Anno IV              n.30                     Gennaio 2012

Non leggete, come fanno i bambini, per divertirvi, o, come gli ambiziosi, per istruirvi. No, leggete per vivere (Gustave Flaubert)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Culturalmente...

 

Gli italiani a Tokyo:

 modelli senza canone

 di Marco Mazzi

Nuova tappa del nostro reportage

 dalle librerie estere: in Giappone,

 dopo Londra, Zurigo e Brisbane

 

 

 

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Vivere a Tokyo e occuparsi di letteratura italiana contemporanea è possibile. Si trova, nel quartiere di Kanda, non lontano da Tokyo Station, una piccola libreria dal nome Italia Shobo, specializzata in libri italiani e spagnoli. Frequentiamo questa libreria da molti anni, sorpresi di trovare autentiche perle, come l’edizione critica einaudiana de Le occasioni di Montale, le opere complete di Arbasino, Parise o Pavese. Quasi tutti gli autori del nostro Novecento, e molti autori classici, sono rappresentati da almeno un volume e, in un certo senso, questo interessante angolo dedicato alla letteratura e all’arte italiana svolge un ruolo complementare a quello del più famoso Istituto Italiano di Cultura, la cui biblioteca ospita e raccoglie, già da svariati decenni, un cospicuo numero di testi e di studi dedicati all’Italia e alla sua storia estetica, culturale e politica.

 

In Giappone, l’Italia appare rappresentata da libri che testimoniano l’interesse etico e ideologico per una cultura inequivocabilmente distante, ma che introduce autori partecipi a inquietudini e illusioni non del tutto estranee all’animo giapponese moderno; il Paese del Sol Levante conosce inoltre un destino storico e sociale che presenta non poche affinità con quello italiano, a cominciare dalla modernizzazione, iniziata in Giappone a fine Ottocento, negli stessi anni in cui l’Italia, con il Risorgimento, andava incontro a un profondo, serio, vertiginoso sconvolgimento della propria consapevolezza istituzionale e politica nonché linguistica.

La riflessione intorno al concetto di società borghese diviene rappresentativa delle condizioni del Giappone post-capitalista, specchio di una realtà nella quale trovano culturalmente ed efficacemente posto influenze filosofiche, artistiche e letterarie provenienti da tutto il pianeta. La linea di confine fra letteratura e società, fra letteratura e veste storica, sembra incessantemente riscritta, esplorata, provocata, in un mondo – quello nipponico – che vorrebbe quest’oggi identificarsi con un modello di morfologia politica coerentemente intessuta di elementi, strategie e strutture conformi al paradigma sociale ed economico nordamericano.

 

L’Italia e la sua letteratura hanno negli anni conquistato e prodotto un microcosmo culturale fatto di modelli espressivi opportunamente selezionati, che colgono e prefigurano un’eversione rispetto a un canone letterario prevalentemente dominato da risonanze estetiche, tecniche e stilistiche, pervenute in larga parte dalla letteratura inglese e americana e dal mondo anglosassone in genere.

 

Sugli scaffali dell’Italia Shobo si trovano libri di Fortini, Morante, Sanguineti, Ungaretti, l’intera opera di Calvino e Sciascia. Poeti e narratori, ma anche filosofi, come Agamben e Severino. Sono presenti autori del Duecento e del Quattrocento, filosofi idealisti di fine Ottocento, nonché una sezione dedicata alla musica e al teatro. Leggere e discutere questi autori in Giappone, immersi in una realtà linguistica e culturale e in un orizzonte comunicativo drasticamente diverso dal nostro, non può che rafforzare una riflessione sull’efficacia e la legittimità del suddetto canone (costrutto pregno di elementi e sedimenti simbolici e ricorrenti categorie), che oggi pare più che mai in crisi, sancita la legittimità di un antagonismo edonistico fra la cultura egemone e situazioni che si potrebbero definire «satellitari».

 

Viene da pensare che facendo esperienza del proprio inevitabile ed irrinunciabile retaggio culturale ed estetico, circoscritto in un mondo sommerso, il canone svolga un ruolo doppiamente problematico.  Da una parte esso rappresenta la letteratura come immagine ricorrente di una affermazione ideologica che ritiene di saper individuare, definire ed elaborare con coerenza il rapporto fra il corpo sociale e il suo ideale linguistico (e quindi politico). Dall’altra, l’interruzione di un dialogo metastorico, incapace di approfondire le ragioni e l’incontro ossimorico col presente, trasforma la pratica letteraria in lotta per l’egemonia sulle forme critiche e sugli emblemi del sentire collettivo. In breve, i propositi fondamentali del canone saranno quelli di mantenere viva una lingua e una forma espressiva, il cui solo proposito è quello di scampare al naufragio ideologico, e di sancire un’espropriazione del tempo e dello spazio reale in cui si istituisce la pratica letteraria.

 

Se alla lingua manca la storia, se le manca il presente, essa diventa condizione inevitabile di una situazione di violenza, che trova esemplificazione nel ciclo repressivo di cui sono protagonisti quei processi di alienazione, che cospirano al controllo dell’antitesi puramente teorica fra ricerca estetica e deontologia politica.

 

Marco Mazzi

 

(www.excursus.org, anno IV, n. 30, gennaio 2012)

 

 

                 

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Alessia Abrami, Marta Altieri, Silvia Caristi, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

Marco Gatto, Maria Gerace, Serena Intelisano, Pamela La Camera, Roberto La Fauci,

Giuseppe Licandro, Marco Mazzi, Domenica Riggio, Carmine Zaccaro, Ivana Vaccaroni

 

 

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