Anno III              n.27                     Ottobre 2011

Non leggete, come fanno i bambini, per divertirvi, o, come gli ambiziosi, per istruirvi. No, leggete per vivere (Gustave Flaubert)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Culturalmente...

 

Albert Camus giornalista

 e il ruolo dell'intellettuale

 di Luigi Grisolia

In un volume targato Mesogea

 un ritratto poco conosciuto

 del grande scrittore francese

 

 

 

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«Un piccolo capolavoro, un modello di asciutta prosa classica che si vorrebbe mettersi in tasca e portarsi dietro come un breviario laico di libertà e resistenza»: così Claudio Magris, nella Prefazione, definisce il libro di Jean Daniel Resistere all’«aria del tempo» (Con Camus), pubblicato da Mesogea (pp. 176, € 14,00). L’autore racconta l’esperienza giornalistica di Albert Camus, fin dagli esordi in Algeria, sua terra natia, dove collabora con l’Alger républicain. E subito si fa notare per le sue idee, per la tenace difesa delle stesse, al punto da essere il primo giornalista francese che il governo generale algerino riesce a far allontanare da Algeri.

 

Siamo nel 1938: Camus non ha ancora trent’anni, ma in un periodo in cui, scrive Daniel, la letteratura è testimonianza, le sue parole già sono scomode. In un certo senso, tutta la sua produzione giornalistica sarà scomoda, perché l’intellettuale francese traduce in essa, con coerenza, quelli che sono i cardini del suo pensiero, espressi in famose opere come Lo straniero, L’uomo in rivolta, La peste, La caduta, Il mito di Sisifo. E non è un caso che Daniel dedichi le ultime pagine del suo lavoro ad un’analisi di tali scritti, ritrovando in essi i temi etici caratterizzanti il giornalismo camusiano.

 

Un’etica che ruota attorno alla necessità di resistere all’aria del tempo. Ma cos’è questa aria del tempo? Sicuramente, l’ideologia dominante, ma anche, scrive l’autore, «l’ambiente costituito dagli amici di cui si ha stima, dai maestri che si adorano, talvolta perfino dai modelli interiori» (p. 36). Quello della resistenza è uno sforzo intellettuale enorme, fatto per sostenere un’idea, un’evidenza che non è quella degli altri, forse una verità, che ti porta inevitabilmente a prendere posizioni scomode, che attirano su di te la critica dura e impietosa della società. Così accade che Camus, davanti alla bomba atomica su Hiroshima, non plauda alla fine della guerra ma si preoccupi per il futuro, in quanto l’uomo ha appena inventato un’arma micidiale. E che, in occasione della Guerra d’Algeria, anziché schierarsi da una parte, come imponeva l’aria del tempo, predica una soluzione pacifica del conflitto che accontenti entrambi i contendenti, procurandosi così, in particolare le feroci critiche di tutta l’intellighenzia di sinistra.

 

Camus è un uomo di sinistra, per quanto forte critico del marxismo. Ha partecipato attivamente alla Resistenza, si è avvicinato all’esistenzialismo di Sartre, per poi distaccarsene parzialmente, rintracciando un’aurea di speranza nella solidarietà umana e negandone, perciò, le conclusioni pessimistiche. E mentre Sartre, in fin dei conti, disprezza il giornalismo, dandogli il solo merito di contribuire alla decomposizione della società borghese, Camus, viceversa, ritiene il giornalismo l’unico vero genere di “letteratura impegnata”. Arrivato in Francia nel 1940, subito inizia a collaborare con Paris Soir, poi fonda Combat (e lo dirige fino al 1947), e scriverà anche, tra gli altri, su Caliban, L’Express e Le Nouvel Observateur.

