|
Riportiamo
l’introduzione presente nel volume
Messina e dintorni.
Guida a cura del Municipio, edito nel 1902.
L’opera è ora disponibile in ristampa anastatica
pubblicata dalle Edizioni Libreria “Bonanzinga”, con
il titolo Messina com'era, mentre per
i tipi Intilla Editore è disponibile il volume
Messina prima e dopo il disastro, che contiene la
ristampa anastatica dell’Edizione “Giuseppe
Principato” del 1914 (che è un corposo aggiornamento
e una correzione degli errori contenuti nella
precedente versione del 1902).
Il passo che
riportiamo è una descrizione della bellezza naturale
dello Stretto, della sua magia, del suo essere
crocevia di culture e di Storia. Il lettore,
ovviamente, tenga presente, laddove, in alcune
righe, si descrive Messina, che trattasi di un’opera
antecedente al terremoto del 1908.
(La redazione)
Il viaggiatore che,
portato da una vela, da una ruota o da un’elice,
venendo da Oriente o da Occidente attraversa per la
prima volta lo Stretto tra il continente e la
Sicilia, è gradevolmente sorpreso dalla vista
simultanea della doppia costa calabro-sicula che si
svolge al suo sguardo. Da un lato Scilla simile ad
un’aquila con le ali spiegate pesca nel mare, e in
alto le vette di Aspromonte, fino all’avanzarsi
della primavera bianche di neve, che si indora e si
arrubina sotto il sole che tramonta dietro la punta
di Milazzo e le isole Eolie, rassomigliante a un
globo di fuoco che diffonda intorno sulla terra e
sul mare, tra un immenso sfolgorio, le sue porpore
luminose. Lembi di nubi qua e là sparpagliati
nell’atmosfera riverberandone gli splendori, fanno
in quel momento assumere al cielo, al mare, alle
terre adiacenti la solennità maestosa di un tempio
sterminato e divino nell’ora più raccolta e più
mistica del giorno, dopo l’aurora. Dall’altro canto
la sua vista è allietata dalle coste siciliane
sormontate dai Monti Nettunii che digradando di
collina in collina vanno a terminare nella punta del
Faro, abbellita dalla trasparenza dei due laghi che
accrescono l’incanto di queste rive cui molti han
chiamato il Bosforo d’Italia.
Passando nel punto
più stretto tra le due terre i cui abitanti possono
farsi udire a vicenda e ascoltare nel silenzio
notturno il ritmico verso dei galli, ricorrono alla
fantasia del viaggiatore le greche leggende che
narrano del canto irresistibile delle Sirene e del
gran rischio che vi correva chi si soffermasse ad
ascoltarlo. Vinte dall’astuzia di Ulisse le
misteriose ninfe si precipitarono nell’onda d’onde
emerge ancora nella tempesta la loro voce canina ma
dove oggi nella tranquillità delle notti non si ode
più che il sibilo del vento e il lieve gemito della
risacca. E mentre il profumo delle zagare, degli
aranci, dei bergamotti, delle rose e dei mirti lo
saluta coi suoi effluvi balsamici e quasi orientali,
mentre l’orecchio è sollecitato dolcemente dal
lontano cigolio delle ruote dei setifici (filande),
l’occhio lusingato contempla le due rive che si
guardano, popolate a destra e a sinistra da
biancheggianti villaggi e rumorose cittadine e viene
adescato dai miriadi di palazzine ridenti
disseminate sui circostanti poggi che, solcati da
larghi torrenti, digradano con dolce pendio fino a
lido.
Tutte le
reminiscenze che suscitano questi luoghi gli si
affollano tumultuosamente nello spirito. Ei rivede
come in sogno l’epoca remotissima in cui l’attuale
stretto era chiuso per più chilometri della sua
lunghezza da un istmo forse così basso che le onde a
quando a quando lo coprivano finché per una serie di
cataclismi geologici, le rocce sottomarine si
fransero, e l’Jonio e il Tirreno irruppero quasi
anelanti di abbracciarsi dando origine così al
nostro mare, detto perciò dagli antichi Fretum
Siculum. Le leggende di Aiolos e di Pheraimon,
il tridente di Poseidon, la falce di Kronos, i
mitici ricordi del passaggio di Heracles lo
sottraggono per un istante alla realità per
trasportarlo in secoli scomparsi. Le vele dei
Pelasgi, dei Fenici, dei Focesi, che transitarono
queste acque fin dai tempi primitivi, poi quelle dei
Greci, dei Cartaginesi, dei Romani, dei Bizantini,
le scorrerie eseguite in queste regioni da Alarico,
da Genserico, dai Vandali, da Totila e dagli Arabi,
le navi dei Normanni e dei Crociati che si recavano
in Palestina gli sfilano innanzi con rapidità
vertiginosa.
