Anno III              n.22                     Maggio 2011

Non leggete, come fanno i bambini, per divertirvi, o, come gli ambiziosi, per istruivi. No, leggete per vivere (Gustave Flaubert)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Culturalmente...

 

Psyco, a lezione di terrore

 dal maestro del thriller

 di Annalice Furfari

In un saggio edito da Le Mani

 lanalisi filmica del capolavoro

 firmato da Alfred Hitchcock

 

 

 

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Anatomo-patologia di un capolavoro. L’opera d’arte in questione è cinematografica e si chiama Psyco, il film più noto e di successo realizzato dal maestro del brivido Alfred Hitchcock. L’analisi è, invece, letteraria e già dal titolo costituisce un omaggio alla pellicola presa in esame: Psyco & Psycho. Genesi, analisi e filiazioni del thriller più famoso della storia del cinema (Le Mani Editore, pp.184, €15,00). Questo meticoloso studio reca la firma di Massimo Zanichelli, giornalista e docente di Storia e Linguaggio del Cinema, che nell’Introduzione si confessa segnato dalla settima arte hitchcockiana e in particolare da quella di cui il maestro ha dato prova con la pellicola diretta nel 1960.

 

In effetti, come dargli torto? Chi non è rimasto sconvolto dalla visione di Psyco? Chi non ha provato un autentico terrore di fronte alla celeberrima scena dell’omicidio sotto la doccia? Del resto, non è un caso se questo è stato il film che più ha influenzato la cinematografia thriller, guadagnando sterminate citazioni, tanto nei progetti impegnati e autoriali quanto nei polizieschi di serie B, e persino a oltre 50 anni dalla sua uscita in sala.

 

Una scommessa produttiva azzardata e vincente

Certo, Psyco non è l’unico grande successo di Hitchcock. Basti pensare a Gli uccelli, La donna che visse due volte, La finestra sul cortile, L'uomo che sapeva troppo, Marnie e Notorious (citandone solo alcuni), per capire che impresa ardua sia sceglierne uno soltanto. Eppure Psyco rappresenta un caso a sé, diverso dagli altri lavori del regista già nella sua genesi. E proprio da qui parte l’analisi di Zanichelli. «Il thriller che avrebbe segnato indelebilmente la storia del cinema moderno – racconta l’autore – nasce dalla scommessa produttiva di un regista all’apice della gloria, che decide di puntare la posta più alta della carriera in un progetto in cui nessuno credeva: trasformare in film un romanzo shock che molti consideravano addirittura intraducibile per lo schermo». Il libro in questione è Psycho, scritto da Robert Bloch nel 1959. Quando Hitchcock lo lesse, si prefigurò il gusto di manipolare e ingannare lo spettatore con quella storia che toglieva inaspettatamente di mezzo la protagonista a poco più di un terzo del racconto. Quel progetto, inoltre, gli avrebbe dato l’occasione di sperimentare una cinematografia diversa: non più il melodramma contrassegnato dalla suspense, ma «un thriller con elettrizzanti sconfinamenti nell’horror, uno shocker con cui tenere in pugno l’emotività dello spettatore, un mystery adrenalinico intriso di psicopatologia e sessualità deviante».

 

A posteriori, possiamo ben dire che il cineasta vinse la sua scommessa in pieno. Tuttavia, i dirigenti della Paramount, casa di produzione con cui Hitchcock aveva sottoscritto un contratto, e i suoi stessi collaboratori non ne volevano sapere. Fu per questo che il regista, convinto del fatto suo, rinunciò al colore e si dovette accontentare di un budget ridotto, 800.000 dollari, e di un piano da produzione indipendente, che prevedeva il coinvolgimento di una troupe televisiva e riprese in poche settimane, dal novembre del 1959 al febbraio del 1960.

 

Il fascino malato di Norman Bates

Il saggio di Zanichelli, che delinea un esame di Psyco a tutto campo, si sofferma sulle differenze tra il romanzo di Bloch e la pellicola, riuscite  anche grazie all’apporto creativo dello sceneggiatore Joseph Stefano, che accentuò gli echi freudiani del personaggio di Norman Bates (il vero protagonista della storia), trovandosi lui stesso in terapia presso uno psicanalista in quel periodo.

 

Il fascino di questo personaggio e le sue divergenze rispetto al libro si devono pure all’interpretazione di Anthony Perkins, che fa di Norman il «filiforme e quasi atletico» gestore di un «lugubre motel fuori mano», un uomo dalla «grazia femminea» e dalla «nevrotica timidezza», disturbato, solitario e misogino, appassionato di tassidermia, legato alla madre da una forte dipendenza edipica e lacerato da profondi sensi di colpa. Non a caso, questo ruolo ha marchiato per sempre la carriera dell’attore newyorkese.

