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Ne hanno previsto la scomparsa innumerevoli volte,
lo hanno dato puntualmente per spacciato a ogni
apparizione di un nuovo mezzo di comunicazione sulla
scena globale. Eppure lui è ancora qui, forse non in
forma smagliante, sicuramente diverso dalle origini,
ma onnipresente e al passo con i tempi che cambiano.
Stiamo parlando del cinema, una forma d’arte e di
intrattenimento che mantiene tuttora, a più di un
secolo dalla nascita, una grande importanza nel
panorama culturale mondiale, con l’ormai assodata
capacità di resistere alle radicali trasformazioni
tecnologiche che lo hanno costretto a fare i conti
con la comparsa della televisione prima e di
internet poi.
È un cinema in profonda evoluzione quello analizzato
dal critico e studioso Roy Menarini nel suo ultimo
saggio, Il cinema dopo il cinema. Dieci idee sul
cinema americano 2001-2010 (Le Mani Editore, pp.
128, €12,00). Già l’Introduzione ci conferma
che il grande schermo è un mass media ancora forte e
attrattivo, se è vero che nel Natale del 2009 gli
Stati Uniti hanno centrato il record cinematografico
di tutti i tempi per guadagni complessivi ottenuti.
Non è vero, quindi, che gli incassi sono crollati,
ma è vero che sono sempre più determinati dai
cosiddetti blockbuster, cioè quei film,
perlopiù fantasy o d’azione, che fanno largo uso (e
spesso abuso) di effetti speciali, a budget molto
elevato e pensati per un grande pubblico, d’età
trasversale, composto soprattutto da famiglie.
L’altro dato incontrovertibile è che il cinema si
sta reinventando, per far fronte alla concorrenza
spietata dei mezzi di comunicazione più giovani, non
più tanto la televisione (che sui film punta ben
poco), quanto internet, il cui sviluppo ha
determinato una moltiplicazione dei supporti grazie
ai quali la fruizione di un film è possibile. Questo
fenomeno ha indubbiamente decretato la marginalità
della sala cinematografica, fino a qualche tempo fa
luogo privilegiato, se non esclusivo, della visione.
Oggi, tra computer, televisori al plasma e I-phone,
gli spettatori delle sale tradizionali sono ormai
una perla rara. Ma, anche da questo punto di vista,
il cinema è stato in grado di trasformarsi per
rispondere alle pressioni e alle minacce esterne.
Ecco che sono nate le multisale, nuovi punti di
incontro e della socialità ai tempi di internet e
Facebook.
Le dieci idee di una cinematografia sferzata dal
cambiamento
Il libro di Menarini affronta tutto ciò e molto
altro. L’analisi dell’autore si sofferma sulla
cinematografia che resta la più potente al mondo,
quella statunitense. Il periodo prescelto non è
affatto casuale. Il 2001 è stato, infatti, un anno
nevralgico per la storia della patria di Hollywood e
del globo intero. L’attentato di al Qaeda alle Torri
Gemelle di New York non ha soltanto dato avvio alla
guerra al terrore su scala planetaria, ma ha anche
avuto un’influenza indiretta, e non per questo meno
profonda, su ogni forma culturale e di espressione,
cinema compreso. D’altro canto, la pellicola è
sempre stata capace di riflettere e far riflettere
sulle tendenze e i mutamenti della società, in ogni
luogo e in ogni tempo.
Questo saggio, però, non si limita a esaminare
l’evoluzione della cinematografia statunitense in un
decennio, l’ultimo, denso di avvenimenti destinati a
passare alla storia. Ciascun capitolo, infatti,
ruota attorno a un tema centrale, che viene
sviscerato, e alla fine di questo il lettore trova
un breve elenco con i dieci film e i dieci libri
consigliati, che consentono di approfondire
l’argomento trattato. Il tutto in uno stile semplice
e immediato, ma non per questo banale o poco curato,
e sempre gradevole e comprensibile, non solo agli
addetti ai lavori e ai cinefili ma anche ai semplici
curiosi o appassionati di cinema.