 

«Almeno noi non abbiamo mentito!», suole dire a chi gli chiede, o gli rinfaccia, la fine dell’esperienza di Combat. “Almeno noi abbiamo resistito!”, parafrasiamo, non solo all’aria del tempo, ma anche a quelle che secondo Camus sono le negatività del giornalismo: ovvero «l’asservimento al potere del denaro, l’ossessione di piacere a qualunque costo, la mutilazione della verità sulla base di un pretesto commerciale o ideologico, la lusinga dei peggiori istinti, “l’approccio” di tipo sensazionale, la volgarità tipografica; in una sola frase: il disprezzo di coloro a cui ci si rivolge» (p. 54). Sono posizioni di sconcertante attualità.

 

Camus, attraverso l’attività giornalistica, svolge pienamente il suo ruolo di intellettuale, che consiste nell’interpretare la società e gli eventi, e soprattutto nel non essere passivi spettatori della Storia. Da qui nasce la sua rottura con Daniel, il quale sostiene l’ineluttabilità dell’indipendenza dell’Algeria. Ecco la sintesi che fa l’autore della risposta di Camus a ciò: «Lei dice ineluttabile? Che può mai voler dire per un giornalista, e anche impegnato, o per un intellettuale? Con quale diritto lei decide il senso della storia? Il termine ineluttabile è riservato agli spettatori che si arrendono passivamente all’impossibilità d’impedire che accada quel che in fondo sperano a cui sono già rassegnati» (pp. 77-78).

 

Bisogna reagire al terrore, alla violenza, in un’epoca – Camus nasce nel 1913 e muore nel 1960 in un incidente d’auto – da essi profondamente segnati: la sua riflessione cerca di mettere l’uomo davanti alla morte, eliminando tutti gli schermi che gli impediscono di vederla, e in particolare tutto ciò (religioni o ideologie che siano) che, in un qualche modo, la giustificano. Camus “vede” i francesi sparare ai soldati tedeschi inermi a Parigi dopo la Liberazione, “vede” le conseguenze della bomba atomica, “vede” i terroristi algerini che si fanno saltare in aria uccidendo i civili. E, appena venuto a conoscenza dei campi di concentramento staliniani, afferma che «gli sembra impossibile non fare i conti con il terrore che oggi il comunismo presuppone».

 

Il rifiuto, infine, di ogni forma di violenza lo porta ad assumere il primato della morale su ogni tipo di azione: Camus non può accettare Hiroshima, perché il nobile scopo – farla finita con Auschwitz – viene compromesso dal mezzo. Così come non può sostenere la lotta di liberazione algerina contro il colonialismo francese, se tale battaglia è condotta con bombe che uccidono la gente, posizione assai condivisibile (ma meno di quanto si possa pensare rispetto all’aria del tempo di quegli anni), sintetizzata in semplici e per questo taglienti parole, riportate da Daniel: «In questo momento vengono lanciate delle bombe nei tram di Algeri. Mia madre si può trovare in uno di quei tram. Se la giustizia è questo, preferisco mia madre» (p. 160).

 

In conclusione, l’opera di Jean Daniel ci restituisce un Camus poco conosciuto in Italia, un modello di etica giornalistica senza dubbio attuale anche oggi, in una società che, purtroppo, è dominata, sotto molteplici aspetti, dalla violenza.

 

     «Quale dev’essere il comportamento del giornalista e dell’intellettuale nei momenti in cui spetta a entrambi riferire le circostanze del terrore e testimoniare per coloro che ne sono vittime, o carnefici, o l’uno e l’altro insieme? È questa la domanda, ed è questa la lezione cruciale che, storicamente, ci rivolge Camus. Entrambe corrispondono alla decisione molto laica [...] di rifiutare la trascendenza del male. In ogni caso, di non esasperare mai, tra gli uomini in conflitto, una tensione agli estremi il cui fine ultimo è solo la morte di tutti» (p. 150).

 

Luigi Grisolia


(www.excursus.org, anno III, n. 27, ottobre 2011)

 

 

                 

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Alessia Abrami, Marta Altieri, Linda Basile, Silvia Caristi, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

Marco Gatto, Serena Intelisano, Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro, Carmine Zaccaro

 

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