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Chi di voi non
ricorda il periodo d’oro del grunge e, più in
generale, dell’alternative rock che dilagò
agli albori degli anni Novanta del secolo appena
trascorso? Quell’ennesima rivoluzione musicale così
maledettamente dannata (come dannate erano le star
che componevano questa nuova leva del rock… Kurt
Cobain e i suoi Nirvana su tutti) e al tempo stesso
così ambiguamente compromessa e collusa col Music
Business delle grandi multinazionali americane,
che tutto creano e tutto distruggono dopo un giro di
walzer più o meno duraturo… Beh cari lettori, non è
solo questo l’unico orizzonte musicale possibile.
Dimenticate ogni
cosa fin ora certa sul conto dell’alternative
rock americano, poiché Fabio Cerbone col suo
Levelland. Nella periferia del rock americano
(Pacini Editore, pp. 184, € 15,00) sta per
imbarcarci tutti in un viaggio nella suburbia del
sogno americano, un viaggio rivelatore e
illuminante sull’altra faccia dell’American Music,
una musica che sa di radici country, di
ballate folk che scavano nella memoria atavica dello
sterminato Mid-West o del Sud più profondo, il tutto
riveduto e corretto attraverso la lente
contemporanea di una nuova leva di musicisti (non
meno validi né meno ispirati dei più noti colleghi
della scena grunge sopra citata) cresciuti
nella desolazione delle periferie d’America… Niente
compromessi, nessun ammiccamento ambiguo al Music
Business inseguendo arricchimenti stratosferici,
solo chilometri su chilometri e polvere e sogni…
solo buon vecchio rock ‘n roll, suonato e
vissuto come da che mondo e mondo va suonato e
vissuto: perennemente on the road.
Radici… fantasmi di
cowboy maledetti che attraverso le nebbie di chissà
quale fiume o quale sperduta highway
raggiungono il cuore e risuonano nella voce dei
giovani protagonisti di queste avventure di
provincia, che Cerbone descrive così bene; questi
giorni di gloria diluiti in secoli di anonimato
nelle storie acerbe di rock band, storie che
finiscono tutte per assomigliarsi prima o poi. C’è
il punk, c’è il cosiddetto post-rock,
c’è l’angoscia e la rabbia che un ragazzo
(soprattutto se cresciuto in periferia, soprattutto
se figlio della working class) porta dentro
di se fisiologicamente a 20 anni; c’è la presidenza
Reagan, che proprio alla working class
succhia via linfa vitale in nome di una nuova era
economica che però stenta a decollare (o che forse
non esiste nemmeno) e che comunque nei piccoli
centri del Mid-West, nella Corn-Belt d’America non
si vede proprio da nessuna parte; c’è anzi una
preoccupante assonanza con la Grande Depressione del
1929, con fabbriche che chiudono trascinando con sé
intere small-town nel baratro; e ci sono
infine le voci lontane di quei cow-boy che
risuonavano nelle case dei nostri anti-eroi del
rock, quando questi ultimi erano piccoli, magari dal
giradischi di famiglia al sabato pomeriggio: Hank
Williams, Johnny Cash, Gram Parsons, la Carter
Family… sono le radici, con le quali prima o poi
devi fare i conti.
C’è tutto questo
melting pot che dà vita a un fermento musicale
interamente da scoprire,
lasciandosi guidare dalla penna esperta
dell’autore che, come in una galleria d’arte, ci
illustra la storia e le avventure discografiche
della band di turno, descrivendo con dovizia di
particolari il paesaggio circostante.
Il viaggio nel
sottobosco del rock americano comincia dagli Uncle
Tupelo, provenienti da Belleville (Illinois), che,
imprigionati fra le maglie di una recessione
latente, cantano (soprattutto nei primi album)
l’orgoglio della working class e la rabbia
per la desolazione che li circonda; ma qualcosa
suona diverso, oltre a mutuare dal punk e dal rock
le proprie influenze musicali, emergono nella loro
musica, sempre più insistentemente le radici country
e folk, quasi fossero un corredo genetico
impossibile da annullare.
È così che proprio
gli Uncle Tupelo scelgono come cavallo di battaglia
una cover che sembra lontana anni luce da qualunque
giovane band di rock ‘n roll, la cover in
questione è No Depression incisa per la prima
volta dalla Carter Family sull’onda della
Grande Depressione: è proprio così che l’autore dà
il là al motivo ricorrente di tutto il libro, il
continuo rimando ad un’America ancestrale,
dimenticata, il cui volto però è quello più crudo e
sincero... Due mondi paralleli dunque, che di
capitolo in capitolo si sfiorano costantemente, come
se in quelle terre così periferiche ci fosse una
congiuntura temporale tra passato e presente. Ed è
un passato/presente misterioso e torbido quello che
ritroviamo narrato nei testi delle canzoni
(riportati in abbondanza da Cerbone, egregiamente
tradotti): che sia l’angoscia con risvolti
politico-sociali degli Uncle Tupelo, o che sia
l’irrequieto vagabondare descritto così bene da Ryan
Adams e i suoi Whiskeytown; che si tratti
dell’alternative country dal “volto operaio”
dei Bottle Rockets, o che siano gli «scheletri di
cowboy agghindati nei loro cappelli e speroni»
nell’immaginario dei Waco Brothers, tutto ciò poco
lascia al vecchio sogno americano, se non l’amaro in
bocca e una rassegnata delusione.
È così che il libro
procede con una scrittura scorrevole, quasi liquida,
saltando di storia in storia, con un linguaggio che
spesso ricorda il Jack Kerouac di Sulla strada
(Mondadori), e sulla strada ci troviamo tante altre
declinazioni del verbo alternative country.
Troviamo infatti le ballate gotiche, macabre e cupe
degli Handsome Family, con un’interessante
digressione sulle murder ballads e più in
generale su tutta una cultura popolare che esorcizza
la morte attraverso questi traditionals,
quasi dimenticati dalla modernità, con le loro
storie crude e talvolta surreali; ci troviamo il
fanatismo religioso
e il derivante disprezzo di ogni regola e autorità
che caratterizzeranno la vita e la carriera
artistica di David Eugene Edwards e dei suoi Sixteen
Horsepower.
Impossibile provare
a citare tutti gli artisti e le band nominate
dall’autore, poiché sono davvero tanti, e spesso con
molteplici contaminazioni e collaborazioni. È
interessante invece citare un’altra chiave di
lettura possibile per questo libro: Cerbone prima
dopo o durante ogni storia, oltre a narrare le
vicissitudini artistiche della band di turno, fa
anche ampie panoramiche sulla cultura popolare,
sulle caratteristiche peculiari e sui retroscena
storici delle città e degli Stati in cui sono
ambientate queste storie, per cui la lettura diventa
non solo un viaggio prettamente musicale per
appassionati del genere (o curiosi in procinto di
scoprirlo), ma anche e soprattutto un immergersi
nella cronaca, nella storie di tutti i giorni e
negli usi della grande periferia americana,
stimolando una naturale curiosità per questo dark
side statunitense. Una duplice occasione,
quindi, per un testo dinamico e avvincente che si
presta a frequenti riletture, fungendo in definitiva
anche da guida alla scoperta di un genere (per la
verità poco conosciuto in Italia) e soprattutto di
un modus vivendi all’insegna della musica
delle radici… nella periferia del rock americano.
Roberto La Fauci
(www.excursus.org,
anno I, n. 3, ottobre 2009)
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