Cercasi identità di una nazione in crisi di valori
al confronto con la Storia
Il primo capitolo si focalizza sul modo in cui la
storia più recente è entrata nelle pellicole
realizzate negli States nell’ultimo decennio. A
farla da padrone è soprattutto l’attacco alle Torri
Gemelle, con le tragiche conseguenze che questo ha
portato con sé, in un periodo che si è aperto con
l’11 settembre e si è chiuso con la crisi del
capitalismo targato Wall Street. È qui che l’autore
analizza film come Fahrenheit 9/11 (2004) di
Michael Moore, Nella valle di Elah (2007) di
Paul Haggis e W. (2008) di Oliver
Stone, opere dalla trattazione storica esplicita e
animate da un forte intento politico, ispirate da
una visione ideologica ben precisa e riconoscibile.
Questo è anche il capitolo di lavori come Borat
(2006) di Larry Charles e Gran Torino
(2009) di Clint Eastwood, «due film apparentemente
inconciliabili tra loro», ma entrambi specchio di un
paese in cerca di nuovi punti di riferimento.
«Entrambi film politici – spiega Menarini –
Gran Torino e Borat sembrano la cronaca
nascosta degli Usa di questi anni. Affermano che la
nazione va ricostruita, soffocata com’è da rigurgiti
di razzismo, violenza, ignoranza e folclore
isolazionista». Dello stesso segno appaiono A
history of violence (2005) di David Cronenberg,
Le tre sepolture (2005) di Tommy Lee Jones e
Non è un paese per vecchi (2007) di Joel e Ethan
Coen e, pellicole che narrano di un’America che odia
gli immigrati e in cui il male sembra non avere un
movente definito.
«È proprio l’identità della nazione […] che gioca un
ruolo importante in molti film […]. Come spesso è
accaduto, sono i registi stranieri a mostrare con
più evidenza valori e disvalori dell’american dream».
È questo il caso di Gabriele Muccino, che firma
La ricerca della felicità (2006) e di Ang Lee,
con i suoi La tigre e il dragone (2001),
Brokeback Mountain (2005) e Motel Woodstock
(2009). Ma è con I Simpson. Il film (2007) di
David Silverman e Into the wild (2007)
di Sean Penn che giunge a coronamento il discorso
sulla ricerca di una nuova identità di un Paese in
crisi di valori.
L’11 settembre al cinema
Il secondo e il terzo capitolo studiano la
cinematografia ispirata e influenzata dalla tragedia
dell’attentato alle Torri Gemelle e distinguono tra
“cinema dell’11 settembre” e “cinema post-11
settembre”. Nella prima categoria rientrano «i film
che hanno messo in scena direttamente il fatto e le
sue conseguenze belliche», come La 25ª ora
(2002) di Spike Lee, United 93 (2006) di Paul
Greengrass, World Trade Center (2006) di
Oliver Stone, Reign over me (2007) di Mike
Binder, Redacted (2007) di Brian De Palma,
The hurt locker (2008) di Kathryn Bigelow,
Stop-Loss (2008) di Kimberly Pierce e Lebanon
(2009) di Samuel Maoz.
Nella seconda tipologia troviamo le opere impregnate
«di echi, metafore, umori, simboli, allusioni ai
drammi che hanno brutalmente aperto la decade».
L’autore ammette che «ci sono vari livelli o vari
strati su cui agisce il fantasma dell’11
settembre nel cinema americano» e individua alcune
sottocategorie. La prima è quella dell’allusione
per slittamento, in cui vengono messi in scena
«fatti e contesti diversi ma riconoscibili perché
echeggiano la situazione storica esistente e in
questo modo alludono a un discorso metaforico sul
presente». Ne sono un esempio Minority Report
(2002), The terminal (2004), The village
(2004) di M. Night Shyamalan, La guerra dei
mondi (2005) e Munich (2005) di Steven
Spielberg, Il petroliere (2007) di Paul
Thomas Anderson, Zodiac (2007) di David
Fincher e The mist (2008) di Frank Darabont.
Poi vi è la categoria del rifiuto del trauma,
con i suoi reboot (come Venerdì 13,
del 2009, di Marcus Nispel) che hanno «il compito di
riazzerare le mitologie cinematografiche e
riproporle da capo», perché ripartono dall’inizio,
fanno tabula rasa del passato, si disfano della
«società del replay (ovvero del remake), di quella
gabbia ossessiva che ha costretto il mondo intero –
e i cittadini americani in particolare – a vedere e
rivedere continuamente il crollo delle Torri».
