi un
unicum a sé stante con proprie leggi ed una sua
drammaturgia, frutto della sensibilità combinatoria
di autori, registi, sceneggiatori, interpreti che,
insieme, concorrono a rappresentare un’opera
scenica.
Il passaggio
dalla radio alla televisione
Nel saggio si
incontrano due fondamentali tendenze: una volta a
ricostruire il percorso del teleteatro fino ad oggi,
l’altra ad illustrare i segreti della sua
affermazione. C’è da restare stupiti
dall’accelerazione che questo genere rappresentativo
ha assunto, fino a presentarsi quasi come
assolutamente originale, tanto da oscurare la
cinematografia stessa, che è confinata nell’ambito
di scelte più selettive e complesse.
Al tempo dei primi
radiodrammi il controllo del regime fascista aveva
vincolato i programmi prediligendo quelli
informativi ed educativi rispetto a quelli di
intrattenimento. Solo nel 1931 Enzo Ferrieri,
fondatore della rivista Il Convegno, nel suo
Manifesto della Radio, come forza
creativa condusse un dibattito su questo esperimento
a cui avevano offerto la propria opera Marinetti,
Montale, Svevo. Non sorprende che il primo abbia
avuto la lucidissima idea, prevedendo
veramente il futuro, di rappresentare la nuova arte
recitativa, trasmessa nell’etere, attraverso tre
elementi: voce, rumore e silenzio.
«La radio
contiene in sé tutte le potenzialità futuriste per
la creazione d’una nuova arte. Il teatro in radio
dev’essere veloce, dinamico, a sorpresa, senza
alcuna introspezione psicologica, né lungaggine
stilistica».
Così,
dopo molte sperimentazioni,
venne aperta la strada a rappresentazioni che non
sono state soltanto rifacimenti di classici, ma
autentiche storie di realtà attuali con un proprio
linguaggio
servendosi inoltre di
apparati di registrazione su nastro,
studio della stereofonia, eccetera. Alcuni autori si
legarono a questo salto di qualità della radio, come
per esempio, Andrea Camilleri con il suo
radiodramma Il sindaco di Manzari, recitato
in un vero paese del Sud con le voci, i rumori, i
silenzi autentici, e Carmelo Bene con il suo In
un luogo imprecisato.
Il regista Franco
Quadri inaugurò poi la fortunata serie di
Interviste impossibili cui diedero il loro
contributo intellettuali del calibro di Calvino,
Eco, Malerba, Sanguineti e Sciascia.
Prima dell’avvento
della Tv che cambierà programmi e linguaggi va
ricordato, nel 1951, il primo festival della canzone
italiana, presentato da Nunzio Filogamo, che aprì un
itinerario ancor oggi di successo.
La Tv dapprima
riprese opere teatrali in diretta e solo
successivamente si cimentò nella rappresentazione
con mezzi propri. Le figure del regista e dello
scenografo divennero allora fondamentali e dalle
inquadrature alla rappresentazione dello spazio,
alla recitazione, tutto subì una profonda
trasformazione. L’interprete più suggestivo di tale
tipo di drammatizzazione fu Eduardo De Filippo che,
si può dire giustamente, ha incarnato la tipologia
del nuovo teatro, il cosiddetto teatro umoristico,
ma di un umorismo amaro che rappresenta storie
intrise di umanità e di antieroicità.
Successivamente a dargli man forte con programmi
diversamente articolati ed espressioni linguistiche
innovative intervennero gli autori e registi quali
Ronconi, Squarzina, Bertolucci, Strehler, Fo, a cui
va il merito di aver reso il mezzo televisivo
strumento di esplorazione culturale di alta qualità.
La fiction
dell’ultima generazione
Una forma televisiva
attualmente in voga è la fiction, che segue i
modelli teatrali o della cinematografia attraverso
sceneggiati, novelle, biografie sulla traccia di
temi storici anche di attualità come I giorni
della storia o Processi a porte aperte o
temi vari di carattere sociale, morale,
giuridico. Tutti programmi di grande successo. Anche
il talk show inaugurato da Maurizio Costanzo sembra
richiamare modelli del palcoscenico, ma con la
figura del conduttore che sostituisce l’autore o il
direttore e offre grande attenzione
all’audience. Ecco la parola magica del presente,
sovrana e libera di decidere la continuazione o meno
di determinati programmi, una sorta di deus ex
machina dell’antico teatro greco cui è affidato
l’apprezzamento finale!
Il teleteatro
contemporaneo è in funzione dei gusti del pubblico,
ma contano molto anche lo spazio scenico,
l’adattamento dell’azione ad un luogo ristretto,
l’invenzione di parole e di dialoghi: tutti elementi
che richiedono la complicità dei
telespettatori, con musiche pure che s’intonino con
i testi e luci efficaci che potenzino gli effetti
scenici.
Chiude il saggio ben
architettato e complesso un’ampia panoramica di
varie esperienze di teleteatro in Europa, che serve
per cogliere le linee di sviluppo fino ad oggi.
Gaetanina Sicari
Ruffo
(www.excursus.org,
anno III, n. 28, novembre 2011)
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