Egli evoca le figure
di leggendari nuotatori sottomarini che fendevano
queste onde come velocissimi squali o quella di
qualche serafico frate dalla lunga barba, che nella
fantasia popolare, facendo uno scafo del suo
mantello e un albero del suo bordone, domina le onde
con la calma serenità del suo sguardo e tocca la
sicula riva. Passando tra le due trasparenze
dell’aria e del mare crede di udire qualche eco
lontana delle battaglie navali che arrossarono
queste acque nelle guerra tra Romani e Cartaginesi e
più tardi tra Angioini e Aragonesi fino ai tempi
moderni e agli eroici approdi dei piccoli vapori
dell’epopea garibaldina. A man destra di chi viene
da Faro s’incurva graziosamente il braccio di S.
Ranieri già detto di S. Giacinto e ricorda la
vecchia falce lasciatavi cadere da Saturno come
favoleggiarono gli antichi, e l’araba leggenda che
narra essere stato Alessandro che l’abbia scavato
nel sasso.
Rimpetto ad esso si
estende da Piazza Vittoria al Viale S. Martino per
oltre un chilometro Messina, già decorata dalla
maestosa palazzata o teatro marittimo (1625)
che ha di fronte la punta del porto che fino al 1392
solevasi chiudere la notte con una catena di ferro.
Alla sua estremità sta il forte S. Salvatore e
girando verso sud il Lazzaretto e la vicina torre
della Lanterna, la Cittadella (1681) e i novi
Magazzini della Dogana, nel sito dove nei tempi
andati sorse adorna di tre torri specchiantisi nelle
onde e tre posteriori, la reggia dei Normanni,
bianca come una colomba, giusta l’espressione del
viaggiatore arabo Ibn Guboyr che visitò l’isola
nostra regnando Guglielmo il Buono. La città
circuita a brevissima distanza dal lido, dalle
coline peloritane tra cui torreggiano le alture di
S. Rizzo e di monte Ciccia e più su ancora
Dinnammare, mostra a sinistra di chi arriva
dall’Oriente la sommità di Monte Scuderi detto
altrimenti Spraverio e anticamente Cauterico sul
quale si crede per tradizione avere voluto stanza i
Sicani.
La città è chiusa
alle spalle dai colli dell’Ogliastro o Agliastro e
dei Cappuccini verso Nord, dai poggi della Caperrina
e del Tirone o Jerone e da Monte Piselli dal lato
meridionale, mentre nel mezzo stanno a cavaliere la
collina dell’Oliveto, dell’Andria e quella di
Castellaccio, quest’ultima ancora occupata dai
ruderi di una fortezza spagnuola ivi costruita su
mura antichissime attribuite a popolazioni
preelleniche. Finalmente sulla stessa linea ma più
vicino all’abitato richiama l’attenzione
dell’osservatore la storica torre di Rocca o Scoppo.
Questa fortezza, esistente fin dall’epoca marmetina,
fu dal conte Ruggiero ornata di tre torri di cui
l’attuale è un residuo ristaurato più tardi.
Nulla gli si offre
allo sguardo che non gli richiami alla memoria le
vicende storiche di queste incantevoli regioni tanto
favorite dalla Natura ma che pur tanto ebbero a
soffrire in tutti i tempi per colpa degli uomini e
della fortuna. Questa terra occupata dai Siculi,
colonizzata dai Calcidesi, soggiogata dai Messeni e
dai Marmetini, conquistata dai Cartaginesi e dai
Romani, depredata da Verre, lasciata in abbandono
dai Bizantini, onorata da Arcadio Imperatore, invasa
dai Saraceni, liberata dal conte Ruggiero, assediata
due volte dagli Angioini, dilaniata dalle guerre
civili tra Latini e Catalani, conculcata e umiliata
dalla tirannide spagnuola, decimata dalle
pestilenze, diroccata dai tremuoti, due volte
bombardata dai Borboni e da essi saccheggiata e
incendiata, questa città che altre volte fu
l’emporio dell’industria, del commercio e delle arti
e che meritò di ottenere privilegi singolarissimi,
più volte caduta e non mai vinta, pronta sempre ad
immolarsi per l’amore della libertà e per la difesa
dei diritti dell’isola intera, è oggi tutta una
città nuova risorta a poco a poco dalle proprie
ceneri.
Essa oggi,
osteggiata nei commerci e nelle industrie, posposta
alle sue minori sorelle, quasi dimenticata va
tuttavia altera di quel sentimento di dovere, di
libertà e d’indipendenza per cui tanto rifulge nelle
pagine della Storia. Sotto questo limpido cielo che
riflette le sue tinte azzurre in un mare di liquido
zaffiro, scherza ancora fantasticamente Morgana e
ruzzano ancora i delfini a centinaia sulle onde, e
le folaghe e i cormorani agitano le loro ali bianche
quasi festeggiando gli stranieri che vi giungono di
lontano, e la fantasia dei visitatori e degli
indigeni che li attendono sulla riva si popola di
immagini vaghissime e luminose che la lira del poeta
e il pennello dell’artista non si stancano mai di
riprodurre.
Ps:
Nell’immagine, la copertina del volume
Messina com’era nell’edizione pubblicata dalla Libreria “Bonanzinga”
nel 1981, a cura di Giordano Corsi. Ne è disponibile
una nuova edizione del 2008.
(www.excursus.org,
anno II, n. 6, gennaio 2010)
|