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Anatomo-patologia di un capolavoro. L’opera d’arte
in questione è cinematografica e si chiama Psyco,
il film più noto e di successo realizzato dal
maestro del brivido
Alfred Hitchcock. L’analisi è, invece,
letteraria e già dal titolo costituisce un omaggio
alla pellicola presa in esame: Psyco & Psycho.
Genesi, analisi e filiazioni del thriller più famoso
della storia del cinema (Le Mani Editore, pp.184,
€15,00). Questo meticoloso studio reca la
firma di Massimo Zanichelli, giornalista e docente
di Storia e Linguaggio del Cinema, che nell’Introduzione
si confessa segnato dalla settima arte hitchcockiana
e in particolare da quella di cui il maestro ha dato
prova con la pellicola diretta nel 1960.
In effetti, come dargli torto? Chi non è rimasto
sconvolto dalla visione di Psyco? Chi non ha
provato un autentico terrore di fronte alla
celeberrima scena dell’omicidio sotto la doccia? Del
resto, non è un caso se questo è stato il film che
più ha influenzato la cinematografia thriller,
guadagnando sterminate citazioni, tanto nei progetti
impegnati e autoriali quanto nei polizieschi di
serie B, e persino a oltre 50 anni dalla sua uscita
in sala.
Una scommessa produttiva azzardata e vincente
Certo, Psyco non è l’unico grande successo di
Hitchcock. Basti pensare a Gli uccelli, La
donna che visse due volte, La finestra sul
cortile, L'uomo che sapeva troppo,
Marnie e Notorious (citandone solo
alcuni), per capire che impresa ardua sia sceglierne
uno soltanto. Eppure Psyco rappresenta un
caso a sé, diverso dagli altri lavori del regista
già nella sua genesi. E proprio da qui parte
l’analisi di Zanichelli. «Il thriller che
avrebbe segnato indelebilmente la storia del cinema
moderno – racconta l’autore – nasce dalla scommessa
produttiva di un regista all’apice della gloria, che
decide di puntare la posta più alta della carriera
in un progetto in cui nessuno credeva: trasformare
in film un romanzo shock che molti consideravano
addirittura intraducibile per lo schermo». Il libro
in questione è Psycho, scritto da Robert
Bloch nel 1959. Quando Hitchcock lo lesse, si
prefigurò il gusto di manipolare e ingannare lo
spettatore con quella storia che toglieva
inaspettatamente di mezzo la protagonista a poco più
di un terzo del racconto. Quel progetto, inoltre,
gli avrebbe dato l’occasione di sperimentare una
cinematografia diversa: non più il melodramma
contrassegnato dalla suspense, ma «un
thriller con elettrizzanti sconfinamenti nell’horror,
uno shocker con cui tenere in pugno
l’emotività dello spettatore, un mystery
adrenalinico intriso di psicopatologia e sessualità
deviante».
A posteriori, possiamo ben dire che il cineasta
vinse la sua scommessa in pieno. Tuttavia, i
dirigenti della Paramount, casa di produzione con
cui Hitchcock aveva sottoscritto un contratto, e i
suoi stessi collaboratori non ne volevano sapere. Fu
per questo che il regista, convinto del fatto suo,
rinunciò al colore e si dovette accontentare di un
budget ridotto, 800.000 dollari, e di un piano da
produzione indipendente, che prevedeva il
coinvolgimento di una troupe televisiva e riprese in
poche settimane, dal novembre del 1959 al febbraio
del 1960.
Il fascino malato di Norman Bates
Il saggio di Zanichelli, che delinea un esame di
Psyco a tutto campo, si sofferma sulle
differenze tra il romanzo di Bloch e la pellicola,
riuscite anche grazie all’apporto creativo dello
sceneggiatore Joseph Stefano, che accentuò gli echi
freudiani del personaggio di Norman Bates (il vero
protagonista della storia), trovandosi lui stesso in
terapia presso uno psicanalista in quel periodo.
Il fascino di questo personaggio e le sue divergenze
rispetto al libro si devono pure all’interpretazione
di Anthony Perkins, che fa di Norman il «filiforme e
quasi atletico» gestore di un «lugubre motel fuori
mano», un uomo dalla «grazia femminea» e dalla
«nevrotica timidezza», disturbato, solitario e
misogino, appassionato di tassidermia, legato alla
madre da una forte dipendenza edipica e lacerato da
profondi sensi di colpa. Non a caso, questo ruolo ha
marchiato per sempre la carriera dell’attore
newyorkese.
Omicidio sotto la doccia: la scena più scioccante
della storia del cinema
La discrepanza più eclatante tra film e libro
riguarda, però, la memorabile scena della doccia,
che «nel romanzo è una prosaica descrizione di
qualche rigo», mentre «nel film, pur nella sua
analoga brevità (poco più di tre minuti in totale,
con una ventina di secondi per l’accoltellamento),
diventa non solo un momento di radicale
rielaborazione rispetto al testo, ma un pezzo
d’antologia dal punto di vista della forma e
un’esperienza indimenticabile sul piano emotivo: chi
ha visto la “doccia” di Psyco non la
dimentica più». Sta soprattutto qui l’arte di
Hitchcock, così come la magia dell’esperienza
cinematografica in grado, con la sola potenza
dell’immagine, di rendere «quella terribilità,
quell’inarginabile coefficiente di paura e tensione,
quell’impatto, devastante proprio perché
imprevedibile», che il libro di Bloch non ha saputo
tratteggiare.
