Anno I              n.3                     Ottobre 2009

Non leggete, come fanno i bambini, per divertirvi, o, come gli ambiziosi, per istruivi. No, leggete per vivere (Gustave Flaubert)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Culturalmente...

 

Uno straordinario viaggio

 alla periferia del rock Usa

 di Roberto La Fauci

Una precisa analisi di un mondo  

 disconosciuto nel nostro Paese

 in un saggio pubblicato da Pacini

 

 

 

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Chi di voi non ricorda il periodo d’oro del grunge e, più in generale, dell’alternative rock che dilagò agli albori degli anni Novanta del secolo appena trascorso? Quell’ennesima rivoluzione musicale così maledettamente dannata (come dannate erano le star che componevano questa nuova leva del rock… Kurt Cobain e i suoi Nirvana su tutti) e al tempo stesso così ambiguamente compromessa e collusa col Music Business delle grandi multinazionali americane, che tutto creano e tutto distruggono dopo un giro di walzer più o meno duraturo… Beh cari lettori, non è solo questo l’unico orizzonte musicale possibile.

 

Dimenticate ogni cosa fin ora certa sul conto dell’alternative rock americano, poiché Fabio Cerbone col suo Levelland. Nella periferia del rock americano (Pacini Editore, pp. 184, € 15,00) sta per imbarcarci tutti in un viaggio nella suburbia del sogno americano, un viaggio rivelatore e illuminante sull’altra faccia dell’American Music, una musica che sa di radici country, di ballate folk che scavano nella memoria atavica dello sterminato Mid-West o del Sud più profondo, il tutto riveduto e corretto attraverso la lente contemporanea di una nuova leva di musicisti (non meno validi né meno ispirati dei più noti colleghi della scena grunge sopra citata) cresciuti nella desolazione delle periferie d’America… Niente compromessi, nessun ammiccamento ambiguo al Music Business inseguendo arricchimenti stratosferici, solo chilometri su chilometri e polvere e sogni… solo buon vecchio rock ‘n roll, suonato e vissuto come da che mondo e mondo va suonato e vissuto: perennemente on the road.

 

Radici… fantasmi di cowboy maledetti che attraverso le nebbie di chissà quale fiume o quale sperduta highway raggiungono il cuore e risuonano nella voce dei giovani protagonisti di queste avventure di provincia, che Cerbone descrive così bene; questi giorni di gloria diluiti in secoli di anonimato nelle storie acerbe di rock band, storie che finiscono tutte per assomigliarsi prima o poi. C’è il punk, c’è il cosiddetto post-rock, c’è l’angoscia e la rabbia che un ragazzo (soprattutto se cresciuto in periferia, soprattutto se figlio della working class) porta dentro di se fisiologicamente a 20 anni; c’è la presidenza Reagan, che proprio alla working class succhia via linfa vitale in nome di una nuova era economica che però stenta a decollare (o che forse non esiste nemmeno) e che comunque nei piccoli centri del Mid-West, nella Corn-Belt d’America non si vede proprio da nessuna parte; c’è anzi una preoccupante assonanza con la Grande Depressione del 1929, con fabbriche che chiudono trascinando con sé intere small-town nel baratro; e ci sono infine le voci lontane di quei cow-boy che risuonavano nelle case dei nostri anti-eroi del rock, quando questi ultimi erano piccoli, magari dal giradischi di famiglia al sabato pomeriggio: Hank Williams, Johnny Cash, Gram Parsons, la Carter Family… sono le radici, con le quali prima o poi devi fare i conti.

C’è tutto questo melting pot che dà vita a un fermento musicale interamente da scoprire, lasciandosi guidare dalla penna esperta dell’autore che, come in una galleria d’arte, ci illustra la storia e le avventure discografiche della band di turno, descrivendo con dovizia di particolari il paesaggio circostante.

