Anno III              n.18                     Gennaio 2011

Non leggete, come fanno i bambini, per divertirvi, o, come gli ambiziosi, per istruivi. No, leggete per vivere (Gustave Flaubert)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Culturalmente...

 

Il cinema di Imamura:

storie di emarginazione

 di Riccardo Rosati

Il regista nipponico fotografa 

 una società povera e violenta

 scossa dalla Grande Guerra

 

 

 

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Shōhei Imamura (Tōkyō 1926-2006) è un regista che è sempre stato attento alle questioni politiche e sociali. Egli è considerato uno dei principali esponenti della cosiddetta Nouvelle Vague giapponese, nonché tra i cineasti nipponici maggiormente apprezzati a livello internazionale [1], soprattutto grazie alle due Palme d’Oro vinte al Festival di Cannes: nel 1983 con La ballata di Narayama e nel 1997 con L’anguilla.

Figlio dell’alta borghesia della capitale, con un padre medico, Imamura viene introdotto già da giovane ai drammi sociali del suo paese: nell’immediato Dopoguerra, con l’economia nazionale in ginocchio, è coinvolto nella borsa nera, vendendo liquori e sigarette per mantenere se stesso e la famiglia. Alla fine degli anni Quaranta, frequenta gruppi della sinistra studentesca e lavora in compagnie teatrali sperimentali.

 

Dopo la laurea, Imamura comincia a lavorare agli studi Ōfuna della Shōchiku, in qualità di assistente alla regia di Yasujirō Ozu. Benché conscio di collaborare con una icona del cinema mondiale, lo stile rigoroso, quasi austero, con cui Ozu rappresenta la società del Dopoguerra del suo Paese è però molto distante dal gusto di Imamura; che eredita comunque dal maestro l’interesse per l’indagine sociale e una certa avversione verso la magniloquenza e l’eccesso di formalismo.

 

Imamura lascia la Shōchiku nel 1954 e viene ingaggiato come regista dalla diretta concorrente, la Nikkatsu, dove esordisce nel 1958 con Desiderio rubato: una intensa storia di attori girovaghi. Il film mostra già l’interesse del regista per il mondo degli emarginati e il caos morale del Dopoguerra, con una predilezione per gli intrecci sentimentali non lineari. Scontenti per i contenuti radicali del film, i dirigenti della Nikkatsu impongono a Imamura alcuni soggetti più leggeri: Stazione Nishi-Ginza (1958) è un’esile commedia costruita attorno a una canzone di successo; Desiderio inappagato (1958) e Il secondo fratello (1959) sono drammi altrettanto lontani dalle preferenze del regista. Difatti, pur essendo opere abbastanza intimistiche, queste pellicole non affrontano le questioni sociali con la “violenza” tipica del cineasta.

 

Un cinema dal taglio politico, che dà voce agli emarginati

Con Porci, geishe e marinai (1961) Imamura torna a soggetti a lui decisamente più cari, descrivendo il mercato di contrabbando tra le forze di occupazione americane e la yakuza (mafia giapponese). Ancora una volta la Nikkatsu non approva il contenuto esplicitamente politico del film (nel quale si paragona il popolo nipponico a un branco di maiali venduti clandestinamente agli occupanti) e impedisce al regista di lavorare per addirittura due anni. Il film successivo, Cronache entomologiche del Giappone (1963) è forse ancor più politicamente esplicito del precedente: nella difficile storia di una ragazza di campagna si riflette la condizione femminile in un periodo di forti mutamenti sociali e stravolgimenti culturali che toccano anche le donne. In Desiderio di omicidio (1964), fredda descrizione del rapporto di odio e pietà tra una giovane e il rapinatore che l’ha stuprata, si ribadisce la durezza stilistica del regista, la sua attenzione per personaggi alla deriva e per il mondo degli emarginati. Questi tre film sanciscono l’affermazione di Imamura come uno degli autori fondamentali della Nouvelle Vague nipponica e anche come artista impegnato politicamente, seppur non apertamente schierato.

