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Spesso ci
dimentichiamo quanto fosse “moderno” il mondo
antico, quanto fosse “alta” la cultura dell’epoca.
Anche allora c’era una grande finezza intellettuale,
anche se si dovette aspettare lo sviluppo delle
tecnologie – e quindi secoli – per arrivare ad
importanti scoperte: ma quel mondo fu ricco di
intuizioni basilari per i futuri traguardi
scientifici (pensiamo, tanto per fare un esempio,
agli atomi di Democrito).
La prima cosa che
si nota guardando Agorà, il bel film del
regista spagnolo Alejandro Amenábar, presentato nel
2009 al Festival di Cannes, nella sezione dei fuori
concorso, dove ha ottenuto buone critiche, è la
centralità di una sola donna, Ipazia, circondata da
uomini. Quello che stupisce è la sua professione:
insegnante, matematica, filosofa. Siamo sempre stati
abituati (tranne rare eccezioni) a vedere la donna
dell’antichità (e non solo) come figura marginale,
sottomessa all'uomo. E invece sul finire del IV
secolo d.C. emerse questo personaggio, ammirato da tutti
per il suo sapere, per la sua scienza, per la sua
curiosità, madre di una delle più importanti teorie
sul moto degli astri (aveva teorizzato che i pianeti
percorrono orbite ellittiche di cui il Sole occupa
uno dei fuochi),
che solo secoli
dopo, con Keplero, vide la luce. Questa sua
brillantezza però le invise parte della società di
cui apparteneva, quella più fanatica, che non
poteva concepire che una donna, in quanto tale,
potesse dare degli insegnamenti agli uomini, potesse
essere superiore a loro.
Ma chi era?
Ipazia era una
matematica, astronoma e filosofa nata (nel 370 d.C.
circa) e vissuta ad Alessandria d'Egitto fino alla
sua morte (avvenuta nel 415 d.C.). Il padre Teone,
geometra, astronomo, filosofo, nonché rettore
dell'Università di Alessandria, indirizzò la figlia
ai suoi stessi studi, ed ella si dimostrò talmente
brillante da potergli tranquillamente succedere al
nell'insegnamento di queste discipline nella
comunità alessandrina. Scienziata a tutto tondo, si
interessò anche di Meccanica e, con un termine
“moderno”, di tecnologia: disegnò strumenti
scientifici tra cui un astrolabio piatto per
misurare il livello dell'acqua, un apparato per
distillare e un idrometro di ottone per determinare
la densità dei liquidi.
A quel tempo, la
donna era costretta a scegliere tra il matrimonio e
la Scienza: fu chiara la scelta di Ipazia, che
consacrò la sua vita al Sapere. Una decisione forte:
il lavoro della scienziata era considerato
un’estensione della divinità, la donna diveniva una
sorta di Vestale. La verginità era quindi un
elemento imprescindibile, in quanto compiere atti
sessuali senza che si fosse spostati ne avrebbe
implicato la dannazione sociale, impedendole di
svolgere la sua attività e obbligandola ad essere
una prostituta.
Ma purtroppo Ipazia
visse in un epoca di grandi cambiamenti.
Sul finire del IV
secolo d.C. Alessandria possedeva una delle Sette
Meraviglie del mondo antico: il leggendario Faro e
la Biblioteca più grande mai conosciuta. Questa era
non solo un simbolo culturale, ma religioso, un
luogo dove i pagani veneravano i propri dei. Il
culto pagano, ormai sulla via del tramonto,
coesisteva con l'ebraismo e con il cristianesimo,
fino a poco tempo prima era proibito.
Questa convivenza
diventò a poco a poco insostenibile, e si giunse a
scontri armati tra pagani e cristiani: tra questi vi
era la confraternita dei “parabolani”, dei fanatici,
che nella Chiesa delle origini si dedicava alla cura
dei malati e alla sepoltura dei morti, e il cui
unico desiderio era di morire il prima possibile per
Cristo.
Come racconta nel
suo film il regista Amenábar, in uno di questi
scontri i pagani, stanchi del continuo
sbeffeggiamento verso le proprie divinità, decisero
di attaccare con le armi i cristiani che si
trovavano nell'agorà. Credendo di aver dato loro una
“lezione” furono presi alla sprovvista quando i
cristiani si presentarono in centinaia davanti le
porte della Biblioteca, e i pagani furono costretti
a rifugiarsi dentro le mura per proteggersi. La
situazione si sbloccò solo con l'intervento di
Arcadio di Bisanzio, l'Imperatore Romano d'Oriente,
che perdonò gli insorti pagani ma in cambio ordinò
loro che la Biblioteca venisse evacuata. Così
l’edificio, culla del sapere umano, fu saccheggiato
dai cristiani che, addirittura, ne usarono alcuni
ambienti come stalle.
