Anno II              n.12                     Luglio 2010

LA LEGGE-BAVAGLIO NEGA AI CITTADINI IL DIRITTO DI ESSERE INFORMATI                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Culturalmente...

 

L'evoluzione del ruolo

 della donna nel cinema

 di Serena Intelisano

 

L'analisi della figura femminile,

 nei film degli ultimi dieci anni, 

 in un volume edito da Le Mani

 

 

 

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La donna come motore della storia. Questa è la teoria esposta dalla giornalista Paola Casella nel suo Cinema: femminile, plurale. Mogli, madri, amanti protagoniste del terzo millennio (Le Mani, pp. 104, 14,00). Si tratta di un lavoro certosino, che analizza le figure femminili nel cinema contemporaneo e le interpretazioni che i registi hanno inteso dare al loro ruolo. Lo spettatore medio, abituato a vedere film diversi tra loro, spesso non fa caso al significato che il singolo regista ha voluto dare alle “donne” dei suoi film, ma ad un'attenta osservazione ci si rende conto che c'è una chiara evoluzione del personaggio femminile nelle varie opere.

 

Il periodo considerato dalla Casella per la sua analisi va dalla fine degli anni Novanta fino, sostanzialmente, ad oggi. Il percorso tracciato lungo questo arco temporale prende forma soprattutto attraverso lo studio di alcuni film d’autore, come Eyes Wide Shut (199) di Stanley Kubrick, La pianista (2001) di Michael Haneke, Otto donne e un mistero (2002) di François Ozon, Dogville (2003) di Lars Von Trier, Proprietà privata (2006) di Joachim Lafosse, ma anche di opere meno ambiziose come Molto incinta (2003) di Judd Apatow, Invasion (2007) di Oliver Hirschbiegel e Baby Mama (2008) di Michael McCullers.

 

A cavallo del Duemila, la donna veniva rappresentata al cinema attraverso storie di maternità e femminilità negate, scelte spesso obbligate per poter competere in un mondo maschilista, mondo che le costringe a comportarsi come gli uomini, e quindi a prendere le caratteristiche proprie del maschio, abbandonando i valori della cura, dell'accoglienza, per far spazio ad un istinto guerriero che prospetta sempre una realtà avviata verso l’annullamento.

 

Così, il primo capitolo del volume è dedicato alle donne crudeli, sbagliate, ignorate. In particolare, si evidenziano i ruoli interpretati dall’attrice Isabelle Huppert, che ha portato sul grande schermo «una serie di donne “cattive”, sessualmente perverse e genitorialmente inadempienti o inadeguate». Si parte con Grazie per la cioccolata (2000) di Claude Chabrol, in cui la Huppert impersona la matrigna Marie Claire, capace di eliminare – con appunto della cioccolata (considerata da sempre un classico rito dell’infanzia legato alla figura materna, fa notare la Casella) – le persone che circondavano il suo compagno di vita, adocchiato prima ancora che fosse sentimentalmente libero, per rimanere l'unica figura femminile al suo fianco. Nel 2001, invece, interpreta Erika nel film La Pianista, di Michael Aneke: un'insegnante di pianoforte ultraquarantenne e single, che sfoga la mancanza di amore materno attraverso la musica e un rapporto sadomasochistico con il proprio corpo e con Walter, un partner occasionale con cui ripete la relazione di sottomissione che ha con la madre. In Ma mére (2003), di Christophe Honorè, la Huppert ritorna madre “cattiva”, che non solo rivela al figlio adolescente le proprie perversioni sessuali, ma lo spinge a condividerle con lei e con il suo amante.