 

Insofferente alle imposizioni dei produttori, il regista lascia la Nikkatsu nel 1965 e fonda una sua compagnia di produzione, la Imamura Productions. Il suo primo film indipendente è I pornografi (1966), descrizione impassibile di un gruppo di piccoli criminali di Ōsaka [2]. Il film successivo, Evaporazione dell’uomo (1967), accentua la tendenza documentaristica dell’autore in una direzione talvolta meta-cinematografica.

 

Il profondo desiderio degli dei (1968) è una descrizione dello scontro tra modernità e tradizione in un’isola del Giappone meridionale. Il film è un insuccesso e per tutti gli anni Settanta Imamura è costretto a limitarsi a documentari a basso costo. Storia del Giappone del dopoguerra raccontata da una barista (1970) è il più celebre e riuscito di questi e ripropone una forte figura femminile sullo sfondo della società giapponese in cambiamento.

 

Negli anni successivi il cineasta ritorna a progetti più ambiziosi, tra i quali Perché no? (1981) rifacimento di un film di Yuzo Kawashima del 1957, a cui egli aveva collaborato a suo tempo come sceneggiatore. La ballata di Narayama è un altro remake, questa volta della pellicola di Keisuke Kinoshita del 1958, che incontra un successo inaspettato con l’assegnazione della Palma d’Oro. Il decennio si chiude con un altro successo, Pioggia nera (1989), violenta rievocazione degli effetti fisici e sociali della bomba atomica su Hiroshima.

 

L’ultimo Imamura: uno stile misurato e delicato

È da notare come gli ultimi film di Imamura siano caratterizzati da una più sobria e tenera poetica, meno incline alla inquieta e torbida passionalità delle pellicole precedenti. L’anguilla, ad esempio, è la storia piena di speranza di un assassino in cerca di espiazione. Con Dr. Akagi (1998) egli torna ad affrontare il trauma della bomba atomica, questa volta dal punto di vista di un medico, con uno stile asciutto e quasi pudico, lontano dal vigore narrativo del passato. Acqua tiepida sotto un ponte rosso (2001) è una sconsolata storia d’amore attraversata da vari momenti surreali.

Imamura chiude la carriera l’anno successivo partecipando al discusso film collettivo 11 settembre 2001 (2002), con un corto a tema antimilitarista che tratta indirettamente l’argomento tabù delle guerre coloniali giapponesi. Anche in questo caso, egli ha dimostrato di avere coraggio nell’affrontare argomenti che il più delle volte i suoi compatrioti preferiscono dimenticare.

 

L’attenzione alle classi sociali povere e alla storia recente del Giappone

Basta poco per capire che i temi più cari al regista nipponico sono legati alla vita delle classi sociali più povere, dove è possibile trovare una vitalità, nonché il caos morale del mondo contemporaneo. Imperfezione, incoscienza e innocenza nel crimine sono i tratti caratteristici dei suoi personaggi, sganciati da ogni sistema di riferimento morale e in balìa di una insofferenza che si riflette nel rifiuto dei rapporti lineari. Imamura stesso non ama l’unità dell'azione drammatica e predilige toni che oscillano di continuo tra umorismo e tragedia, cogliendo con sferzante spirito critico i tratti essenziali della situazione postbellica del suo Paese, come avviene, ad esempio, in Porci, geishe e marinai e in Cronaca entomologica del Giappone.

