Anno III              n.20                     Marzo 2011

Non leggete, come fanno i bambini, per divertirvi, o, come gli ambiziosi, per istruivi. No, leggete per vivere (Gustave Flaubert)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Culturalmente...

 

Quel mondo dimenticato

 che si chiama "prigione"

 di Jessica Ingrami

Miriam Ballerini scrive di tabù:

 i detenuti e la vita nel carcere

 in un libro Serel International

 

 

 

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La vita nel carcere non è un tema facile da affrontare, rappresenta un universo a parte dal quale è difficile uscire, anche a pena scontata. Una volta varcati i cancelli di una prigione, la realtà esterna diventa qualcosa di invisibile, impercettibile e quasi fantascientifico. Inutile ricordare che una volta entrati, si è considerati morti dall’80% del mondo che abbiamo sempre conosciuto. Il libro di Miriam Ballerini intitolato Fiori di Serra (Serel International Eeditrice, pp. 226, € 13,00) racconta l’esperienza dell’autrice all’interno della sezione femminile della Casa Circondariale “Il Bassone” di Como. L’unica certezza con cui ne uscirà è quella che dà il nome al volume: «Siete [rivolta alle detenute, Ndr] come dei fiori di serra, crescete all’ombra della mura, senza godere dei raggi del sole; ma restate comunque dei fiori».

 

Un unico filo conduttore per due percorsi differenti: quello di Gloria, puramente inventato, e quello dell’autrice, la quale ha voluto toccare con mano la realtà della situazione incontrando diverse detenute e parlando con loro di sogni e speranze, ma anche di giustizia e colpevolezza: «Evidentemente – scrive la Ballerini – parlare di carcere viene ritenuto un argomento non innocuo, quasi un tabù. Il detenuto viene visto come pericolo, rifiuto. Qualcosa da nascondere, da rifuggire. Non si accetta che l’uomo sbagli, che possa fare del male. Riconoscerlo porterebbe all’introspezione e si potrebbe magari capire che ognuno di noi non sempre è buono, giusto e perfetto. E tutto questo porterebbe a dover prendere in esame gesti e parole della nostra vita».

 

Spesso ci si dimentica che dentro al carcere non vivono e convivono solo i detenuti, ma anche le guardie penitenziarie, gli educatori e gli psicologi. Le prigioni sono paragonabili a micro-società in cui ognuno ha un compito ben preciso, persino tra i reclusi c’è chi, per impegnare il tempo, diventa “la spesina”, ovvero colei che passa di cella in cella e annota le richieste delle compagne per poi distribuire i prodotti una volta acquistati. Chi, invece, ha scelto il mestiere duro della guardia forse l’ha fatto non considerando il pesante fardello che si è poi trovato a dover affrontare. L’umana brutalità delle vite che ti si parano davanti, gli occhi di chi devi scortare per i corridoi, le sensazioni che ti seguono anche terminato il turno di lavoro, i pericoli di potersi trovare una matita infilzata nel palmo della mano, sentirsi una detenuta in una gabbia più grande: «Aveva passato la sua vita a sorreggere chiavi, ad aprire e chiudere celle, prigioniera anch’essa fra le mura grigie di diversi carceri. E gli occhi incontrati in quell’annosa attività le avevano rivelato più di quello che avrebbe voluto scoprire».

 

Ci hanno insegnato che le carceri servono per punire e far scontare gli anni di condanna. Chi ci entra è segnato per la vita, marchiato a fuoco da un pregiudizio più resistente delle sbarre d’acciaio. Purtroppo, come scrive l’autrice, «il mondo ancora non era pronto a comprendere che dalla rieducazione poteva nascere qualche buon frutto, mentre la punizione lasciava integro lo sporco del reato». Al bambino si insegna che “sbagliando si impara” ma all’adulto si dice che “il lupo perde il pelo ma non il vizio”, e allora sembra scomparire ogni possibilità di redenzione. Invece, l’occasione di riscattarsi dovrebbe iniziare proprio dal luogo di detenzione, in cui dovrebbero essere previsti percorsi di reinserimento sociale per evitare che, una volta scarcerati, vengano commessi gli stessi errori.

 

Il libro della Ballerini parla anche di questo: della chiusura mentale contro cui i detenuti si infrangono una volta scontata la pena, la difficoltà di aprirsi di nuovo e di guadagnare la fiducia necessaria per continuare a vivere e sopravvivere. Quelli che ce la faranno sono forse coloro che hanno ammesso a se stessi di aver sbagliato? Perché nemmeno il riconoscimento di colpa è così scontato, come scrive l’autrice dopo l’incontro con alcune detenute: «Ci si nasconde dietro a un dito. Si cerca di sopravvivere in condizioni anormali, dove ti manca tutto e quello che hai te lo tieni stretto, buono o cattivo che sia. Quasi tutte ammettono candidamente la propria colpa. Altre cercano di raccontarmela come una favola, nella quale l’orco è un’altra persona, che non gli assomiglia».

 

Ma com’è, veramente, essere circondati da muri e sbarre? Non avere prati e alberi sotto cui risposare di tanto in tanto, acqua calda sempre disponibile, privacy quando ci sentiamo confusi? L’autrice prova a raccontarci nel dettaglio cosa significhi avere sulle spalle una condanna di anni, con la certezza che in quel periodo il mondo intero si ridurrà a pochi metri quadrati. Per questo motivo è importante che vengano scritti libri come quello di Miriam Ballerini, perché «più distanza prendiamo da chi reputiamo diverso da noi, più ci allontaniamo da quella parte di cuore che ci fa tutti uguali». Analogamente importante, però, è non dimenticare che non tutte le carceri sono composte da persone umanamente sensibili e ben disposte come quelle descritte dall’autrice: spesso la realtà è ben diversa.

 

Non sempre si ha l’occasione di incontrare un direttore che si considera un “custode” e non un “dittatore”, che mette al primo posto il benessere psico-fisico dei detenuti, cercando, per quanto possibile, di accontentare le loro richieste e aspettare fino a notte fonda di sapere che una neomamma sia uscita sana e salva dalla sala parto. Così come non è scontato trovarsi in cella con due ragazze mature e comprensive, che ti mettono il braccio intorno alle spalle quando tutto è perduto.

 

Jessica Ingrami

 

(www.excursus.org, anno III, n. 20, marzo 2011)

 

 

                 

 

 

 

 

Redazione:

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Marta Altieri, Linda Basile, Massimiliano Borelli, Silvia Caristi, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

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