 

Molta attenzione, tra le altre, è posta anche su Julianne Moore, che ha dato vita a diverse donne accomunate dal clichè punitivo della femminilità. Per esempio in film come Lontano dal paradiso (2002) di Todd Haynes, The Hours (2002) di Stephen Daldry e A single man (2009) di Tom Ford, interpreta protagoniste vittime delle epoche in cui vissero, tra gli anni Quaranta e Sessanta, tempi in cui la sessualità femminile era una caratteristica da tenere pudicamente nascosta, in cui la società si rifiutava di accettare donne intelligenti, disinibite ed emotivamente complesse.

 

Si inseriscono in questo filone di rappresentazione negativa anche i film di Lars Von Trier, a cui l’autrice dedica un intero capitolo. Il regista danese infatti propone «la figura femminile come agnello sacrificale di una società – quella occidentale, e in particolare quella statunitense – in cui la sopraffazione del forte sul debole e la supremazia della prepotenza sulla gentilezza costituiscono la regola di vita». Pellicole come Le onde del destino (1996), Dancer in the dark (2000), Dogville (2003) e Manderlay (2005) hanno per protagoniste donne vittime del loro essere donna e per di più straniere, “punite” da uomini attraverso abusi sessuali e incolpate di crimini da loro non commessi: esse si immolano per espiare i peccati di un'intera società dove il dominio maschile assume le forme più bieche. Come se il regista volesse dire, chiosa l’autrice, che «la redenzione del mondo occidentale passa attraverso l'umiliazione rituale di una donna di buon cuore e di incredibile spirito di sacrificio».

 

E anche Gabriele Muccino ha quasi sempre dato un ritratto assai negativo delle donne, spesso dipinte come insopportabili e vessatorie nei confronti dei loro uomini. Un esempio su tutti è fornito dal film L'ultimo bacio (2001), dove le protagoniste erano: Giulia, intransigente e isterica, Arianna, crudele ed egoista, e Livia, una neomamma che non faceva altro che abbaiare al marito infantile e irresponsabile, umiliandolo di fronte al figlio.

 

Dal 2005, però, la Casella nota una rottura in questo trend di rappresentazione fortemente negativa: la donna, infatti, inizia a diventare una nota di speranza per il futuro, legata proprio a quell’istinto materno fino a poco prima oscurato, che porta con sé principi come quello dell'altruismo e della costruttività. È di quell’anno Gabrielle (2005), di Patrice Chereu, in cui proprio la Huppert interpreta una donna avvolta dal mistero che per inseguire una passione romantica abbandona il domicilio familiare, per poi ritornare a casa senza dare una spiegazione al marito. E sempre l’attrice francese, in L’amore nascosto (2007) di Alessandro Capone, veste i panni, ancora una volta, di una madre cattivissima, che però affronta la morte della figlia tanto odiata come un vero e proprio rito sacrificale di purificazione, attraverso cui prenderà coscienza della sua incapacità di essere madre, ma farà sì che la donna diventi un'ottima “madre putativa” per la nipotina.

 

Si afferma l’idea di una donna in grado di guardare più lontano degli uomini. E ciò che per esempio emerge, suggerisce l’autrice, dai lavori del regista di origini indiane M. Night Shymalan: nella sua filmografia (da The Village, 2004, a Lady in the Water, 2006) è sempre il sesso debole a riuscire a vedere oltre la realtà, a fare da guida. Le nuove figure femminili sono anche «donne visionarie che sanno vedere oltre le apparenze, donne disposte a lasciarsi attraversare dalla verità e a proclamarla ad ogni costo. Donne capaci di trasmettere il proprio sapere femminile di generazione in generazione». E sempre più spesso anche il cinema di animazione sceglie per protagoniste-eroine delle bambine o delle ragazze: Un ponte per Terabithia (2007), Persepolis (2007), La volpe e la bambina (2007), Ponyo sulla scogliera (2008).

Queste giovani sono rappresentate come una forza trascinante, vero e proprio motore dell'evoluzione umana.

