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La donna come
motore della storia. Questa è la teoria esposta
dalla giornalista Paola Casella nel suo Cinema:
femminile, plurale. Mogli, madri, amanti
protagoniste del terzo millennio (Le Mani, pp.
104, € 14,00). Si
tratta di un lavoro certosino, che analizza le
figure femminili nel cinema contemporaneo e le
interpretazioni che i registi hanno inteso dare al
loro ruolo. Lo spettatore medio, abituato a vedere
film diversi tra loro, spesso non fa caso al
significato che il singolo regista ha voluto dare
alle “donne” dei suoi film, ma ad un'attenta
osservazione ci si rende conto che c'è una chiara
evoluzione del personaggio femminile nelle varie
opere.
Il periodo
considerato dalla Casella per la sua analisi va
dalla fine degli anni Novanta fino, sostanzialmente,
ad oggi. Il percorso tracciato lungo questo arco
temporale prende forma soprattutto attraverso lo
studio di alcuni film d’autore, come Eyes Wide
Shut (199) di Stanley Kubrick, La pianista
(2001) di Michael Haneke, Otto donne e un
mistero (2002) di François Ozon, Dogville
(2003) di Lars Von Trier, Proprietà privata
(2006) di Joachim Lafosse, ma anche di opere meno
ambiziose come Molto incinta (2003) di Judd
Apatow, Invasion (2007) di Oliver
Hirschbiegel e Baby Mama (2008) di Michael
McCullers.
A cavallo del
Duemila, la donna veniva rappresentata al cinema
attraverso storie di maternità e femminilità negate,
scelte spesso obbligate per poter competere in un
mondo maschilista, mondo che le costringe a
comportarsi come gli uomini, e quindi a prendere le
caratteristiche proprie del maschio, abbandonando i
valori della cura, dell'accoglienza, per far spazio
ad un istinto guerriero che prospetta sempre
una realtà avviata verso l’annullamento.
Così, il primo
capitolo del volume è dedicato alle donne crudeli,
sbagliate, ignorate. In particolare, si evidenziano
i ruoli interpretati dall’attrice Isabelle Huppert,
che ha portato sul grande schermo
«una serie di
donne “cattive”, sessualmente perverse e
genitorialmente inadempienti o inadeguate».
Si parte con Grazie per la cioccolata (2000)
di Claude Chabrol, in cui la Huppert impersona la
matrigna Marie Claire, capace di eliminare – con
appunto della cioccolata (considerata da sempre un
classico rito dell’infanzia legato alla figura
materna, fa notare la Casella) – le persone che
circondavano il suo compagno di vita, adocchiato
prima ancora che fosse sentimentalmente libero, per
rimanere l'unica figura femminile al suo fianco. Nel
2001, invece, interpreta Erika nel film La
Pianista, di Michael Aneke: un'insegnante di
pianoforte ultraquarantenne e single, che sfoga la
mancanza di amore materno attraverso la musica e un
rapporto sadomasochistico con il proprio corpo e con
Walter, un partner occasionale con cui ripete la
relazione di sottomissione che ha con la madre. In
Ma mére (2003), di Christophe Honorè, la
Huppert ritorna madre “cattiva”, che non solo rivela
al figlio adolescente le proprie perversioni
sessuali, ma lo spinge a condividerle con lei e con
il suo amante.
Molta attenzione,
tra le altre, è posta anche su Julianne Moore, che
ha dato vita a diverse donne accomunate dal
clichè punitivo della femminilità. Per esempio
in film come Lontano dal paradiso (2002) di
Todd Haynes, The Hours (2002) di Stephen
Daldry e A single man (2009) di Tom Ford,
interpreta protagoniste vittime delle epoche in cui
vissero, tra gli anni Quaranta e Sessanta, tempi in
cui la sessualità femminile era una caratteristica
da tenere pudicamente nascosta, in cui la società si
rifiutava di accettare donne intelligenti,
disinibite ed emotivamente complesse.
Si inseriscono in
questo filone di rappresentazione negativa anche i
film di Lars Von Trier, a cui l’autrice dedica un
intero capitolo. Il regista danese infatti propone
«la
figura femminile come agnello sacrificale di una
società – quella occidentale, e in particolare
quella statunitense – in cui la sopraffazione del
forte sul debole e la supremazia della prepotenza
sulla gentilezza costituiscono la regola di vita».
Pellicole come
Le onde del destino (1996), Dancer in the
dark (2000), Dogville (2003) e
Manderlay (2005) hanno per protagoniste donne
vittime del loro essere donna e per di più
straniere, “punite” da uomini attraverso abusi
sessuali e incolpate di crimini da loro non
commessi: esse si immolano per espiare i peccati di
un'intera società dove il dominio maschile assume le
forme più bieche. Come se il regista volesse dire,
chiosa l’autrice, che «la
redenzione del mondo occidentale passa attraverso
l'umiliazione rituale di una donna di buon cuore e
di incredibile spirito di sacrificio».
E
anche Gabriele Muccino ha quasi sempre dato un
ritratto assai negativo delle donne, spesso dipinte
come
insopportabili e vessatorie nei confronti dei loro
uomini. Un esempio su tutti è fornito dal film
L'ultimo bacio (2001), dove le protagoniste
erano: Giulia, intransigente e isterica, Arianna,
crudele ed egoista, e Livia, una neomamma che non
faceva altro che abbaiare al marito infantile e
irresponsabile, umiliandolo di fronte al figlio.
