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«Certo nulla mi ha
più formato, impregnato, istruito – o costruito – di
quelle ore rubate allo studio, distratte in
apparenza, ma votate nel profondo al culto inconscio
di tre o quattro divinità incontestabili: il Mare,
il Cielo, il Sole». In questa confessione quasi
diaristica sta il senso delle Ispirazioni
mediterranee che Paul Valéry affida all’oralità
nel corso di una conferenza tenuta all’Università
des Annales nel 1933 e che ora sono disponibili
nella nostra lingua in una preziosa e minuta
edizione stampata da Mesogea, per la cura e
traduzione di Maria Teresa Giaveri, che firma
altresì un’utile Introduzione (pp. 80, €
6,00).
Non è difficile
riconoscere in queste pagine il grande autore de
Il cimitero marino. Ma quel che colpisce è la
vasta attribuzione di senso storico e culturale che
il poeta francese accorda al Mediterraneo, quale
spazio in cui l’individuo riesce a intrecciare il
proprio vissuto a un «io universale» carico di
valori, capace di sopprimere la dannosa
frammentarietà dell’esistenza e di restituire, con
Protagora, la misura di tutte le cose, la misura
davvero umana dell’esperienza.
Mediterraneo quale
sinonimo naturale di incontro con l’altro, con ciò
che viene chiamato diverso – e dunque possibilità di
riconoscere nello sguardo verso l’altro il vizio
occidentale della presunzione di superiorità o una
costruzione ideologica in grado di perpetrare il
potere e la subordinazione.
Ecco per quale
motivo questo piccolo libretto di impressioni marine
e mediterranee, entro cui è riassunta l’esperienza
sensoriale del piccolo e poi giovane poeta, può
piacere a chi oggi si fa assertore di una cultura
diversa, fondata sull’incontro, che assume proprio
nel Mediterraneo – quale propulsore di uno spirito
europeo per Valéry del tutto distinto dal resto del
mondo – il suo centro di gravitazione, nella
tensione di un recupero di valori, risorse,
relazioni che lo hanno caratterizzato e determinato.
Mondi mediterranei
forse oggi inaccessibili ma che rappresentano una
barriera di resistenza alla barbarie dell’Occidente
odierno, purché non diventino anch’essi regioni
specifiche di uno specifico consorzio umano. Perché
in fondo questo le riflessioni di Valéry insegnano:
che violenza delle affermazioni identitarie
rappresenta nulla di più lontano dall’umanissimo
senso di appartenenza che il Mediterraneo ispira.
Marco Gatto
(www.excursus.org,
anno III, n. 26, settembre 2011)
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