|
La questione della
crisi della critica letteraria e culturale sembra
essersi arenata su una sorta di concordia
riconosciuta, dopo il profluvio di libri, saggi,
interventi e opuscoli pubblicati a partire dal 1993
(anno in cui Cesare Segre annotava le sue Notizie
dalla crisi). È pacifico, per i molti, che la
critica ha un suo posto ben delimitato nella società
odierna; e allo stesso modo è pacifico che, proprio
sulla scorta di quel posto infine ironicamente
conquistato, la critica – e la sua mancata funzione
civile – finisce per essere un elemento
caratterizzante il nostro tardo capitalismo o,
meglio, un elemento assorbito da, e funzionale a,
quest’ultimo. D’altra parte, per restare nel nostro
Paese, sono almeno vent’anni che il dibattito sui
metodi e sulle tecniche della critica langue. Tanto
che gli strumenti dello studio letterario sono
ancora fermi ai retaggi dello Strutturalismo e della
Linguistica come modello applicativo nell’analisi
dei testi. Basta aprire una qualsiasi rivista di
Italianistica o fermarsi a leggere i titoli delle
tesi di dottorato.
Romano Luperini ha ben
evidenziato, in molti dei suoi contributi, la
scissione tutta italiana (perché, obiettivamente,
esiste un “caso” peninsulare) tra una critica
interessata al dettaglio, ferma ai territori della micro-Filologia, prigioniera della presunta
“letterarietà” del testo e di tutti i miti della
falsa esternalità della letteratura; e una critica,
dall’altra parte, praticata col mezzo dell’empatia e
con il fine del narcisismo volontario, in cui il
giudizio è affidato alle viscere più che
all’intelletto, senza tacere la presunzione di
volersi, il critico, sostituire persino allo
scrittore. È forse quest’ultima pratica, che affolla
le pagine culturali dei nostri quotidiani o persino
le televisioni, ad atterrire più del resto. Perché,
dall’assenza di un dibattito sui metodi, e per causa
di un ritorno romanticheggiante alla “bellezza” del
testo, quest’ultima critica ha assunto la
possibilità di crearsi una propria legittimazione,
un proprio codice e un proprio linguaggio. I
critici-narcisi, in Italia, non sono una distorsione
del sistema, bensì il crisma della sua vitalità;
sono oggi, insomma, un gruppo capace di estendere la
loro egemonia, attraverso l’occupazione dei mezzi di
stampa e la diffusione di un manierismo che si fonda
sul culto del gusto e sull’apologia dell’individuo
capace, più di altri, di gustare l’arte, senza
perdere il tempo di scendere nell’arena del
dibattito e dell’argomentazione, senza capirla
davvero.
Dice bene allora
Francesco Muzzioli, nel suo ultimo libro, di cui si
vorrebbe qui parlare più diffusamente, che
nell’attuale società (italiana, in particolare) «la
critica non serve, ma serve, eccome la diminuzione
della criticità», intendendo con quest’ultima
parola tutto ciò che, nella pratica intellettuale
come in quella più reale e concreta, rifiuta
l’accettazione di ciò che appare come unitario e
che, inevitabilmente, rappresenta il simulacro
dietro cui si cela una nuova forma di subalternità.
Non basta, d’altra parte, andare lontano per capire
quanto il degrado civile di una nazione – che si bea
di non possedere libertà di stampa o di non
garantire ai lavoratori i fondamentali diritti per
salvaguardare la propria esistenza – sia connesso
alla perdita di una capacità di andare oltre i meri
fenomeni e di pensare. Solo pensare: indagare,
oltrepassare la soglia del senso comune.
L’assenza
di criticità è allora la figura palpabile di una
società che ha smarrito la capacità di discutere,
dibattere, influire, argomentare, partecipare, e che
ha creato individui ormai rassegnati al loro stato
di monadi succubi del mercato. Non saranno così
tutti gli italiani (è bene sempre ricordarlo), ma il
nostro inglorioso passato ci insegna che il potere,
la coercizione, il sopruso non hanno limiti. Non
sembra pertanto che siano assenti gli spazi di
azione della critica, se questo è il panorama che si
spalanca ai suoi occhi: anzi, ci sarebbe fin troppo
da fare. Eppure essa pare relegata a una sorta di
sopravvivenza corporativistica, che diviene il solo
modo per tenerla in vita, come per qualsiasi altra
pratica o apparato ormai incapace di scalfire il
potere o comunque di distanziarsi da esso.