 

Imamura ha creato caricature iperboliche, le quali si attestano come incisive allegorie delle turbolenti condizioni sociali di una nazione fragile e dal futuro incerto. Il cammino del Giappone verso la democratizzazione è diventato sempre più cinico, concedendo ampi margini d’azione a personaggi senza scrupoli e dediti all’opportunismo economico. Questa è in fondo l’inarrestabile marea della modernizzazione/occidentalizzazione e – ancora peggio – della spersonalizzazione dell’era globale, dove regna una cultura frammentata e votata a un gusto pop per l’imitazione e il consumo di massa. Il cinema di Imamura riflette perciò il forte sentimento di spaesamento del suo popolo, attraverso un linguaggio narrativo discontinuo, in cui regnano ellissi e inquadrature con la macchina da presa fuori asse.

 

Il regista nipponico ama raccontare storie “non-sentimentali”, provocatorie, tese a indagare in modo compassionevole la capacità di resistenza e di pragmatismo tipiche dei giapponesi e che ritroviamo in parte in Cronache entomologiche del Giappone. Attraverso uno stile informale, vicino a quello del cinéma vérité, dove il linguaggio filmico viene utilizzato in modo provocatorio, Imamura stigmatizza la crisi del Giappone contemporaneo [3] e dell’Asia più in generale. Egli illustra senza fronzoli anche il misticismo e le idiosincrasie radicate nella sua cultura, spesso celati dalla tendenza estetizzante di molti autori nipponici, tra questi in primis Yasujirō Ozu, i quali presentano una visione “ufficiale” del paese, scevra sovente di carnalità e impulsività. Dunque, il cinema di Imamura non indaga solo sulle fobie e il lato oscuro della sua società, ma propone persino una articolata operazione di recupero di quelle radici culturali ormai oppresse da un inarrestabile processo di occidentalizzazione.

 

Le grandi pulsioni dell’uomo: eros e thanatos 

Il regista ama combinare fatti e finzione, realtà e visioni, veglia e sogno. Le sue sono storie irriverenti, come nel caso di I pornografi, dove demistifica il miracolo economico giapponese del Secondo Dopoguerra. Il sesso ha un ruolo centrale nelle sue storie [4] e una connotazione talvolta persino magica, utile anche per portare alla luce la parte più autentica del comportamento umano, come nel caso di Acqua tiepida sotto un ponte rosso. Il suo è un cinema refrattario al formalismo, tuttavia resta pur sempre estremamente seducente, con quel costante desiderio di enfatizzare l’elemento naturale e sessuale. Nella sua riflessione, così attenta alla vita, non poteva mancare anche il discorso sulla morte. La ballata di Narayama è per l’appunto un brutale affresco sul dualismo vita/morte, dove si racconta la grande perseveranza insita nell’animo umano, insieme alla capacità di resistere con dignità alla crudeltà della vita, preparandosi all’unica certezza che abbiamo: la nostra morte. Contrapponendo l’aspetto selvaggio della natura, alle azioni degli abitanti del villaggio, il regista pone in essere una riflessione su quanto l’uomo fatichi a contenere i propri istinti quando è in gioco la sua sopravvivenza.

 

La Grande Guerra e le rimozioni della società nipponica

Si è visto come una delle caratteristiche di Imamura sia quella di affrontare argomenti scomodi che riguardano la società giapponese. Tra questi il tragico epilogo della Seconda Guerra Mondiale, con le atomiche di Hiroshima e Nagasaki, e il dramma degli hibakusha [5]. Egli tratta con coraggio questo tema in Pioggia nera, con una tetra rappresentazione dell’olocausto nucleare, accentuata da una fotografia cruda in virtù del contrasto tra il bianco e il nero, ancora a ricordare il dualismo vita/morte. Ritornano anche qui questioni a lui care, quali la dignità e la capacità dell’essere umano di resistere nei momenti più difficili. Il mostrare la lenta e inesorabile “cancellazione” dei sopravvissuti dalla memoria collettiva della società rappresenta una forte critica verso un rimosso che attanaglia ancora la coscienza dei giapponesi, specie dei più anziani. Uno dei meriti del regista è infatti quello di riportare a galla ciò che troppe volte gli abitanti dell’Arcipelago preferiscono nascondere: i propri istinti, spesso crudeli quanto macabri, e il fatto di aver combattuto una guerra che doveva riaffermare la natura divina del Giappone, e che si è invece rivelata un autentico disastro.

