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«Friedrich Nietzsche
ha proclamato con certezza la morte di Dio... ma è
evidente che la putrefazione di quest’ultimo non è
ancora terminata. Egli è tuttora in decomposizione e
i suoi effetti, in tale condizione, sono ancora più
nefasti di prima». In queste poche righe possiamo
rintracciare il senso del libro di Rino Tripodi, non
a caso intitolato Decomposizione di Dio. Un
racconto e cento apologhi gnostici tra Kafka e
Cioran (inEdition/Collane di LucidaMente,
pp. 88, € 12,00).
Parole forti, senza
dubbio: ma non si tratta di uno scritto ateista,
come si potrebbe pensare a primo acchito. Il lavoro
di Tripodi rappresenta invece una sofferta e
complicata presa di coscienza non solo della
presenza del Male nel mondo, ma anche del suo
dominio. La realtà dell’uomo, questo piccolo essere
al confronto della grandezza dell’universo (ma ha
senso questo universo?), è intrisa di malvagità in
quasi ogni suo aspetto. Un Male che deve
necessariamente configurarsi come segno tangibile
dell’esistenza di un Dio-Malvagio, di un Demiurgo,
che sostanzialmente è dentro l’uomo, ne influenza e
tormenta l’azione, troppo spesso prendendo il
sopravvento sulle «pagliuzze auree» – pur presenti –
del Dio-Buono, del Dio cristiano fonte di amore
incommensurabile, creatore dell’universo. Anche
perché l’assurdo libero arbitrio – concesso, stando
alla tradizione cristiana, per poter percorrere la
via verso la salvezza – dà all’uomo la possibilità
di decidere su questioni immensamente più gradi di
lui, e, in ultimo, sulla morte e l’uccisione senza
alcuna ragione di suoi simili.
Il punto di partenza
della riflessione dell’autore non è solo la ricerca
di una qualche traccia del divino nel mondo, ma è
soprattutto la ricerca della risposta ad una domanda
quanto mai problematica nella sua semplicità: se Dio
è immensamente buono e onnipotente, perché il Male
ci circonda? È il grido di dolore lanciato da Hans
Jonas all’indomani di Auschwitz (ovvero del Male
Assoluto): ma, mentre il filosofo ebreo trovava
soluzione nel negare l’onnipotenza di Dio, Tripodi
va oltre, affermando l’esistenza di un Demiurgo
Malvagio.
E allora, il
protagonista del racconto che apre il libro (Il
pellegrinaggio ad Atar’sh), nel suo percorso
verso il santuario al fine di incontrare finalmente
il divino, vedere la bellezza di Dio e godere del
suo amore, compirà invece un cammino spirituale che
lo porterà a prendere coscienza dell’illusione di
Dio – per dirla con Richard Dawkins – e della
presenza del Male in ogni angolo. Infatti, avrà
esperienza di suicidi, assassini, tradimenti,
vendette, stupri (che coinvolgeranno i suoi amici
compagni di viaggio), insomma delle più spregevoli
azioni e, infine, in punto di morte, troverà
contatto col divino, ben diverso da quello che lui
credeva. «E vidi. Da quella posizione, come
ho detto, all’angolo di due pareti, tutto il
meraviglioso firmamento, per un effetto anamorfico,
assume un differente aspetto. Stelle, galassie e
nebulose si uniscono in una sola immensa immagine,
forma figura: un enorme volto malvagio, allo
stesso tempo insano, folle, di una crudeltà
inimmaginabile, disumana, smisurata. Stavo per
svenire. L’ultima visione fu quella delle pupille
dei due occhi del dio: due buchi neri che attiravano
a sé tutto ciò che stava attorno, inghiottendolo in
un’oscurità terribile ed eterna».
Chiaro è lo
gnosticismo che pervade tutto il volume. Ciascun
apologo – espediente narrativo che ben si presta
alla riflessione dell’autore – porta con sé un
moralismo gnostico, ed è strettamente collegato al
racconto che apre il libro. Non casualmente l’ultimo
apologo s’intitola Consapevolezza, e narra
del suicidio di Dio dopo aver visto lo «smisurato
dolore» generatosi in migliaia di anni dalla sua
opera creativa. Come scrive Raffaele Riccio nell’Introduzione
(Tra gnosi e libero arbitrio: la sosta
sull’abisso negli apologhi di Rino Tripodi), «il
senso degli apologhi porta ad una valutazione
disillusa del mondo, della ricerca di Dio e del
pellegrinaggio, quasi che la metafora della
conoscenza implicasse di necessità la sofferenza e
la morte senza la conseguente appagante e personale
illuminazione della gnosi».
È un rovesciamento
del mondo consolatorio della religiosità
tradizionale, che si aggancia a Cioran, così come a
Leopardi e Sgalambro (costantemente richiamati), e
che, scrive condivisibilmente sempre Riccio,
rappresenta il punto di forza di tutta l’opera.
Nella Postfazione,
la parte più colorita e combattiva dello scritto,
l’autore si lancia in un’invettiva contro il
monoteismo, i preti pedofili, la repressione
sessuale, contro gli imam (in quanto grazie a
quest’ultimi possiamo pienamente comprendere come la
parola “Dio” possa essere sinonimo di violenza). Ma
anche i toni aspramente polemici, gli ironici
grazie, ben si accordano con gli obiettivi del
libro. In chiusura, «per un viaggio oltre ogni
limite estremo», ecco una
Biblio-icono-disco-filmografia sragionata e
arrischiata, dove trovare diversi autorevoli
riscontri sulle tesi sostenute, e per approfondirle.
Naturalmente, ognuno
potrà interpretare la riflessione proposta secondo
le proprie convinzioni etiche e religiose,
condividendo tutto, oppure parti di essa, o
criticandola aspramente. In fin dei conti, un altro
scopo di Rino Tripodi è quello di smuovere il
pensiero. E ci riesce.
Luigi Grisolia
(www.excursus.org,
anno II, n. 15, ottobre 2010)
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