Anno II              n.11                     Giugno 2010

Non leggete, come fanno i bambini, per divertirvi, o, come gli ambiziosi, per istruivi. No, leggete per vivere (Gustave Flaubert)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

      HOME        CHI SIAMO         IN ARRIVO         COLLABORA          LINK AMICI          ARCHIVIO      

 

 

Culturalmente...

 

Storia di Ipazia, filosofa

 dimenticata e "dannata"

 di Serena Intelisano

 

Una grande donna dell'antichità,

 simbolo della libertà di pensiero. 

 Ricordata oggi dal film Agorà

 

 

 

   Leggi l'articolo in PDF

 

Spesso ci dimentichiamo quanto fosse “moderno” il mondo antico, quanto fosse “alta” la cultura dell’epoca. Anche allora c’era una grande finezza intellettuale, anche se si dovette aspettare lo sviluppo delle tecnologie – e quindi secoli – per arrivare ad importanti scoperte: ma quel mondo fu ricco di intuizioni basilari per i futuri traguardi scientifici (pensiamo, tanto per fare un esempio, agli atomi di Democrito).

 

La prima cosa che si nota guardando Agorà, il bel film del regista spagnolo Alejandro Amenábar, presentato nel 2009 al Festival di Cannes, nella sezione dei fuori concorso, dove ha ottenuto buone critiche, è la centralità di una sola donna, Ipazia, circondata da uomini. Quello che stupisce è la sua professione: insegnante, matematica, filosofa. Siamo sempre stati abituati (tranne rare eccezioni) a vedere la donna dell’antichità (e non solo) come figura marginale, sottomessa all'uomo. E invece sul finire del IV secolo d.C. emerse questo personaggio, ammirato da tutti per il suo sapere, per la sua scienza, per la sua curiosità, madre di una delle più importanti teorie sul moto degli astri (aveva teorizzato che i pianeti percorrono orbite ellittiche di cui il Sole occupa uno dei fuochi), che solo secoli dopo, con Keplero, vide la luce. Questa sua brillantezza però le invise parte della società di cui apparteneva, quella più fanatica, che non poteva concepire che una donna, in quanto tale, potesse dare degli insegnamenti agli uomini, potesse essere superiore a loro.

 

Ma chi era?

Ipazia era una matematica, astronoma e filosofa nata (nel 370 d.C. circa) e vissuta ad Alessandria d'Egitto fino alla sua morte (avvenuta nel 415 d.C.). Il padre Teone, geometra, astronomo, filosofo, nonché rettore dell'Università di Alessandria, indirizzò la figlia ai suoi stessi studi, ed ella si dimostrò talmente brillante da potergli tranquillamente succedere al nell'insegnamento di queste discipline nella comunità alessandrina. Scienziata a tutto tondo, si interessò anche di Meccanica e, con un termine “moderno”, di tecnologia: disegnò strumenti scientifici tra cui un astrolabio piatto per misurare il livello dell'acqua, un apparato per distillare e un idrometro di ottone per determinare la densità dei liquidi.

 

A quel tempo, la donna era costretta a scegliere tra il matrimonio e la Scienza: fu chiara la scelta di Ipazia, che consacrò la sua vita al Sapere. Una decisione forte: il lavoro della scienziata era considerato un’estensione della divinità, la donna diveniva una sorta di Vestale. La verginità era quindi un elemento imprescindibile, in quanto compiere atti sessuali senza che si fosse spostati ne avrebbe implicato la dannazione sociale, impedendole di svolgere la sua attività e obbligandola ad essere una prostituta.

Ma purtroppo Ipazia visse in un epoca di grandi cambiamenti.

 

Sul finire del IV secolo d.C. Alessandria possedeva una delle Sette Meraviglie del mondo antico: il leggendario Faro e la Biblioteca più grande mai conosciuta. Questa era non solo un simbolo culturale, ma religioso, un luogo dove i pagani veneravano i propri dei. Il culto pagano, ormai sulla via del tramonto, coesisteva con l'ebraismo e con il cristianesimo, fino a poco tempo prima era proibito.

Questa convivenza diventò a poco a poco insostenibile, e si giunse a scontri armati tra pagani e cristiani: tra questi vi era la confraternita dei “parabolani”, dei fanatici, che nella Chiesa delle origini si dedicava alla cura dei malati e alla sepoltura dei morti, e il cui unico desiderio era di morire il prima possibile per Cristo.

 

Come racconta nel suo film il regista Amenábar, in uno di questi scontri i pagani, stanchi del continuo sbeffeggiamento verso le proprie divinità, decisero di attaccare con le armi i cristiani  che si trovavano nell'agorà. Credendo di aver dato loro una “lezione” furono presi alla sprovvista quando i cristiani si presentarono in centinaia davanti le porte della Biblioteca, e i pagani furono costretti a rifugiarsi dentro le mura per proteggersi. La situazione si sbloccò solo con l'intervento di Arcadio di Bisanzio, l'Imperatore Romano d'Oriente, che perdonò gli insorti pagani ma in cambio ordinò loro che la Biblioteca venisse evacuata. Così l’edificio, culla del sapere umano, fu saccheggiato dai cristiani che, addirittura, ne usarono alcuni ambienti come stalle.