Colpisce del
contributo di Muzzioli la pregnanza sia del titolo
che del sottotitolo. Quelli a cui non piace.
Pamphlet sull’esercizio della critica (Meltemi,
pp. 92, € 13,00): una battuta tratta da un film
sceneggiato da Brecht, scandita da una giovane
proletaria che risponde alla domanda «chi cambierà
il mondo?» – battuta che non solo esalta il momento
della negazione, ma che nello stesso tempo assume
come cruciale la nozione di “piacere” del testo,
che, come vedremo, il teorico italiano intende
slacciare dalle sue determinazioni
poststrutturalistiche o addirittura romantiche; e,
in aggiunta, vorrei puntare l’attenzione sul verbo
“esercitare”: la critica è un esercizio del fare,
una pratica che si realizza non solo nella teoria,
bensì intende essere un’arma concreta di lotta.
Muzzioli appartiene a quella schiera ormai isolata
di teorici che crede fermamente in una concezione
materialistica della letteratura. A scorrere i suoi
titoli, in particolare gli studi dedicati al
dibattito odierno sui metodi – il suo Le teorie
della critica letteraria (Carocci) è forse uno
dei pochi strumenti indispensabili per conoscere le
traiettorie della teoria letteraria extranazionale –
o quelli sull’Alternativa letteraria, per non
dimenticare gli ultimi sulla distopia in
letteratura, si percepisce non solo l’urgenza,
sentita fortemente dall’autore, di rimettere in
sesto una discussione sulle metodologie critiche, ma
anche la consapevolezza di dover produrre una
proposta. Tale proposta è incarnata, per Muzzioli,
da una rinnovata idea dell’avanguardia, colta sì nel
novero delle sempre nuove elaborazioni formali,
quanto nella capacità di legare la materialità
dell’esperienza umana (specie quella dei subalterni
e degli esclusi) all’espressione artistica, sentita,
quest’ultima, come una sublimazione estetica di
contraddizioni concrete, dunque sociali, e infine
politiche. Da qui l’interesse del teorico per le
strategie retoriche del testo (un tempo si sarebbe
detto per l’ideologia testuale), mai svincolate da
un’ermeneutica appunto materialistica, che cancella
i rischi dell’autoreferenzialità, e connette il
linguaggio al mondo del sociale, svelandone, quando
occorre (specie nei tempi nostri, che urgono di
pratiche critiche di demistificazione), l’aspetto
ideologico e illusorio.
Vediamo con più calma
le proposte di Muzzioli. Prima di tutto, è presente
l’intento di strappare la critica alla
settorializzazione che la divisione capitalistica
del lavoro le ha imposto. Il fenomeno – già
denunciato da Lukács in un noto saggio inserito in
Il marxismo e la critica letteraria e dunque,
in ambito italiano, pienamente compreso da Fortini
negli scritti di Verifica dei poteri (siamo
all’inizio degli anni Sessanta del secolo scorso) –
pienamente rende conto della posizione che la
critica letteraria o culturale riveste nell’odierna
società: il critico è colui il quale possiede uno
strumentario tale da poter entrare nella scienza
esoterica dei testi, una sorta di super-individuo
dai poteri magici, più simile a un boia che a un
giudice inappellabile (prendo simili definizioni da
uno dei tanti pamphlet sulla critica uscito
in questi anni), e dunque restio a confrontare le
sue idee con gli altri; oggi questa figura è
entrata, come dicevamo, in mutazione, e sempre più
il critico si mostra incline alla volontà di
immortalità, scegliendo la strada della scrittura
artistica, narcisistica, del citazionismo fine a se
stesso, dell’ammiccamento gratuito verso i simili
della sua consorteria.