  

Omicidio sotto la doccia: la scena più scioccante della storia del cinema

La discrepanza più eclatante tra film e libro riguarda, però, la memorabile scena della doccia, che «nel romanzo è una prosaica descrizione di qualche rigo», mentre «nel film, pur nella sua analoga brevità (poco più di tre minuti in totale, con una ventina di secondi per l’accoltellamento), diventa non solo un momento di radicale rielaborazione rispetto al testo, ma un pezzo d’antologia dal punto di vista della forma e un’esperienza indimenticabile sul piano emotivo: chi ha visto la “doccia” di Psyco non la dimentica più». Sta soprattutto qui l’arte di Hitchcock, così come la magia dell’esperienza cinematografica in grado, con la sola potenza dell’immagine, di rendere «quella terribilità, quell’inarginabile coefficiente di paura e tensione, quell’impatto, devastante proprio perché imprevedibile», che il libro di Bloch non ha saputo tratteggiare.

 

Lo shock è reso anche dalla straordinaria partitura musicale per violino e violoncello composta da Bernard Herrmann, la cui efficacia fece cambiare idea al regista, il quale, in un primo momento, desiderava che la scena fosse accompagnata solo dai rumori diegetici dell’acqua scrosciante, dei colpi del coltello e delle grida della vittima.

Ma la grandezza di questa scena, costata sette giorni di riprese, è soprattutto formale, stilistica. «La scena della doccia – afferma Zanichelli – è quella che nel cinema hitchcockiano più si avvicina all’ideale di una forma pura». L’apice della ricerca stilistica raggiunta dal cineasta è data da una meravigliosa combinazione di immagine, musica ed emozione. Lo shock, che sarà tale da irradiarsi lungo tutto il filo narrativo successivo, deriva dall’effetto sorpresa, provocato dall’assassinio barbaro e cruento della protagonista a neanche metà film. L’angoscia martellante e sconvolgente delle immagini è resa dagli elaborati movimenti di macchina, di cui Hitchcock è stato un autentico maestro, e dall’abilità del montaggio strumentale, una vera e propria «lezione sulla lingua del cinema».

 

Il saggio di Zanichelli si sofferma anche su altre scene del film, analizzandone sia personaggi e contenuti che la grammatica cinematografica, senza dimenticare le rivoluzionarie strategie di marketing elaborate dal regista per promuovere una pellicola che, in effetti, divenne ben presto un autentico fenomeno di massa.

Ad arricchire il discorso, condotto con stile colto ma scorrevole, vi è una tavola con oltre 60 fotografie, in bianco e nero e a colori, che mostrano al lettore i momenti clou del capolavoro di Hitchcock e delle sue principali derivazioni.

 

Psyco alle prese con la sua eredità: sequel, prequel, citazioni e remake

Questo libro non tratta solo di Psyco. Come ci rivela il titolo, c’è spazio anche per Psycho, il remake del 1998, firmato da Gus Van Sant. Questo riuscito esercizio di stile appare innovativo sin dall’intento iniziale: eseguire una vera e propria copia del film datato 1960, inquadratura dopo inquadratura. «La sfida – spiega Zanichelli – consisteva nel riprodurre fedelmente il capolavoro di Hitchcock facendone al contempo un’opera personale e sperimentale. Non un canonico remake, dunque, superando in questo modo lo scoglio delle citazioni in cui si erano incagliati i numerosi tentativi d’imitazione, ma una nuova versione tra la riproduzione e l’interpretazione, con una serie di variazioni sul tema». In poche parole: «la copia d’autore di un capolavoro».

 

Zanichelli analizza le differenze tra le due pellicole e fa lo stesso con i poco convincenti sequel degli anni Ottanta (Psycho II di Richard Franklin e Psycho III, esordio dietro la macchina da presa di quell’Anthony Perkins che aveva interpretato Norman Bates nel film di Hitchcock) e con il prequel del 1990 (Psycho IV – The Beginning di Mick Garris), che ricamano fantasiosi e improbabili strascichi della storia dello psicopatico Norman.

 

Interessante è poi il capitolo sulla profonda influenza che il capolavoro del maestro del brivido ha avuto sulla cinematografia di genere thriller e horror. Molteplici sono i film esaminati che hanno citato esplicitamente Psyco, in particolare la sua scena della doccia. Ma ad aver lasciato il segno nella storia della settima arte sono, senza dubbio, quelli firmati da Brian De Palma, «il regista che più di tutti ha subito il fascino e restituito la lezione del cinema hitchcockiano nella sua interezza (linguaggio, storie, personaggi, situazioni)». Lo stesso De Palma l’ha confessato. «Per me – rivela il cineasta della New Hollywood – Hitchcock è una grammatica cui continuamente attingere. […] È certamente possibile mettere la macchina da presa in una posizione diversa, ma può non essere il punto migliore per essa. Lui l’aveva già capito venti o trent’anni fa».

 

De Palma, però, riprende Hitchcock con una cifra stilistica personale, trapiantando, come sottolinea Zanichelli, «nel corpo narrativo dei suoi film citazioni da più opere» del maestro del brivido, «lasciandovi poi fluire senza soluzione di continuità altri riferimenti disseminati nel testo, tra il recupero vintage e l’atto ludico, sottoponendo così la filmografia hitchcockiana a una forma monotematica – per non dire monomaniacale – di contaminazione».

 

Annalice Furfari

 

(www.excursus.org, anno III, n. 22, maggio 2011)

 

 

                 

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Marta Altieri, Linda Basile, Massimiliano Borelli, Silvia Caristi, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

Marco Gatto, Serena Intelisano, Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro, Carmine Zaccaro

 

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