 

L’elegia del popolo

Imamura sentiva profondamente di fare parte degli shomin (“gente comune”). Ed è per l’appunto la vita di questi uomini che gli interessa, poiché la giudica più vera di quella ieratica dei samurai. Quest’ultimo è idealista, coraggioso, conosce l’onore, tutte cose che vengono insegnate e non apprese vivendo. Lo shomin invece è carnale e vigoroso, proprio come molti personaggi dei film del regista.

 

Shōhei Imamura occupa un posto particolare all’interno della cinematografia nipponica, avendo rappresentato microcosmi in cui operano personaggi marginali, scelti tra i volti anonimi delle classi proletarie alle prese con la tragicommedia dell’esistenza, seppur pieni di energica vitalità e le cui pulsioni istintive non hanno nulla in comune con le norme rigide della società che li circonda.

 

Il celebre critico Tadao Satō ha individuato nel cineasta un desiderio di indagine quasi morboso delle vite dei disgraziati: girovaghi, criminali, prostitute, soldati rimpatriati, descrivendo così la coscienza vera del suo paese. Imamura persegue lo stesso fine per gran parte della carriera: creare una elegia del popolo, con ciò che è popolare, cioè profondamente radicato in un essere umano che vive e agisce nello strato più basso della collettività. La grandezza dell’autore giapponese sta inoltre nel suo lirismo narrativo che fa sì che il Cinema possa essere fonte stessa di quel vitale desiderio al centro del suo universo creativo.

 

Riccardo Rosati

 

NOTE BIBLIOGRAFICHE

 

[1] – Tra i vari studi (specialmente in lingua inglese), sebbene non proprio numerosi per un autore della fama di Imamura, segnaliamo quello del poliedrico critico e artista statunitense Donald Richie, Notes for a Study on Shōhei Imamura (Australian Film Institute, Sydney, 1983): probabilmente uno dei lavori più completi e meditati sul regista nipponico. Richie ha scritto per anni in modo estensivo sia sul cinema che sulla società dell’Arcipelago ed è ormai unanimemente considerato come uno dei più insigni yamatologi moderni, malgrado sia curiosamente incapace di leggere e scrivere il giapponese.

 

[2] – Considerata da sempre una delle città più sporche e malfamate dell'intero paese.

 

[3] – Su questa tematica, solo in parte trattata nella letteratura di settore in lingua italiana, cfr. Riccardo Rosati, Perdendo il Giappone (in bibliografia).

 

[4] – Potremmo dire che il sesso era importante anche nelle sua vita privata: fu un uomo abbastanza promiscuo, che intrecciò numerose liaison con varie attrici.

 

[5] – Sono coloro che sopravvissero al bombardamento di Hiroshima e Nagasaki. Il termine sta a indicare un “sopravvissuto”, anche se in giapponese significa letteralmente “persona affetta dall'esplosione nucleare”.

 

BIBLIOGRAFIA

 

Enrico Azzano, Raffaele Meale, Riccardo Rosati (a cura di), Nihon Eiga. Storia del Cinema Giapponese dal 1970 al 2010, Csf Edizioni, Roma, 2010.

Guy Borlée, Rinaldo Censi, Il cinema di Shohei Imamura, Futura Press, Bologna, 2001.

Donald Richie, Notes for a Study on Shohei Imamura, Australian Film Institute, Sydney, 1983.

Adriano Piccardi, Angelo Signorelli (a cura di), Shohei Imamura, Edizioni Bergamo Film Meeting, Bergamo, 1987.

Riccardo Rosati, Perdendo il Giappone, Armando Editore, Roma, 2005.

 

(www.excursus.org, anno III, n. 18, gennaio 2011)

 

                 

 

 

 

 

Redazione:

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