Da quel momento in
poi, il culto del cristianesimo avrebbe preso sempre
più piede, non tollerando più taluni dettami
scientifici, ma consacrando ogni aspetto della vita
alle Sacre Scritture.
Trovandosi in clima
tanto turbolento, la posizione di Ipazia, di donna
e di intellettuale, divenne ancor più problematica.
Con l'avvento della religione cristiana la scelta di
Ipazia non soddisfaceva i dettami di questo culto.
Ciò che più scatenava l’odio nei suoi confronti fu
secondo il teologo e storico Socrate Scolastico, la
posizione che Ipazia ricopriva nella società: «Ella
giunse ad un tale grado di cultura, che superò di
gran lunga tutti i filosofi suoi contemporanei.
[...] Per la magnifica libertà di parola ed
azione, che le veniva dalla sua cultura, accedeva in
modo assennato anche al cospetto dei capi della
città e non era motivo di vergogna per lei lo stare
in mezzo agli uomini. Infatti, a causa della sua
straordinaria saggezza, tutti la rispettavano
profondamente e provavano verso di lei un timore
reverenziale. Per questo motivo, allora, l'invidia
si armò contro di lei».
Nel 412 d.C., divenuto
patriarca della città, il vescovo Cirillo
d'Alessandria diede inizio ad una politica di
persecuzioni nei confronti dei neoplatonici e degli
ebrei, entrando così in contrasto con il prefetto di
Alessandria, Oreste, rappresentante dello Stato.
Oreste non era ben visto dalla maggior parte dei
cristiani ed era amico di Ipazia, nonché suo ex
allievo.
Come ripreso anche
da Amenábar nella scena che prelude all'uccisione di
Ipazia, pare che Cirillo durante una celebrazione lesse, con
l'intento di rendere chiara la sua posizione nei
confronti della filosofa, un passo dalla Prima
Lettera di San Paolo
a Timoteo: «La donna impari in silenzio, con
tutta sottomissione. Non concedo a nessuna donna di
insegnare, né di dettare legge all’uomo; piuttosto
se ne stia in atteggiamento tranquillo. Perché prima
è stato formato Adamo e poi Eva; e non fu Adamo ad
essere ingannato, ma fu la donna che, ingannata, si
rese colpevole di trasgressione. Essa potrà essere
salvata partorendo figli, a condizione di
perseverare nella fede, nella carità e nella
santificazione, con modestia».
Istigati e
infuocati da queste parole, una folla di
“parabolani” assalì Ipazia, che aveva rifiutato di
convertirsi al cristianesimo e di abbandonare le sue
posizioni, e la uccise. Racconta
sempre Socrate Scolastico che, credendo di cancellarla
per sempre dalla Storia, «le strapparono le vesti
di dosso, sfregiarono la sua pelle e lacerarono le
carni del suo corpo con delle conchiglie affilate
finché non esalò l'ultimo respiro. Squartarono il
suo corpo e la ridussero in cenere».
Socrate Scolastico
non è stato l'unico a raccontare la storia di questa
straordinaria donna. Infatti, evidenzia
Giuseppe Licandro nell’interessante
Il martirio di Ipazia,
vittima del fanatismo,
la filosofa alessandrini fu elogiata anche da altri
storici e pensatori cristiani. Tra questi, per
esempio, Filostorgio, che nella Storia
Ecclesiastica scrisse: «ella divenne molto
migliore del maestro, particolarmente
nell’astronomia e che, infine, sia stata ella stessa
maestra di molti nelle scienze matematiche». Chi
invece non ebbe parole lodevoli per Ipazia fu il
Vescovo Giovanni di Nikiu che addirittura nella sua
Cronaca la accusò di stregoneria e satanismo.
Dimenticata per tutto il Medioevo, ritroviamo Ipazia
nel quadro di Raffaello Sanzio, La Scuola di
Atene, espressione del Rinascimento. Ma è
durante l'Illuminismo che la sua figura viene
maggiormente rivalutata e diventa simbolo della
libertà di espressione.
E possiamo definire
proprio così Ipazia, un simbolo della lotta contro
il fanatismo, contro chi toglie una delle libertà
più importanti per l'uomo: la libertà di pensiero. Ipazia, a distanza
di secoli ci lascia un grande insegnamento:
l'importanza di mettere in discussione le nostre
idee.
Serena
Intelisano
Ps:
Nell’immagine, Ipazia nel famoso dipinto
La Scuola di Atene
di Raffaello Sanzio. Si tratta dell’unica donna
rappresentata nell’opera. Alcuni critici, invero,
sostengono che in realtà si tratti di Francesco
Maria della Rovere.
(www.excursus.org,
anno II, n. 11, giugno 2010) |