Da quel momento in poi, il culto del cristianesimo avrebbe preso sempre più piede, non tollerando più taluni dettami scientifici, ma consacrando ogni aspetto della vita alle Sacre Scritture.

 

Trovandosi in clima tanto turbolento, la  posizione di Ipazia, di donna e di intellettuale, divenne ancor più problematica. Con l'avvento della religione cristiana la scelta di Ipazia non soddisfaceva i dettami di questo culto. Ciò che più scatenava l’odio nei suoi confronti fu secondo il teologo e storico Socrate Scolastico, la posizione che Ipazia ricopriva nella società: «Ella giunse ad un tale grado di cultura, che superò di gran lunga tutti i filosofi suoi contemporanei. [...] Per la magnifica libertà di parola ed azione, che le veniva dalla sua cultura, accedeva in modo assennato anche al cospetto dei capi della città e non era motivo di vergogna per lei lo stare in mezzo agli uomini. Infatti, a causa della sua straordinaria saggezza, tutti la rispettavano profondamente e provavano verso di lei un timore reverenziale. Per questo motivo, allora, l'invidia si armò contro di lei».

 

Nel 412 d.C., divenuto patriarca della città, il vescovo Cirillo d'Alessandria diede inizio ad una politica di persecuzioni nei confronti dei neoplatonici e degli ebrei, entrando così in contrasto con il prefetto di Alessandria, Oreste, rappresentante dello Stato. Oreste non era ben visto dalla maggior parte dei cristiani ed era amico di Ipazia, nonché suo ex allievo.

Come ripreso anche da Amenábar nella scena che prelude all'uccisione di Ipazia, pare che Cirillo durante una celebrazione lesse, con l'intento di rendere chiara la sua posizione nei confronti della filosofa, un passo dalla Prima Lettera di San Paolo a Timoteo: «La donna impari in silenzio, con tutta sottomissione. Non concedo a nessuna donna di insegnare, né di dettare legge all’uomo; piuttosto se ne stia in atteggiamento tranquillo. Perché prima è stato formato Adamo e poi Eva; e non fu Adamo ad essere ingannato, ma fu la donna che, ingannata, si rese colpevole di trasgressione. Essa potrà essere salvata partorendo figli, a condizione di perseverare nella fede, nella carità e nella santificazione, con modestia».

 

Istigati e infuocati da queste parole, una folla di “parabolani” assalì Ipazia, che aveva rifiutato di convertirsi al cristianesimo e di abbandonare le sue posizioni, e la uccise. Racconta sempre Socrate Scolastico che, credendo di cancellarla per sempre dalla Storia, «le strapparono le vesti di dosso, sfregiarono la sua pelle e lacerarono le carni del suo corpo con delle conchiglie affilate finché non esalò l'ultimo respiro. Squartarono il suo corpo e la ridussero in cenere».

 

Socrate Scolastico non è stato l'unico a raccontare la storia di questa straordinaria donna. Infatti, evidenzia Giuseppe Licandro nell’interessante Il martirio di Ipazia, vittima del fanatismo, la filosofa alessandrini fu elogiata anche da altri storici e pensatori cristiani. Tra questi, per esempio, Filostorgio, che nella Storia Ecclesiastica scrisse: «ella divenne molto migliore del maestro, particolarmente nell’astronomia e che, infine, sia stata ella stessa maestra di molti nelle scienze matematiche»Chi invece non ebbe parole lodevoli per Ipazia fu il Vescovo Giovanni di Nikiu che addirittura nella sua Cronaca la accusò di stregoneria e satanismo. Dimenticata per tutto il Medioevo, ritroviamo Ipazia nel quadro di Raffaello Sanzio, La Scuola di Atene, espressione del Rinascimento. Ma è durante l'Illuminismo che la sua figura viene maggiormente rivalutata e diventa simbolo della libertà di espressione.

 

E possiamo definire proprio così Ipazia, un simbolo della lotta contro il fanatismo, contro chi toglie una delle libertà più importanti per l'uomo: la libertà di pensiero. Ipazia, a distanza di secoli ci lascia un grande insegnamento: l'importanza di mettere in discussione le nostre idee.

 

Serena Intelisano

 

Ps: Nell’immagine, Ipazia nel famoso dipinto La Scuola di Atene di Raffaello Sanzio. Si tratta dell’unica donna rappresentata nell’opera. Alcuni critici, invero, sostengono che in realtà si tratti di Francesco Maria della Rovere.

 

(www.excursus.org, anno II, n. 11, giugno 2010)

                 

 

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Linda Basile, Massimiliano Borelli, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

Marco Gatto, Serena Intelisano, Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro

 

 

Sito ottimizzato per la visione con Internet Explorer

 

Registrazione presso il Tribunale di Messina

n. 10 del 13 luglio 2009

 

 

2009 Excursus.org - Rivista di attualità e cultura

Eccetto dove specificatamente indicato, i contenuti di questo sito

sono rilasciati sotto licenza Creative Commons 3.0

Leggi l'AVVISO LEGALE

 

 

 

Progetto grafico: Luigi Grisolia