 

In questa nuova ottica va da sè, inevitabilmente, un’assoluta rivalutazione del ruolo materno (aspetto indagato dalla Casella in quattro accurati capitoli): sono le madri che trascinano la vita verso il futuro e ne assicurano la continuità, sono le donne quindi a rappresentare un speranza per il futuro dell'umanità. In realtà, già nel 2002 uscì un film che potremmo considerare un antesignano del cambiamento: Erin Brockovich, di Steven Soderbergh. La pellicola vede Julia Roberts (che ha ottenuto un Oscar per questo ruolo) nei panni di una “pasionaria” che, indigente e con tre bambini, combatte una grave ingiustizia. È proprio il suo essere mamma, e quindi il preoccuparsi del futuro dei suoi figli che la porta ad intraprendere questa battaglia contro un'azienda che ha contaminato le falde acquifere di una cittadina californiana, provocando tumori ai residenti: sono innumerevoli le scene in cui si vede Erin ottenere risultati con in braccio la bimba più piccola.

 

Altre mamme “eroiche” sono state portate sul grande schermo da Jasmila Zbanic, che con Il segreto di Esma (2006) ha raccontato la storia di una madre bosniaca che dopo essere stata violentata dai suoi aguzzini serbi, resta incinta e cresce da sola la figlia, nascondendole la terribile circostanza del suo concepimento. Nel 2008 è la volta di Clint Eastwood che con il suo bellissimo Changeling racconta la storia di Christine, una ragazza madre di fine anni Venti il cui figlio scompare nel nulla. La polizia, incapace o disinteressata a risolvere il caso, le porterà un trovatello sostenendo che sia il bimbo scomparso, ma Christine fin da subito non lo riconoscerà. Da qui avrà inizio l'odissea della protagonista contro «un universo maschile che, quando non vuole ammettere i propri errori, non fa altro che delegittimare l'avversario, soprattutto se è donna, parlando di irrazionalità e dunque di follia».

 

All’interno dello schema fin qui delineato esistono comunque delle eccezioni. Le più importanti sono sicuramente rappresentate da due grandi registi quali Ferzan Ozpetek e Pedro Almodòvar, i cui lavori sono veri e proprio inni alla grandezza del cuore delle donne.

 

Ozpetek, in film come Le fate ignoranti (2001), La finestra di fronte (2003), Cuore sacro (2005), Saturno contro (2007), racconta di donne in grado di adeguarsi alle circostanze e al cambiamento, che hanno una grande capacità di comprensione, e la volontà di guardare in faccia la realtà. Caratteristiche queste che appartengono meno all'universo maschile.

 

Per Almodòvar le donne sono l'elemento forte della società, sono coloro che si accostano alla vita con maggiore pragmatismo e riescono, mediante l'ottimismo che le contraddistingue, a trovare le risorse per andare avanti nonostante tutto. Donne capaci di accettare le differenze senza giudicare, come si può vedere in Tutto su mia madre (1999), Parla con lei (2002) e Volver (2006). Grande importanza riveste per il regista spagnolo il dialogo: infatti, evidenzia la Casella, la critica implicita che muove agli uomini è «che non sanno avere un dialogo con le loro compagne, lasciandole sole prima di tutto dal punto di vista della comunicazione interpersonale». Come si può notare in tutti i suoi film corali al femminile, le donne non stanno mai zitte, si scambiano continuamente impressioni ed emozioni, e trovano spesso soluzioni pratiche ai problemi grazie a questo continuo scambio di informazioni.

 

In conclusione, il merito di questo libro è senz’altro quello di spingere a (ri)vedere con un occhio diverso la filmografia del periodo preso in esame, per meglio apprezzare i ruoli interpretati dalle donne, che almeno al cinema si possono riscattare da una condizione di sottomissione per troppo tempo messa in atto dall’uomo.

 

Serena Intelisano

 

(www.excursus.org, anno II, n. 12, luglio 2010)

 

 

                 

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Linda Basile, Massimiliano Borelli, Silvia Caristi, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

Marco Gatto, Serena Intelisano, Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro

 

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