Si dovrebbe, al contrario,
ribadire che l’atteggiamento di un critico dovrebbe
essere quello di un dilettante, come ha scritto
Edward W. Said: un professionista che non cede allo
specialismo, che conosce gli strumenti del mestiere,
ma che piega questi ultimi alla volontà di inoltrare
al lettore un messaggio di condivisione e dunque di
conoscenza. Mettendosi in discussione e
predisponendosi al dibattito. Occorre pertanto
pensare alla critica inquadrandola, dice Muzzioli,
«innanzitutto nella crisi e nel degrado della
letteratura, nell’ambito di una guerra dei media per
ora vinta dalla televisione che impone la cosiddetta
“agenda” e, ormai, anche i personaggi protagonisti e
il linguaggio con cui esprimersi», e ancora
«all’interno di un problema culturale che è
immediatamente […] politico». Problema che tocca il
soggetto in prima persona, in quanto la perdita di
criticità non può essere rinsavita senza una
politica che riabiliti in qualche modo il senso
critico dell’individuo. In tal senso, andrebbero
denunciati tutti quei modelli critico-argomentativi
che esibiscono l’Io come verità assoluta, di fatto
ostacolando la messa in comune delle ragioni e dei
giudizi.
Ci sembra che sia il
terreno di questa condivisione a interessare
Muzzioli. Il quale pare chiedersi quali siano i
ruoli del critico e del lettore di fronte al testo.
È in effetti di fronte al testo, alle parole nella
loro materialità, che si apre una sorta di zona
franca in cui il critico – che conosce le strategie
e sa mettere a nudo i travestimenti, i meccanismi
della significazione – è chiamato a condividere le
sue scelte con il lettore e a verificarle su un
terreno comune di senso. Qualunque critica
democratica e rispettosa di una qualche forma
umanistica di comunicazione letteraria non può
dunque rinunciare all’analisi del testo. È quel che
Walter Benjamin individuava nella parte del
commento, necessaria a quella “combustione” che poi
sarebbe avvenuta nel momento in cui il senso
filologico della lettera materiale del testo
sopravanza se stesso per entrare nel terreno
filosofico della storia e dell’interpretazione.
È il
momento, in altri termini, in cui si costruisce una
base di partenza (per gli strutturalisti o i
formalisti il punto d’arrivo) per iniziare a
ragionare sul significato del testo. Allo stesso
tempo, proprio per questo motivo, deve essere
accordato alla Filologia il compito principale di
assolvere alla funzione di codificazione linguistica
prioritaria, né si possono dimenticare le importanti
analisi del formalismo russo e di tutto lo
strutturalismo: a patto che quest’ultime non vengano
intese come gli strumenti essenziali e finali
dell’interpretazione, semplicemente perché non si
può ridurre la letteratura a un sistema di
funzionamento o a un codice da decifrare. Abbiamo
bisogno, scrive Muzzioli, «di partire dal
rilevamento di un livello “oggettivo”, sia pur di
un’oggettività relativa e sottoposta all’accordo
dialogico». Solo in un secondo momento, il testo
deve bruciare sul terreno della Storia affinché sia
colto nella sua verità estetica e politica.
È questa
predisposizione dialogica incarnata dallo studio
delle strategie retoriche del testo a segnare
un’opposizione intransigente alle due derive cui la
critica è andata incontro negli ultimi tempi. Da un
lato, l’illusione che il testo letterario
rappresenti una sintesi finita e, dunque, una
sublimazione bell’e fatta, al modo del simbolo (e
non dell’allegoria, più complessa e adatta a
un’ottica della rottura e della contraddizione),
ovvero di un’«immagine che incarna il suo
significato e trasfigura la difettiva realtà»;
dall’altra, il ricorrere, proprio in virtù di una
certa fissità accordata al testo (e non al movimento
interno e sempre contraddittorio della sua forma),
al “contenutismo”, ossia a quella pratica che esalta
il messaggio (quasi sempre morale o etico) del
testo, tralasciando gli espedienti formali che
veicolano quello stesso messaggio (e che proprio per
questo, si direbbe, contribuiscono a modificare).