Nella categoria dell’elaborazione del lutto
rientrano i film che prendono atto del disastro e
ragionano «con competenza e profondità intorno ai
mutamenti […] della società americana», accogliendo
«la dimensione della violenza come ineluttabile»
(come Cloverfield, 2008, di Matt Reeves). La
retorica della nuova barbarie prende forma
nella rinascita e nel grande successo del filone
horror e del sottogenere del torture porn,
con la sua carica di immagini estreme, dove la
violenza è esibita e giunge sino alla tortura fisica
e alla sofferenza del corpo umano (basti pensare a
saghe come Saw. L’enigmista e Hostel
di Eli Roth). Infine vi è la riconfigurazione
sociale, con lavori che partono dall’assunto
secondo cui «ogni trauma storico è il frutto di una
corruzione etica interna alla civiltà che lo soffre»
e quindi «porta a una riconfigurazione sociale», «si
configura come momento di palingenesi» (esempio ne è
Apocalypto, 2006, di Mel Gibson).
Il trionfo del fantastico
Dicevamo che una delle scommesse vinte dal cinema
contemporaneo è quella legata al genere fantasy, che
assicura grandi introiti alle case di produzione
hollywoodiane, le quali sempre più spesso puntano su
operazioni spettacolari, basate su sovrabbondanti
dosi di avventura, azione ed effetti speciali,
ottenuti grazie all’impiego massiccio delle nuove
tecnologie digitali. Proprio di questo fenomeno
parla il quarto capitolo del libro, così come del
trionfo del multiplex, che favorisce il consumo di
questa tipologia filmica, con le sue «architetture e
scenografie vagamente futuribili» e la sua
insistenza sul prodotto e sul marchio. Le pellicole
prese in analisi sono quelle delle saghe di maggior
successo dei nostri anni: Harry Potter, I
pirati dei Caraibi, Il Signore degli anelli,
Transformers, Twilight, perfetti
esempi, oltre che di straordinari incassi, anche di
un’accentuata convergenza tra media differenti (il
libro, il fumetto, il videogame).
Generi ibridi e in trasformazione
Il quinto capitolo affronta più da vicino il tema
dei generi cinematografici, che appaiono sempre più
ibridi e in evoluzione. Accanto al macrogenere del
fantastico, l’autore individua: una vocazione
neoclassica, «ovvero una prassi linguistica che
tende a ripetere e attualizzare codici di genere e
funzioni socio-culturali abbastanza simili al
passato. È il caso della commedia sentimentale» (ad
esempio Come farsi lasciare in 10 giorni,
2003, di Donald Petrie); il cosiddetto women film,
vale a dire il cinema al femminile (esemplare il
caso de Il diavolo veste Prada, 2006, di
David Frankel); il teen movie, cioè il cinema
adolescenziale (la saga di Twilight); il
cinema dei drammi familiari (La neve nel cuore,
2005, di Thomas Bezucha); il western, «già da tempo
tramontato e riscoperto solamente in occasione di
exploit dedicati alla nicchia» (Appaloosa,
2008, di Ed Harris); e infine il comico e la farsa
(come il citato Borat).
Autori a Hollywood
Nel sesto e nel settimo capitolo trova spazio
un’ampia riflessione sul cinema d’autore, esistente
persino a Hollywood, in un sistema «storicamente
poco propenso alla libertà individuale del regista»
e in cui «l’autorialità rientra spesso e volentieri
nel gioco dell’industria culturale», come una sorta
di marchio che diventa «parte integrante delle
strategie di promozione del prodotto
cinematografico».
Menarini distingue due categorie di autori: quelli
“canonizzati”, dalla New Hollywood a chi ha esordito
intorno agli anni Ottanta (come Woody Allen, Tim
Burton, i fratelli Coen, Francis Ford Coppola, Brian
De Palma, Clint Eastwood, Spike Lee, Michael Mann,
Martin Scorsese, Oliver Stone) e gli autori più
recenti, esplosi negli anni Novanta e Duemila (Paul
Thomas Anderson, Wes Anderson, Sofia Coppola, Michel
Gondry, Charlie Kaufman, Spike Jonze, Alexander
Payne,Robert Rodriguez, Steven Soderbergh, Quentin
Tarantino).
Il cinema infinito
L’ottavo capitolo affronta il tema della serialità,
che sempre di più caratterizza il cinema
statunitense e sembra assurgere a strategia per far
fronte alla concorrenza spietata degli altri mezzi
di comunicazione, contrassegnati da un grado
spiccato di serializzazione, soprattutto domestica.
