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La vita nel carcere
non è un tema facile da affrontare, rappresenta un
universo a parte dal quale è difficile uscire, anche
a pena scontata. Una volta varcati i cancelli di una
prigione, la realtà esterna diventa qualcosa di
invisibile, impercettibile e quasi fantascientifico.
Inutile ricordare che una volta entrati, si è
considerati morti dall’80% del mondo che abbiamo
sempre conosciuto.
Il libro di Miriam Ballerini intitolato Fiori
di Serra
(Serel International Eeditrice, pp. 226, € 13,00)
racconta l’esperienza dell’autrice all’interno della
sezione femminile della Casa Circondariale “Il
Bassone” di Como. L’unica certezza con cui ne uscirà
è quella che dà il nome al volume: «Siete
[rivolta alle detenute, Ndr] come dei fiori
di serra, crescete all’ombra della mura, senza
godere dei raggi del sole; ma restate comunque dei
fiori».
Un unico filo
conduttore per due percorsi differenti: quello di
Gloria, puramente inventato, e quello dell’autrice,
la quale ha voluto toccare con mano la realtà della
situazione incontrando diverse detenute e parlando
con loro di sogni e speranze,
ma anche di giustizia e colpevolezza: «Evidentemente
– scrive la Ballerini – parlare di carcere viene
ritenuto un argomento non innocuo, quasi un tabù. Il
detenuto viene visto come pericolo, rifiuto.
Qualcosa da nascondere, da rifuggire. Non si accetta
che l’uomo sbagli, che possa fare del male.
Riconoscerlo porterebbe all’introspezione e si
potrebbe magari capire che ognuno di noi non sempre
è buono, giusto e perfetto. E tutto questo
porterebbe a dover prendere in esame gesti e parole
della nostra vita».
Spesso ci si
dimentica che dentro al carcere non vivono e
convivono solo i detenuti, ma anche le guardie
penitenziarie, gli educatori e gli psicologi. Le
prigioni sono paragonabili a micro-società in cui
ognuno ha un compito ben preciso, persino tra i
reclusi c’è chi, per impegnare il tempo, diventa “la
spesina”, ovvero colei che passa di cella in cella e
annota le richieste delle compagne per poi
distribuire i prodotti una volta acquistati. Chi,
invece, ha scelto il mestiere duro della guardia
forse l’ha fatto non considerando il pesante
fardello che si è poi trovato a dover affrontare.
L’umana brutalità delle vite che ti si parano
davanti, gli occhi di chi devi scortare per i
corridoi, le sensazioni che ti seguono anche
terminato il turno di lavoro, i pericoli di potersi
trovare una matita infilzata nel palmo della mano,
sentirsi una detenuta in una gabbia più grande:
«Aveva passato la sua vita a sorreggere chiavi, ad
aprire e chiudere celle, prigioniera anch’essa fra
le mura grigie di diversi carceri. E gli occhi
incontrati in quell’annosa attività le avevano
rivelato più di quello che avrebbe voluto scoprire».
Ci hanno insegnato
che le carceri servono per punire e far scontare gli
anni di condanna. Chi ci entra è segnato per la
vita, marchiato a fuoco da un pregiudizio più
resistente delle sbarre d’acciaio. Purtroppo, come
scrive l’autrice, «il
mondo ancora non era pronto a comprendere che dalla
rieducazione poteva nascere qualche buon frutto,
mentre la punizione lasciava integro lo sporco del
reato». Al bambino si insegna che “sbagliando
si impara” ma all’adulto si dice che “il lupo perde
il pelo ma non il vizio”, e allora sembra scomparire
ogni possibilità di redenzione. Invece, l’occasione
di riscattarsi dovrebbe iniziare proprio dal luogo
di detenzione, in cui dovrebbero essere previsti
percorsi di reinserimento sociale per evitare che,
una volta scarcerati, vengano commessi gli stessi
errori.
Il libro della
Ballerini parla anche di questo: della chiusura
mentale contro cui i detenuti si infrangono una
volta scontata la pena, la difficoltà di aprirsi di
nuovo e di guadagnare la fiducia necessaria per
continuare a vivere e sopravvivere. Quelli che ce la
faranno sono forse coloro che hanno ammesso a se
stessi di aver sbagliato? Perché nemmeno il
riconoscimento di colpa è così scontato, come scrive
l’autrice dopo l’incontro con alcune detenute: «Ci
si nasconde dietro a un dito. Si cerca di
sopravvivere in condizioni anormali, dove ti manca
tutto e quello che hai te lo tieni stretto, buono o
cattivo che sia. Quasi tutte ammettono candidamente
la propria colpa. Altre cercano di raccontarmela
come una favola, nella quale l’orco è un’altra
persona, che non gli assomiglia».
Ma
com’è, veramente, essere circondati da muri e
sbarre? Non avere prati e alberi sotto cui risposare
di tanto in tanto, acqua calda sempre disponibile,
privacy quando ci sentiamo confusi? L’autrice prova
a raccontarci nel dettaglio cosa significhi avere
sulle spalle una condanna di anni, con la certezza
che in quel periodo il mondo intero si ridurrà a
pochi metri quadrati. Per questo motivo è importante
che vengano scritti libri come quello di Miriam
Ballerini, perché «più distanza prendiamo da chi
reputiamo diverso da noi, più ci allontaniamo da
quella parte di cuore che ci fa tutti uguali».
Analogamente importante, però, è non dimenticare che
non tutte le carceri sono composte da persone
umanamente sensibili e ben disposte come quelle
descritte dall’autrice: spesso la realtà è ben
diversa.
Non
sempre si ha l’occasione di incontrare un direttore
che si considera un “custode” e non un “dittatore”,
che mette al primo posto il benessere psico-fisico
dei detenuti, cercando, per quanto possibile, di
accontentare le loro richieste e aspettare fino a
notte fonda di sapere che una neomamma sia uscita
sana e salva dalla sala parto. Così come non è
scontato trovarsi in cella con due ragazze mature e
comprensive, che ti mettono il braccio intorno alle
spalle quando tutto è perduto.
Jessica Ingrami
(www.excursus.org,
anno III, n. 20, marzo 2011)
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