Anno II              n.6                     Gennaio 2010

Speciale NO PONTE: le ragioni per essere fermamente contro un'opera inutile e negativa sotto molteplici aspetti.                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Culturalmente...

 

Lo Stretto di Messina,

 crocevia storico-culturale

 da Messina e dintorni (1902)

La bellezza naturale della zona

emerge in tutta la sua potenza 

 tra miti, leggende ed eventi reali

 

 

 

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Riportiamo l’introduzione presente nel volume Messina e dintorni. Guida a cura del Municipio, edito nel 1902. L’opera è ora disponibile in ristampa anastatica pubblicata dalle Edizioni Libreria “Bonanzinga”, con il titolo Messina com'era, mentre per i tipi Intilla Editore è disponibile il volume Messina prima e dopo il disastro, che contiene la ristampa anastatica dell’Edizione “Giuseppe Principato” del 1914 (che è un corposo aggiornamento e una correzione degli errori contenuti nella precedente versione del 1902).

Il passo che riportiamo è una descrizione della bellezza naturale dello Stretto, della sua magia, del suo essere crocevia di culture e di Storia. Il lettore, ovviamente, tenga presente, laddove, in alcune righe, si descrive Messina, che trattasi di un’opera antecedente al terremoto del 1908.

(La redazione)

 

 

Il viaggiatore che, portato da una vela, da una ruota o da un’elice, venendo da Oriente o da Occidente attraversa per la prima volta lo Stretto tra il continente e la Sicilia, è gradevolmente sorpreso dalla vista simultanea della doppia costa calabro-sicula che si svolge al suo sguardo. Da un lato Scilla simile ad un’aquila con le ali spiegate pesca nel mare, e in alto le vette di Aspromonte, fino all’avanzarsi della primavera bianche di neve, che si indora e si arrubina sotto il sole che tramonta dietro la punta di Milazzo e le isole Eolie, rassomigliante a un globo di fuoco che diffonda intorno sulla terra e sul mare, tra un immenso sfolgorio, le sue porpore luminose. Lembi di nubi qua e là sparpagliati nell’atmosfera riverberandone gli splendori, fanno in quel momento assumere al cielo, al mare, alle terre adiacenti la solennità maestosa di un tempio sterminato e divino nell’ora più raccolta e più mistica del giorno, dopo l’aurora. Dall’altro canto la sua vista è allietata dalle coste siciliane sormontate dai Monti Nettunii che digradando di collina in collina vanno a terminare nella punta del Faro, abbellita dalla trasparenza dei due laghi che accrescono l’incanto di queste rive cui molti han chiamato il Bosforo d’Italia.

 

Passando nel punto più stretto tra le due terre i cui abitanti possono farsi udire a vicenda e ascoltare nel silenzio notturno il ritmico verso dei galli, ricorrono alla fantasia del viaggiatore le greche leggende che narrano del canto irresistibile delle Sirene e del gran rischio che vi correva chi si soffermasse ad ascoltarlo. Vinte dall’astuzia di Ulisse le misteriose ninfe si precipitarono nell’onda d’onde emerge ancora nella tempesta la loro voce canina ma dove oggi nella tranquillità delle notti non si ode più che il sibilo del vento e il lieve gemito della risacca. E mentre il profumo delle zagare, degli aranci, dei bergamotti, delle rose e dei mirti lo saluta coi suoi effluvi balsamici e quasi orientali, mentre l’orecchio è sollecitato dolcemente dal lontano cigolio delle ruote dei setifici (filande), l’occhio lusingato contempla le due rive che si guardano, popolate a destra e a sinistra da biancheggianti villaggi e rumorose cittadine e viene adescato dai miriadi di palazzine ridenti disseminate sui circostanti poggi che, solcati da larghi torrenti, digradano con dolce pendio fino a lido.

 

Tutte le reminiscenze che suscitano questi luoghi gli si affollano tumultuosamente nello spirito. Ei rivede come in sogno l’epoca remotissima in cui l’attuale stretto era chiuso per più chilometri della sua lunghezza da un istmo forse così basso che le onde a quando a quando lo coprivano finché per una serie di cataclismi geologici, le rocce sottomarine si fransero, e l’Jonio e il Tirreno irruppero quasi anelanti di abbracciarsi dando origine così al nostro mare, detto perciò dagli antichi Fretum Siculum. Le leggende di Aiolos e di Pheraimon, il tridente di Poseidon, la falce di Kronos, i mitici ricordi del passaggio di Heracles lo sottraggono per un istante alla realità per trasportarlo in secoli scomparsi. Le vele dei Pelasgi, dei Fenici, dei Focesi, che transitarono queste acque fin dai tempi primitivi, poi quelle dei Greci, dei Cartaginesi, dei Romani, dei Bizantini, le scorrerie eseguite in queste regioni da Alarico, da Genserico, dai Vandali, da Totila e dagli Arabi, le navi dei Normanni e dei Crociati che si recavano in Palestina gli sfilano innanzi con rapidità vertiginosa.

