|
Vivere a Tokyo e occuparsi di letteratura italiana
contemporanea è possibile. Si trova, nel quartiere
di Kanda, non lontano da Tokyo Station, una piccola
libreria dal nome Italia Shobo, specializzata in
libri italiani e spagnoli. Frequentiamo questa
libreria da molti anni, sorpresi di trovare
autentiche perle, come l’edizione critica einaudiana
de Le occasioni di Montale, le opere complete
di Arbasino, Parise o Pavese. Quasi tutti gli autori
del nostro Novecento, e molti autori classici, sono
rappresentati da almeno un volume e, in un
certo senso, questo interessante angolo dedicato
alla letteratura e all’arte italiana svolge un ruolo
complementare a quello del più famoso Istituto
Italiano di Cultura, la cui biblioteca ospita e
raccoglie, già da svariati decenni, un cospicuo
numero di testi e di studi dedicati all’Italia e
alla sua storia estetica, culturale e politica.
In
Giappone, l’Italia appare rappresentata da libri che
testimoniano l’interesse etico e ideologico per una
cultura inequivocabilmente distante, ma che
introduce autori partecipi a inquietudini e
illusioni non del tutto estranee all’animo
giapponese moderno; il Paese del Sol Levante conosce
inoltre un destino storico e sociale che presenta
non poche affinità con quello italiano, a cominciare
dalla modernizzazione, iniziata in Giappone a fine
Ottocento, negli stessi anni in cui l’Italia, con il
Risorgimento, andava incontro a un profondo, serio,
vertiginoso sconvolgimento della propria
consapevolezza istituzionale e politica nonché
linguistica.
La
riflessione intorno al concetto di società borghese
diviene rappresentativa delle condizioni del
Giappone post-capitalista, specchio di una realtà
nella quale trovano culturalmente ed efficacemente
posto influenze filosofiche, artistiche e letterarie
provenienti da tutto il pianeta. La linea di confine
fra letteratura e società, fra letteratura e veste
storica, sembra incessantemente riscritta,
esplorata, provocata, in un mondo – quello nipponico
– che vorrebbe quest’oggi identificarsi con un
modello di morfologia politica coerentemente
intessuta di elementi, strategie e strutture
conformi al paradigma sociale ed economico
nordamericano.
L’Italia e la sua letteratura hanno negli anni
conquistato e prodotto un microcosmo culturale fatto
di modelli espressivi opportunamente selezionati,
che colgono e prefigurano un’eversione rispetto a un
canone letterario prevalentemente dominato da
risonanze estetiche, tecniche e stilistiche,
pervenute in larga parte dalla letteratura inglese e
americana e dal mondo anglosassone in genere.
Sugli scaffali dell’Italia Shobo si trovano libri di
Fortini, Morante, Sanguineti, Ungaretti, l’intera
opera di Calvino e Sciascia. Poeti e narratori, ma
anche filosofi, come Agamben e Severino. Sono
presenti autori del Duecento e del Quattrocento,
filosofi idealisti di fine Ottocento, nonché una
sezione dedicata alla musica e al teatro. Leggere e
discutere questi autori in Giappone, immersi in una
realtà linguistica e culturale e in un orizzonte
comunicativo drasticamente diverso dal nostro, non
può che rafforzare una riflessione sull’efficacia e
la legittimità del suddetto canone (costrutto pregno
di elementi e sedimenti simbolici e ricorrenti
categorie), che oggi pare più che mai in crisi,
sancita la legittimità di un antagonismo edonistico
fra la cultura egemone e situazioni che si
potrebbero definire «satellitari».
Viene da pensare che facendo esperienza del proprio
inevitabile ed irrinunciabile retaggio culturale ed
estetico, circoscritto in un mondo sommerso, il
canone svolga un ruolo doppiamente problematico.
Da una parte esso rappresenta la letteratura
come immagine ricorrente di una affermazione
ideologica che ritiene di saper individuare,
definire ed elaborare con coerenza il rapporto fra
il corpo sociale e il suo ideale linguistico (e
quindi politico). Dall’altra, l’interruzione di un
dialogo metastorico, incapace di approfondire le
ragioni e l’incontro ossimorico col presente,
trasforma la pratica letteraria in lotta per
l’egemonia sulle forme critiche e sugli emblemi del
sentire collettivo. In breve, i propositi
fondamentali del canone saranno quelli di mantenere
viva una lingua e una forma espressiva, il cui solo
proposito è quello di scampare al naufragio
ideologico, e di sancire un’espropriazione del tempo
e dello spazio reale in cui si istituisce la pratica
letteraria.
Se
alla lingua manca la storia, se le manca il
presente, essa diventa condizione inevitabile di una
situazione di violenza, che trova esemplificazione
nel ciclo repressivo di cui sono protagonisti quei
processi di alienazione, che cospirano al controllo
dell’antitesi puramente teorica fra ricerca estetica
e deontologia politica.
Marco Mazzi
(www.excursus.org,
anno IV, n. 30, gennaio 2012)
|