Alla prima deriva, Muzzioli risponde ristabilendo la
validità di un’ermeneutica della contraddizione: non
sarà forse – si chiede il critico – «la partenza una
contraddizione (la ferita, il trauma storico che
obbliga a scrivere), il tentativo di sintesi una
soluzione sublimante provvisoria e insoddisfacente,
e infine la contraddizione rappresentata e
restituita nel linguaggio, il risultato da
cercare?». Qui Muzzioli resta sensibile a una
nozione di testo come sede di un represso storico
che l’analisi riesce a sviscerare, come dimora di un
inconscio politico e una frattura storica (nel senso
proprio di Jameson, che a sua volta lo mutua da
Althusser) che contiene in sé quelle determinazioni
materiali che hanno spinto l’autore a sublimarle in
arte, mediante un procedimento di formalizzazione.
Al fondo di quest’ultima, potremmo dire con Lacan,
c’è il Reale, tutto ciò che resiste alla
simbolizzazione (all’eterna sintesi) e che dunque si
prefigura, se lo cogliamo come Storia, al modo di
una contraddizione latente, materiale, e pertanto
politica. In questa direzione, con un’urgenza che
tocca l’attuale dibattito critico, occorre
liberarsi, secondo Muzzioli, di un vocabolario
estetico-spirituale che, del testo, ha fatto un
oggetto di mera contemplazione (operazione,
quest’ultima, che di fatto esclude un’analisi dei
procedimenti e delle tecniche, e che trascura,
pertanto, il momento necessario del commento):
«mentre nel dibattito in corso sembra sempre che si
debbano concentrare gli sforzi per recuperare
qualcosa di perduto […]. Questo qualcosa è, detto in
breve, il crocianesimo», contro il quale solo un
agire critico strategico e sospettoso della presunta
intenzionalità totale del testo può scagliarsi. In
secondo luogo, autorizza l’esclusione del dibattito
e dell’argomentazione nel campo critico quel che
Muzzioli chiama «la rimozione della forma e quindi
l’incapacità di leggere (cioè di accorgersi di)
quanto passa attraverso le minuzie della scrittura».
In breve, il vizio della critica odierna di
sviluppare un ragionamento solo sul contenuto. I
libri sono giudicati, oggi, sulla scorta del loro
“messaggio”.
Accade così che i
testi diventino, nelle parole dei critici,
“capolavori” che possono anche permettersi di non
elaborare – come del resto avviene in qualunque vera
arte – una strategia formale; laddove, proprio
l’assenza di tale strategia, mina la qualità
dell’opera, facendola scadere a mera scrittura
impensata e diretta. Sarebbe impossibile, difatti,
ritenere che anche il testo più banale non contenga
un’intenzionalità strategica, seppure minima. E anzi
è forse la bassa o alta attenzione accordata alla
forma che determina, in qualche caso, la qualità del
messaggio veicolato. Il ritorno al commento,
all’analisi, come livello oggettivo parziale di
partenza, ci insegna, insomma, anche questo: che «il
testo perviene a elaborare un contenuto, mediante un
procedimento su un materiale. L’atteggiamento
odierno del contenutismo è quello di guardare solo
al contenuto, come se non fosse costruito da alcun
procedimento». E, al contrario, sarebbe anche un
limite porre l’attenzione solo ed esclusivamente sul
procedimento (si pensi, appunto, ai formalisti russi
e a certo strutturalismo italiano). «Si tratta,
invece, di tenere a vista l’intero processo; e di
interrogarsi sull’azione del procedimento sui
materiali», i quali non sono meno problematici del
resto, in quanto vengono anch’essi da una precedente
loro formalizzazione o sedimentazione
nell’immaginario collettivo.
Va da sé che questo
tipo di ermeneutica, diretta verso il rifiuto di
qualsiasi misticismo critico ed esaltazione della
soggettività creatrice, esalta le zone marginali.