Lo shock è reso anche dalla straordinaria partitura
musicale per violino e violoncello composta da
Bernard Herrmann, la cui efficacia fece cambiare
idea al regista, il quale, in un primo momento,
desiderava che la scena fosse accompagnata solo dai
rumori diegetici dell’acqua scrosciante, dei colpi
del coltello e delle grida della vittima.
Ma la grandezza di questa scena, costata sette
giorni di riprese, è soprattutto formale,
stilistica. «La scena della doccia – afferma
Zanichelli – è quella che nel cinema hitchcockiano
più si avvicina all’ideale di una forma pura».
L’apice della ricerca stilistica raggiunta dal
cineasta è data da una meravigliosa combinazione di
immagine, musica ed emozione. Lo shock, che sarà
tale da irradiarsi lungo tutto il filo narrativo
successivo, deriva dall’effetto sorpresa, provocato
dall’assassinio barbaro e cruento della protagonista
a neanche metà film. L’angoscia martellante e
sconvolgente delle immagini è resa dagli elaborati
movimenti di macchina, di cui Hitchcock è stato un
autentico maestro, e dall’abilità del montaggio
strumentale, una vera e propria «lezione sulla
lingua del cinema».
Il saggio di Zanichelli si sofferma anche su altre
scene del film, analizzandone sia personaggi e
contenuti che la grammatica cinematografica, senza
dimenticare le rivoluzionarie strategie di
marketing elaborate dal regista per promuovere
una pellicola che, in effetti, divenne ben presto un
autentico fenomeno di massa.
Ad arricchire il discorso, condotto con stile colto
ma scorrevole, vi è una tavola con oltre 60
fotografie, in bianco e nero e a colori, che
mostrano al lettore i momenti clou del capolavoro di
Hitchcock e delle sue principali derivazioni.
Psyco alle prese con la sua eredità: sequel,
prequel, citazioni e remake
Questo libro non tratta solo di Psyco. Come
ci rivela il titolo, c’è spazio anche per Psycho,
il remake del 1998, firmato da Gus Van Sant.
Questo riuscito esercizio di stile appare innovativo
sin dall’intento iniziale: eseguire una vera e
propria copia del film datato 1960, inquadratura
dopo inquadratura. «La sfida – spiega Zanichelli –
consisteva nel riprodurre fedelmente il capolavoro
di Hitchcock facendone al contempo un’opera
personale e sperimentale. Non un canonico remake,
dunque, superando in questo modo lo scoglio delle
citazioni in cui si erano incagliati i numerosi
tentativi d’imitazione, ma una nuova versione tra la
riproduzione e l’interpretazione, con una serie di
variazioni sul tema». In poche parole: «la copia
d’autore di un capolavoro».
Zanichelli analizza le differenze tra le due
pellicole e fa lo stesso con i poco convincenti
sequel degli anni Ottanta (Psycho II di
Richard Franklin e Psycho III, esordio dietro
la macchina da presa di quell’Anthony Perkins che
aveva interpretato Norman Bates nel film di
Hitchcock) e con il prequel del 1990 (Psycho
IV – The Beginning di Mick Garris), che ricamano
fantasiosi e improbabili strascichi della storia
dello psicopatico Norman.
Interessante è poi il capitolo sulla profonda
influenza che il capolavoro del maestro del brivido
ha avuto sulla cinematografia di genere thriller
e horror. Molteplici sono i film esaminati
che hanno citato esplicitamente Psyco, in
particolare la sua scena della doccia. Ma ad aver
lasciato il segno nella storia della settima arte
sono, senza dubbio, quelli firmati da Brian De
Palma, «il regista che più di tutti ha subito il
fascino e restituito la lezione del cinema
hitchcockiano nella sua interezza (linguaggio,
storie, personaggi, situazioni)». Lo stesso De Palma
l’ha confessato. «Per me – rivela il cineasta della
New Hollywood – Hitchcock è una grammatica cui
continuamente attingere. […] È certamente possibile
mettere la macchina da presa in una posizione
diversa, ma può non essere il punto migliore per
essa. Lui l’aveva già capito venti o trent’anni fa».
De Palma, però, riprende Hitchcock con una cifra
stilistica personale, trapiantando, come sottolinea
Zanichelli, «nel corpo narrativo dei suoi film
citazioni da più opere» del maestro del brivido,
«lasciandovi poi fluire senza soluzione di
continuità altri riferimenti disseminati nel testo,
tra il recupero vintage e l’atto ludico,
sottoponendo così la filmografia hitchcockiana a una
forma monotematica – per non dire monomaniacale – di
contaminazione».
Annalice Furfari
(www.excursus.org,
anno III, n. 22, maggio 2011)
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