 

Egli evoca le figure di leggendari nuotatori sottomarini che fendevano queste onde come velocissimi squali o quella di qualche serafico frate dalla lunga barba, che nella fantasia popolare, facendo uno scafo del suo mantello e un albero del suo bordone, domina le onde con la calma serenità del suo sguardo e tocca la sicula riva. Passando tra le due trasparenze dell’aria e del mare crede di udire qualche eco lontana delle battaglie navali che arrossarono queste acque nelle guerra tra Romani e Cartaginesi e più tardi tra Angioini e Aragonesi fino ai tempi moderni e agli eroici approdi dei piccoli vapori dell’epopea garibaldina. A man destra di chi viene da Faro s’incurva graziosamente il braccio di S. Ranieri già detto di S. Giacinto e ricorda la vecchia falce lasciatavi cadere da Saturno come favoleggiarono gli antichi, e l’araba leggenda che narra essere stato Alessandro che l’abbia scavato nel sasso.

 

Rimpetto ad esso si estende da Piazza Vittoria al Viale S. Martino per oltre un chilometro Messina, già decorata dalla maestosa palazzata o teatro marittimo (1625) che ha di fronte la punta del porto che fino al 1392 solevasi chiudere la notte con una catena di ferro. Alla sua estremità sta il forte S. Salvatore e girando verso sud il Lazzaretto e la vicina torre della Lanterna, la Cittadella (1681) e i novi Magazzini della Dogana, nel sito dove nei tempi andati sorse adorna di tre torri specchiantisi nelle onde e tre posteriori, la reggia dei Normanni, bianca come una colomba, giusta l’espressione del viaggiatore arabo Ibn Guboyr che visitò l’isola nostra regnando Guglielmo il Buono. La città circuita a brevissima distanza dal lido, dalle coline peloritane tra cui torreggiano le alture di S. Rizzo e di monte Ciccia e più su ancora Dinnammare, mostra a sinistra di chi arriva dall’Oriente la sommità di Monte Scuderi detto altrimenti Spraverio e anticamente Cauterico sul quale si crede per tradizione avere voluto stanza i Sicani.

 

La città è chiusa alle spalle dai colli dell’Ogliastro o Agliastro e dei Cappuccini verso Nord, dai poggi della Caperrina e del Tirone o Jerone e da Monte Piselli dal lato meridionale, mentre nel mezzo stanno a cavaliere la collina dell’Oliveto, dell’Andria e quella di Castellaccio, quest’ultima ancora occupata dai ruderi di una fortezza spagnuola ivi costruita su mura antichissime attribuite a popolazioni preelleniche. Finalmente sulla stessa linea ma più vicino all’abitato richiama l’attenzione dell’osservatore la storica torre di Rocca o Scoppo. Questa fortezza, esistente fin dall’epoca marmetina, fu dal conte Ruggiero ornata di tre torri di cui l’attuale è un residuo ristaurato più tardi.

 

Nulla gli si offre allo sguardo che non gli richiami alla memoria le vicende storiche di queste incantevoli regioni tanto favorite dalla Natura ma che pur tanto ebbero a soffrire in tutti i tempi per colpa degli uomini e della fortuna. Questa terra occupata dai Siculi, colonizzata dai Calcidesi, soggiogata dai Messeni e dai Marmetini, conquistata dai Cartaginesi e dai Romani, depredata da Verre, lasciata in abbandono dai Bizantini, onorata da Arcadio Imperatore, invasa dai Saraceni, liberata dal conte Ruggiero, assediata due volte dagli Angioini, dilaniata dalle guerre civili tra Latini e Catalani, conculcata e umiliata dalla tirannide spagnuola, decimata dalle pestilenze, diroccata dai tremuoti, due volte bombardata dai Borboni e da essi saccheggiata e incendiata, questa città che altre volte fu l’emporio dell’industria, del commercio e delle arti e che meritò di ottenere privilegi singolarissimi, più volte caduta e non mai vinta, pronta sempre ad immolarsi per l’amore della libertà e per la difesa dei diritti dell’isola intera, è oggi tutta una città nuova risorta a poco a poco dalle proprie ceneri.

 

Essa oggi, osteggiata nei commerci e nelle industrie, posposta alle sue minori sorelle, quasi dimenticata va tuttavia altera di quel sentimento di dovere, di libertà e d’indipendenza per cui tanto rifulge nelle pagine della Storia. Sotto questo limpido cielo che riflette le sue tinte azzurre in un mare di liquido zaffiro, scherza ancora fantasticamente Morgana e ruzzano ancora i delfini a centinaia sulle onde, e le folaghe e i cormorani agitano le loro ali bianche quasi festeggiando gli stranieri che vi giungono di lontano, e la fantasia dei visitatori e degli indigeni che li attendono sulla riva si popola di immagini vaghissime e luminose che la lira del poeta e il pennello dell’artista non si stancano mai di riprodurre.

 

Ps: Nell’immagine, la copertina del volume Messina com’era nell’edizione pubblicata dalla Libreria “Bonanzinga” nel 1981, a cura di Giordano Corsi. Ne è disponibile una nuova edizione del 2008.

 

(www.excursus.org, anno II, n. 6, gennaio 2010)

 

                 

 

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Linda Basile, Massimiliano Borelli, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

Marco Gatto, Serena Intelisano, Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro

 

 

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