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«Un piccolo
capolavoro, un modello di asciutta prosa classica
che si vorrebbe mettersi in tasca e portarsi dietro
come un breviario laico di libertà e resistenza»:
così Claudio Magris, nella Prefazione,
definisce il libro di Jean Daniel Resistere
all’«aria del tempo» (Con Camus), pubblicato da
Mesogea (pp. 176, € 14,00). L’autore racconta
l’esperienza giornalistica di Albert Camus, fin
dagli esordi in Algeria, sua terra natia, dove
collabora con l’Alger républicain. E subito
si fa notare per le sue idee, per la tenace difesa
delle stesse, al punto da essere il primo
giornalista francese che il governo generale
algerino riesce a far allontanare da Algeri.
Siamo nel 1938:
Camus non ha ancora trent’anni, ma in un periodo in
cui, scrive Daniel, la letteratura è testimonianza,
le sue parole già sono scomode. In un certo senso,
tutta la sua produzione giornalistica sarà scomoda,
perché l’intellettuale francese traduce in essa, con
coerenza, quelli che sono i cardini del suo
pensiero, espressi in famose opere come Lo
straniero, L’uomo in rivolta, La peste,
La caduta, Il mito di Sisifo. E non è
un caso che Daniel dedichi le ultime pagine del suo
lavoro ad un’analisi di tali scritti, ritrovando in
essi i temi etici caratterizzanti il giornalismo
camusiano.
Un’etica che ruota
attorno alla necessità di resistere all’aria del
tempo. Ma cos’è questa aria del tempo?
Sicuramente, l’ideologia dominante, ma anche, scrive
l’autore, «l’ambiente costituito dagli amici di cui
si ha stima, dai maestri che si adorano, talvolta
perfino dai modelli interiori» (p. 36). Quello della
resistenza è uno sforzo intellettuale enorme,
fatto per sostenere un’idea, un’evidenza che non è
quella degli altri, forse una verità, che ti porta
inevitabilmente a prendere posizioni scomode, che
attirano su di te la critica dura e impietosa della
società. Così accade che Camus, davanti alla bomba
atomica su Hiroshima, non plauda alla fine della
guerra ma si preoccupi per il futuro, in quanto
l’uomo ha appena inventato un’arma micidiale. E che,
in occasione della Guerra d’Algeria, anziché
schierarsi da una parte, come imponeva l’aria del
tempo, predica una soluzione pacifica del
conflitto che accontenti entrambi i contendenti,
procurandosi così, in particolare le feroci critiche
di tutta l’intellighenzia di sinistra.
Camus è un uomo di
sinistra, per quanto forte critico del marxismo. Ha
partecipato attivamente alla Resistenza, si è
avvicinato all’esistenzialismo di Sartre, per poi
distaccarsene parzialmente, rintracciando un’aurea
di speranza nella solidarietà umana e negandone,
perciò, le conclusioni pessimistiche. E mentre
Sartre, in fin dei conti, disprezza il giornalismo,
dandogli il solo merito di contribuire alla
decomposizione della società borghese, Camus,
viceversa, ritiene il giornalismo l’unico vero
genere di “letteratura impegnata”. Arrivato in
Francia nel 1940, subito inizia a collaborare con
Paris Soir, poi fonda Combat (e lo dirige
fino al 1947), e scriverà anche, tra gli altri, su
Caliban, L’Express e Le Nouvel
Observateur.
«Almeno noi non
abbiamo mentito!», suole dire a chi gli chiede, o
gli rinfaccia, la fine dell’esperienza di Combat.
“Almeno noi abbiamo resistito!”, parafrasiamo, non
solo all’aria del tempo, ma anche a quelle
che secondo Camus sono le negatività del
giornalismo: ovvero «l’asservimento al potere del
denaro, l’ossessione di piacere a qualunque costo,
la mutilazione della verità sulla base di un
pretesto commerciale o ideologico, la lusinga dei
peggiori istinti, “l’approccio” di tipo
sensazionale, la volgarità tipografica; in una sola
frase: il disprezzo di coloro a cui ci si rivolge»
(p. 54). Sono posizioni di sconcertante attualità.
Camus, attraverso
l’attività giornalistica, svolge pienamente il suo
ruolo di intellettuale, che consiste
nell’interpretare la società e gli eventi, e
soprattutto nel non essere passivi spettatori della
Storia. Da qui nasce la sua rottura con Daniel, il
quale sostiene l’ineluttabilità dell’indipendenza
dell’Algeria. Ecco la sintesi che fa l’autore della
risposta di Camus a ciò: «Lei dice ineluttabile? Che
può mai voler dire per un giornalista, e anche
impegnato, o per un intellettuale? Con quale diritto
lei decide il senso della storia? Il termine
ineluttabile è riservato agli spettatori che si
arrendono passivamente all’impossibilità d’impedire
che accada quel che in fondo sperano a cui sono già
rassegnati» (pp. 77-78).
Bisogna reagire al
terrore, alla violenza, in un’epoca – Camus nasce
nel 1913 e muore nel 1960 in un incidente d’auto –
da essi profondamente segnati: la sua riflessione
cerca di mettere l’uomo davanti alla morte,
eliminando tutti gli schermi che gli impediscono di
vederla, e in particolare tutto ciò (religioni o
ideologie che siano) che, in un qualche modo, la
giustificano. Camus “vede” i francesi sparare ai
soldati tedeschi inermi a Parigi dopo la
Liberazione, “vede” le conseguenze della bomba
atomica, “vede” i terroristi algerini che si fanno
saltare in aria uccidendo i civili. E, appena venuto
a conoscenza dei campi di concentramento staliniani,
afferma che «gli sembra impossibile non fare i conti
con il terrore che oggi il comunismo presuppone».
Il rifiuto, infine,
di ogni forma di violenza lo porta ad assumere il
primato della morale su ogni tipo di azione: Camus
non può accettare Hiroshima, perché il nobile scopo
– farla finita con Auschwitz – viene compromesso dal
mezzo. Così come non può sostenere la lotta di
liberazione algerina contro il colonialismo
francese, se tale battaglia è condotta con bombe che
uccidono la gente, posizione assai condivisibile (ma
meno di quanto si possa pensare rispetto all’aria
del tempo di quegli anni), sintetizzata in
semplici e per questo taglienti parole, riportate da
Daniel: «In questo momento vengono lanciate delle
bombe nei tram di Algeri. Mia madre si può trovare
in uno di quei tram. Se la giustizia è questo,
preferisco mia madre» (p. 160).
In conclusione,
l’opera di Jean Daniel ci restituisce un Camus poco
conosciuto in Italia, un modello di etica
giornalistica senza dubbio attuale anche oggi, in
una società che, purtroppo, è dominata, sotto
molteplici aspetti, dalla violenza.
«Quale dev’essere il comportamento del giornalista e
dell’intellettuale nei momenti in cui spetta a
entrambi riferire le circostanze del terrore e
testimoniare per coloro che ne sono vittime, o
carnefici, o l’uno e l’altro insieme? È questa la
domanda, ed è questa la lezione cruciale che,
storicamente, ci rivolge Camus. Entrambe
corrispondono alla decisione molto laica [...] di
rifiutare la trascendenza del male. In ogni caso, di
non esasperare mai, tra gli uomini in conflitto, una
tensione agli estremi il cui fine ultimo è solo la
morte di tutti» (p. 150).
Luigi Grisolia
(www.excursus.org,
anno III, n. 27, ottobre 2011)
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