Dal 2005, però, la
Casella nota una rottura in questo trend di
rappresentazione fortemente negativa: la donna,
infatti, inizia a diventare una nota di speranza per
il futuro, legata proprio a quell’istinto materno
fino a poco prima oscurato, che porta con sé
principi come quello dell'altruismo e della
costruttività. È di quell’anno Gabrielle
(2005), di Patrice Chereu, in cui proprio la Huppert
interpreta una donna avvolta dal mistero che per
inseguire una passione romantica abbandona il
domicilio familiare, per poi ritornare a casa senza
dare una spiegazione al marito. E sempre l’attrice
francese, in L’amore nascosto (2007) di
Alessandro Capone, veste i panni, ancora una volta,
di una madre cattivissima, che però affronta la
morte della figlia tanto odiata come un vero e
proprio rito sacrificale di purificazione,
attraverso cui prenderà coscienza della sua
incapacità di essere madre, ma farà sì che la donna
diventi un'ottima “madre putativa” per la nipotina.
Si afferma l’idea
di una donna in grado di guardare più lontano degli
uomini. E ciò che per esempio emerge, suggerisce
l’autrice, dai lavori del regista di origini indiane
M. Night Shymalan: nella sua filmografia (da The
Village, 2004, a Lady in the Water, 2006)
è sempre il sesso debole a riuscire a vedere oltre
la realtà, a fare da guida. Le nuove figure
femminili sono anche
«donne
visionarie che sanno vedere oltre le apparenze,
donne disposte a lasciarsi attraversare dalla verità
e a proclamarla ad ogni costo. Donne capaci di
trasmettere il proprio sapere femminile di
generazione in generazione».
E sempre più spesso anche il cinema di animazione
sceglie per protagoniste-eroine delle bambine o
delle ragazze: Un ponte per Terabithia
(2007), Persepolis (2007), La volpe e la
bambina (2007), Ponyo sulla scogliera
(2008).
Queste giovani sono
rappresentate come una forza trascinante, vero e
proprio motore dell'evoluzione umana.
In questa nuova
ottica va da sè, inevitabilmente, un’assoluta
rivalutazione del ruolo materno (aspetto indagato
dalla Casella in quattro accurati capitoli): sono le
madri che trascinano la vita verso il futuro e ne
assicurano la continuità, sono le donne quindi a
rappresentare un speranza per il futuro
dell'umanità. In realtà, già nel 2002 uscì un film
che potremmo considerare un antesignano del
cambiamento: Erin Brockovich, di Steven
Soderbergh. La pellicola vede Julia Roberts (che ha
ottenuto un Oscar per questo ruolo) nei panni di una
“pasionaria” che, indigente e con tre bambini,
combatte una grave ingiustizia.
È
proprio il suo essere mamma, e quindi il
preoccuparsi del futuro dei suoi figli che la porta
ad intraprendere questa battaglia contro un'azienda
che ha contaminato le falde acquifere di una
cittadina californiana, provocando tumori ai
residenti: sono innumerevoli le scene in cui si vede
Erin ottenere risultati con in braccio la bimba più
piccola.
Altre mamme
“eroiche” sono state portate sul grande schermo da
Jasmila Zbanic, che con Il segreto di Esma
(2006) ha raccontato la storia di una madre bosniaca
che dopo essere stata violentata dai suoi aguzzini
serbi, resta incinta e cresce da sola la figlia,
nascondendole la terribile circostanza del suo
concepimento. Nel 2008 è la volta di Clint Eastwood
che con il suo bellissimo Changeling racconta
la storia di Christine, una ragazza madre di fine
anni Venti il cui figlio scompare nel nulla. La
polizia, incapace o disinteressata a risolvere il
caso, le porterà un trovatello sostenendo che sia il
bimbo scomparso, ma Christine fin da subito non lo
riconoscerà. Da qui avrà inizio l'odissea della
protagonista contro «un
universo maschile che, quando non
vuole ammettere i propri errori, non fa altro che
delegittimare l'avversario, soprattutto se è donna,
parlando di irrazionalità e dunque di follia».
All’interno dello
schema fin qui delineato esistono comunque delle
eccezioni. Le più importanti sono sicuramente
rappresentate da due grandi registi quali Ferzan
Ozpetek e Pedro Almodòvar, i cui lavori sono veri e
proprio inni alla grandezza del cuore delle donne.
Ozpetek, in film
come Le fate ignoranti (2001), La finestra
di fronte (2003), Cuore sacro (2005),
Saturno contro (2007), racconta di donne in
grado di adeguarsi alle circostanze e al
cambiamento, che hanno una grande capacità di
comprensione, e la volontà di guardare in faccia la
realtà. Caratteristiche queste che appartengono meno
all'universo maschile.
Per Almodòvar le
donne sono l'elemento forte della società, sono
coloro che si accostano alla vita con maggiore
pragmatismo e riescono, mediante l'ottimismo che le
contraddistingue, a trovare le risorse per andare
avanti nonostante tutto. Donne capaci di accettare
le differenze senza giudicare, come si può vedere in
Tutto su mia madre (1999), Parla con lei
(2002) e Volver (2006). Grande importanza
riveste per il regista spagnolo il dialogo: infatti,
evidenzia la Casella, la critica implicita che muove
agli uomini è «che
non sanno avere un dialogo con le loro compagne,
lasciandole sole prima di tutto dal punto di vista
della comunicazione interpersonale».
Come si può notare in tutti i suoi film corali al
femminile, le donne non stanno mai zitte, si
scambiano continuamente impressioni ed emozioni, e
trovano spesso soluzioni pratiche ai problemi grazie
a questo continuo scambio di informazioni.
In conclusione, il
merito di questo libro è senz’altro quello di
spingere a (ri)vedere con un occhio diverso la
filmografia del periodo preso in esame, per meglio
apprezzare i ruoli interpretati dalle donne, che
almeno al cinema si possono riscattare da una
condizione di sottomissione per troppo tempo messa
in atto dall’uomo.
Serena
Intelisano
(www.excursus.org,
anno II, n. 12, luglio 2010)
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