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Avere sedici anni
durante gli anni Ottanta in un Paese dell’ex
Jugoslavia. Avere sedici anni e non scorgere un
futuro. Samantha si sentiva così quando, dopo la
morte della madre, si trovò a dover badare a se
stessa. Il libro di Maria Eleonora Rotella Kurve
nel labirinto. Storia di una donna vittima della
tratta
(Città del Sole Edizioni, pp. 104, € 12,00)
ripercorre le tappe di una storia comune a molte
ragazze dell’Est che giungono in Italia col sogno di
una vita serena. Una vita che molti di noi
chiamerebbero monotona: una casa, un marito, un
figlio, un lavoro e i pranzi della domenica.
Samantha sognava
l’Italia per sfuggire a una vita di povertà e
umiliazioni: una madre alcolizzata, patrigni
violenti, un padre che l’ha rinnegata. Non le è
sembrato vero di poter partire con un pullman e
venire a lavorare in un negozio d’abbigliamento. In
fondo, si fidava di quell’amica che gliel’aveva
proposto e le aveva pagato anche il viaggio. Ma così
non è stato, non lo è mai. Nessuna delle ragazze che
incontriamo quotidianamente sui cigli delle strade
sapeva cosa l’aspettava in Italia: gli era stato
promesso il lavoro di commessa, domestica, badante.
Sono state portate con l’inganno e costrette a
prostituirsi con la violenza, l’umiliazione e il
sequestro dei documenti dai propri “protettori”: «La
maggior parte di loro trova solo tanta miseria ed è
costretta a vivere senza identità e in condizioni di
sfruttamento».
L’autrice accende i
riflettori su una realtà sommersa raccontando nei
dettagli il crudele passaggio dalla purezza
dell’adolescenza alla brutalità di una “kurva”:
«Lungo le strade italiane [durante il viaggio in
pullman che avrebbe portato Samantha al “negozio
d’abbigliamento”, Ndr] c’erano tanti cartelli
stradali ma, uno in particolare, mi incuriosì molto
perché c’era scritto CURVA. Chiesi spiegazioni sul
perché scrivessero quella parola indicandola con
quel disegno. Tutti risero e mi fu spiegato che la
parola CURVA in Italia non ha lo stesso significato
che la parola kurva ha nel mio Paese. In Italia quel
cartello con la scritta CURVA è solo un’indicazione
stradale, nella ex Jugoslavia la parola kurva indica
la prostituta. Ed io, vedendo quei cartelli lungo le
strade, avevo pensato che in Italia i posti
frequentati dalle prostitute venissero indicati con
quei cartelli. Risi tanto per l’equivoco e risero
anche tutti gli altri».
Uno stile asciutto e
un fiume di parole che fanno percepire quanto gli
eventi trascinassero la protagonista in un circolo
di violenza senza fine: brutalità fisiche e
psicologiche che arriveranno a strapparle l’unica
gioia della sua vita, sua figlia. Samantha rimane
sola fino alla fine, passando di sfruttatore in
sfruttatore, portando nel corpo e nell’anima i segni
di violenze diverse. E, senza accorgersene, inizia a
percorrere gli stessi passi di sua madre e di suo
nonno: l’alcool che anestetizza il cuore, che fa
passare il freddo e la solitudine, l’alcool che
distrugge. Samantha viene ricoverata per tetraplegia,
causata da una polineurite alcolica. In queste
strutture, nonostante la preoccupazione per la sua
condizione, scopre una sensazione nuova: quella di
essere amata e curata.
Samantha oggi è una
donna libera: libera di imparare ad amarsi per
quello che è, anche col proprio fardello sulle
spalle forse più pesante di quello di altri.
Certamente non dimenticherà le angherie subite, le
lunghe ore al freddo a “cercare” clienti, la solita
frase “devi guadagnare molto se vuoi andartene” ma
le tasche che si gonfiavano erano sempre e solo
quelle dei suoi “protettori”, la delusione e il
pianto in gola nel rendersi conto che il bel negozio
altro non era che una strada e i clienti solo
disperati in cerca di sesso facile.
Altre come lei
avrebbero voluto e potuto liberarsi di queste
catene, ma troppo spesso il timore di ripercussioni
e l’incertezza del futuro le tengono inchiodate a
questa realtà: «”Il nostro è un destino crudele, è
già tutto scritto e non lo possiamo cambiare”.
Alexia aveva trent’anni e aveva vissuto troppe
esperienze negative. Nei suoi occhi si leggeva
un’enorme tristezza. Quella tristezza di chi è
rassegnato che, per davvero, la vita che viviamo non
si possa cambiare».
Sono tante le
vittime che rimangono quotidianamente invischiate
nella fitta rete della tratta umana: «Tantissimi –
scrive la Rotella – sia uomini che donne, si trovano
a vivere in queste condizioni! È come se fossero
trasparenti. Poi, quando succede qualcosa, come nel
caso del ricovero per Samantha, si scoprono
situazioni di estrema marginalità. Il problema della
clandestinità, nell’era della globalizzazione, è
andato aumentando. Con la possibilità di muoversi
meglio nei vari territori, succede che molte persone
si spostano dalla loro terra per trovare, come
racconta Samantha, “l’America”. Ma, come dice lei
stessa, quale America?».
Il dovere morale di
chi ce l’ha fatta, di chi ne è uscito come Samantha,
è quello di raccontare e spiegare come avviene uno
degli inganni meglio costruiti dei nostri tempi: una
capillare organizzazione di aguzzini che si
scambiano ragazze come fossero figurine, le mettono
letteralmente in strada e alla fine di ogni giorno
gli rubano i soldi e l’amor proprio. Il libro della
Rotella serve per prendere coscienza di un mondo
parallelo che preferiamo non vedere, ma che allo
stesso tempo giudichiamo: non pensiamo mai che
quelle lunghe gambe nude che passeggiano
sull’asfalto, dondolavano sull’altalena forse
nemmeno troppo tempo fa. Ma soprattutto questo libro
serve a Samantha, che non deve vergognarsi del
proprio passato anzi, deve usarlo per evitare che
altre come lei vi cadano e mettano a rischio la cosa
più bella che possiedono: la vita.
Jessica Ingrami
(www.excursus.org,
anno III, n. 21, aprile 2011)
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