 

Il viaggio nel sottobosco del rock americano comincia dagli Uncle Tupelo, provenienti da Belleville (Illinois), che, imprigionati fra le maglie di una recessione latente, cantano (soprattutto nei primi album) l’orgoglio della working class e la rabbia per la desolazione che li circonda; ma qualcosa suona diverso, oltre a mutuare dal punk e dal rock le proprie influenze musicali, emergono nella loro musica, sempre più insistentemente le radici country e folk, quasi fossero un corredo genetico impossibile da annullare.

È così che proprio gli Uncle Tupelo scelgono come cavallo di battaglia una cover che sembra lontana anni luce da qualunque giovane band di rock ‘n roll, la cover in questione è No Depression incisa per la prima volta dalla Carter Family sull’onda della Grande Depressione: è proprio così che l’autore dà il là al motivo ricorrente di tutto il libro, il continuo rimando ad un’America ancestrale, dimenticata, il cui volto però è quello più crudo e sincero... Due mondi paralleli dunque, che di capitolo in capitolo si sfiorano costantemente, come se in quelle terre così periferiche ci fosse una congiuntura temporale tra passato e presente. Ed è un passato/presente misterioso e torbido quello che ritroviamo narrato nei testi delle canzoni (riportati in abbondanza da Cerbone, egregiamente tradotti): che sia l’angoscia con risvolti politico-sociali degli Uncle Tupelo, o che sia l’irrequieto vagabondare descritto così bene da Ryan Adams e i suoi Whiskeytown; che si tratti dell’alternative country dal “volto operaio” dei Bottle Rockets, o che siano gli «scheletri di cowboy agghindati nei loro cappelli e speroni» nell’immaginario dei Waco Brothers, tutto ciò poco lascia al vecchio sogno americano, se non l’amaro in bocca e una rassegnata delusione.

 

È così che il libro procede con una scrittura scorrevole, quasi liquida, saltando di storia in storia, con un linguaggio che spesso ricorda il Jack Kerouac di Sulla strada (Mondadori), e sulla strada ci troviamo tante altre declinazioni del verbo alternative country. Troviamo infatti le ballate gotiche, macabre e cupe degli Handsome Family, con un’interessante digressione sulle murder ballads e più in generale su tutta una cultura popolare che esorcizza la morte attraverso questi traditionals, quasi dimenticati dalla modernità, con le loro storie crude e talvolta surreali; ci troviamo il fanatismo religioso e il derivante disprezzo di ogni regola e autorità che caratterizzeranno la vita e la carriera artistica di David Eugene Edwards e dei suoi Sixteen Horsepower.

 

Impossibile provare a citare tutti gli artisti e le band nominate dall’autore, poiché sono davvero tanti, e spesso con molteplici contaminazioni e collaborazioni. È interessante invece citare un’altra chiave di lettura possibile per questo libro: Cerbone prima dopo o durante ogni storia, oltre a narrare le vicissitudini artistiche della band di turno, fa anche ampie panoramiche sulla cultura popolare, sulle caratteristiche peculiari e sui retroscena storici delle città e degli Stati in cui sono ambientate queste storie, per cui la lettura diventa non solo un viaggio prettamente musicale per appassionati del genere (o curiosi in procinto di scoprirlo), ma anche e soprattutto un immergersi nella cronaca, nella storie di tutti i giorni e negli usi della grande periferia americana, stimolando una naturale curiosità per questo dark side statunitense. Una duplice occasione, quindi, per un testo dinamico e avvincente che si presta a frequenti riletture, fungendo in definitiva anche da guida alla scoperta di un genere (per la verità poco conosciuto in Italia) e soprattutto di un modus vivendi all’insegna della musica delle radici… nella periferia del rock americano.

 

Roberto La Fauci

 

(www.excursus.org, anno I, n. 3, ottobre 2009)

                          

                 

 

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Linda Basile, Maria Ficarra, Annalice Furfari, Marco Gatto, Serena Intelisano,

Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro, Giuseppe Martino, Antonella Rosanova

 

 

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