Non, tuttavia, sulla base della loro esistenza
all’interno di un repertorio di subalternità (come i
Cultural Studies, nelle loro declinazioni più
ingenue, hanno creduto), ma in virtù di una scelta
analitica che si fonda sulla loro capacità di
esprimere l’alternativa. Qui l’insistenza – forse un
po’ troppo calibrata sull’avanguardia – di Muzzioli
sulla facoltà del critico di individuare le
tendenze, con le sue parole «di capire, nelle
polemiche specifiche dei movimenti letterari, nei
loro antagonismi e dissidi di poetica, nelle loro
operazioni di deroga rispetto alle norme costituite,
il quanto di radicalità capace di fuoriuscire
dalla cultura dominante e quindi di servire al
rovesciamento dell’egemonia in un processo
rivoluzionario o comunque di modifica dei rapporti
di forza sociali e culturali». Riscontriamo in questo
giudizio, che comunque riteniamo da condividere, una
quota di utopismo: nel senso che, come lo stesso Muzzioli poi scrive, non solo è diventato difficile
individuare una pratica letteraria di gruppo o un
tendenza, oggi, nel marasma della nostra
letteratura, quanto spesso i gruppi o i movimenti
letterari nascono come sodalizi intellettuali fra
consorterie, destinante a esercitare la loro
funzione, spesso inconsciamente, di conferma di
alcune mitologie: pensiamo all’indiretto elitarismo,
spesso legato a un’idea di superiorità della
letteratura, oppure alla separazione delle attività
artistiche da una prassi politica che, troppo
eccessivamente, viene legata al semplice “fare
arte”. In tal senso, il gruppo e la sua supposta
tendenza confermano lo status quo, e rischiano di
allinearsi al modello sociale del capitalismo
odierno, che, se illusoriamente organizza la vita
sociale in comunità o gruppi legati da una
simbolicità al fondo repressiva, nella sostanza
esclude qualsiasi facoltà sociale e neutralizza le
forme sincere di comunitarismo (di fatto facendole
passare come suoi prodotti: pensiamo a quanto
scrivono Benedict Anderson o lo stesso Jeremy Rifkin
sulle idee odierne di condivisione comunitaria).
Ad ogni modo, pur
nell’imbarazzo creato dal mosaico indistinto di modi
e tendenze della nostra letteratura, il critico
dovrebbe separare, giudicare, distinguere quelle
pratiche letterarie capaci di scalfire quel potere
invisibile rappresentato dal nuovo “canone
dell’immediatezza” che affolla le nostre librerie o
le classifiche di vendita. E dovrebbe farlo, ci
suggerisce Muzzioli attraverso Benjamin, proprio
valutando prioritariamente la “tecnica” delle opere,
vale a dire di quel procedimento individuabile come
mezzo di un messaggio in ultima istanza tendenzioso.
Entrambi i teorici hanno qui in mente l’avanguardia.
E se Muzzioli giustamente afferma che «certo, oggi,
è la dissociazione di tanti percorsi individuali ciò
che appare sull’emisfero visibile del pianeta
letterario, e tuttavia la mia obiezione è che
bisognerebbe almeno cercare di scrutare l’altra
faccia, l’emisfero non illuminato e pressoché
clandestino», non è però detto che la subalternità
degli esclusi possa essere incarnata solo e soltanto
dall’avanguardia o da una organizzazione gruppale
(spesso, come si è detto, “inclusa” nel cerchio
dell’autorità).
Avviandoci alla
conclusione, il valore dell’intervento di cui stiamo
parlando si conferma nella considerazione del
piacere come questione politica. Gusto e classe, ci
ricorda il teorico, vanno di pari passo. L’edonismo
contemporaneo ha condotto alla cancellazione delle
possibili dissonanze. Il vero piacere può nascere,
invece, proprio dal disturbo e dalla contraddizione:
con una mossa brechtiana, tipica dello
“straniamento”, l’irregolarità può insegnarci a
rifiutare la normatività imposta. Ciò non si sposa
con la facilità letteraria dei nostri tempi (e
questo non vuol dire che la verità dell’opera
letteraria stia nella sua difficoltà). La critica
dovrebbe pertanto insistere sul pensiero di una
lettura mai innocente: sospendere il piacere per
interrogarsi criticamente è l’esercizio pedagogico
di cui il critico dovrebbe farsi carico. In questo
risiede, se vogliamo, la mossa politica della sua
funzione, tanto più urgente oggi (specie nel nostro
Paese), nel momento in cui è in pericolo la dignità
stessa del pensare, per non dire la sua libertà di
agire.
Marco Gatto
(www.excursus.org,
anno I, n. 0, luglio 2009)
|