«Non potendo inseguire la “duratività” […] del
prodotto televisivo […], il cinema va alla ricerca
di una nobilitazione della serialità stessa. […] Il
fenomeno portante del decennio riguarda il
cosiddetto “comics to film”, da noi ribattezzato “cinefumetto”»,
che mostra due vantaggi non trascurabili:
«L’universo seriale dei supereroi su carta
rappresenta in partenza un serbatoio infinito» e in
più l’apporto del «digitale applicato agli effetti
speciali ha finalmente permesso il compimento di
mondi iconografici precedentemente irrealizzabili».
Ne sono esempi le serie di Spider-Man,
Batman, X-Men, I Fantastici quattro,
Iron Man.
Questione di stile
Il nono capitolo si occupa di stile, in particolare
quello degli autori che riescono a essere
indipendenti e a mantenere un proprio marchio di
fabbrica creativo pienamente riconoscibile, senza
lasciarsi imbrigliare dalle leggi di una produzione
votata al denaro. Rientra in questo ristretto gruppo
di maestri, senza ombra di dubbio, David Lynch, che
«ha trasportato il cinema in una dimensione sempre
più astratta e indicibile», «modificando
radicalmente le abitudini percettive dello
spettatore nei confronti della materia
cinematografica e giungendo a un’arte
de-territorializzata (cinema? videoarte? esperimento
audiovisivo?), che ha però al centro il consueto
mistero prodotto dalle immagini in movimento, ovvero
la straordinaria capacità evocativa e ipnagogica che
esse possiedono».
Menarini individua poi due standard narrativi e
formali identificabili nella produzione filmica
statunitense di questi anni. In primo luogo, vi è il
cosiddetto “studio chic”, cioè i lavori più eleganti
e colti, pensati «non tanto per ottenere grandi
incassi […] quanto per mietere premi Oscar e
riconoscimenti ufficiali, per poi divenire long
seller dell’home video e garantire una fama di
“qualità” al marchio produttivo che ne ha garantito
l’esistenza» (come The Millionaire, 2008, di
Danny Boyle). In seconda battuta, troviamo lo “stile
Sundance”, vale a dire il cinema indipendente, che
spesso trionfa al festival omonimo di Robert
Redford, che ha lanciato registi come i citati
Rodriguez, Soderbergh e Tarantino, nonché Gregg
Araki, Todd Haynes, Richard Linklater, Kevin Smith e
Gus Va Sant. Le pellicole indie hanno
caratteristiche comuni: «Presentano già in partenza
un’aria dimessa, una narrazione sottotono, una
ricerca di situazioni paradossali o “freak”, in
grado talvolta di riempire i vuoti della messa in
scena, con predilezione […] di condizioni umani
liminari, fino a sfiorare il grottesco».
Il cinema dopo il cinema
Il decimo e ultimo capitolo getta uno spiraglio di
luce su quello che potrebbe essere il futuro
prossimo dell’universo cinematografico, un futuro
che si sta già manifestando sotto le vesti del
fenomeno 3D, con il suo obiettivo dichiarato di
trasformare la presenza dello spettatore in sala in
un evento imperdibile e irripetibile in contesti di
fruizione filmica differenti. Secondo l’autore, «lo
sfondamento delle due dimensioni in nome della
profondità risponde al desiderio di immersione da
parte dello spettatore, e quindi di un potenziamento
dell’aspetto ludico del cinema a dispetto di quello
riflessivo».
Colui che, per il momento, è riuscito a volgere a
suo favore, meglio di ogni altro, questa
caratteristica del 3D è indubbiamente James Cameron
che, con il suo Avatar (2009), ha saputo
coniugare la potenza di una tecnologia digitale
iper-spettacolare con un impianto narrativo che più
classico e tradizionale non si potrebbe, superando
in poco tempo il suo precedente lavoro, Titanic
(1997), nella classifica dei migliori incassi di
tutti i tempi.
Ma il cinema ci ha sempre riserbato grandi sorprese
e non è detto che il futuro sia già arrivato. Del
resto, per citare l’autore, il marine storpio
protagonista di Avatar, «chiuso in una bara a
sognare se stesso mentre scorrazza su verdi prati
attraverso un corpo libero e potenziato, somiglia
tanto a noi spettatori, seduti in sala, perplessi,
in attesa di capire cosa ci porterà in dote il nuovo
decennio».
Annalice Furfari
(www.excursus.org,
anno II, n. 17, dicembre 2010)
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