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«Gli storici devono ai collezionisti molto più di
quanto ammettiamo». Sono proprio loro a salvare
«testimonianze che altrimenti andrebbero perse nel
baratro della memoria». L’opinione espressa da
Arthur M. Schlesinger Jr., insigne conoscitore del
Novecento, contiene una grande verità: senza la
caparbia e l’abnegazione degli appassionati di
oggetti antichi, la conoscenza del passato sarebbe
molto meno profonda e tanti piccoli tesori
regalatici da epoche lontane sprofonderebbero
irrimediabilmente nell’oblio. Non è, quindi, un caso
se l’affermazione dell’illustre storico statunitense
è stata impressa sul cartellone di benvenuto che ha
introdotto i visitatori alla scoperta di una mostra
curiosa, unica nel suo genere in Italia, allestita a
Reggio Calabria nelle festività natalizie e fino al
16 gennaio scorso. Emblematico il titolo
dell’esposizione, predisposta nella suggestiva
cornice di Villa “Genoese Zerbi”:
“Auguri nel tempo”. Protagonisti sono stati,
infatti, oltre 3.000 biglietti natalizi e carte
augurali d’epoca. Tutti raccolti negli anni dalla giornalista reggina
Lucia Federico, che ci ha
spiegato il senso di una mostra così particolare.
Come le è venuto in mente di realizzare
“Auguri nel tempo”?
L’idea è
nata quasi per caso.
Quando ho iniziato a
collezionare questi biglietti non sapevo con
esattezza cosa ne avrei fatto. È sempre stata una
mia passione, una di quelle che sorgono
spontaneamente, senza un vero motivo, forse perché,
a livello inconscio, ci ricordano episodi legati
all’infanzia. Tutto è iniziato 25 anni fa: ero a
passeggio tra le bancarelle di un mercatino
bolognese, quando la mia attenzione fu colpita da
una cartolina natalizia degli anni Trenta. Vi era
disegnata una bambina accanto a un albero di Natale.
Mi sentii subito attratta, forse perché ricordava me
da piccola. In fondo, questa immagine del Natale era
sepolta in un angolo del mio cuore e la vista di
quel biglietto ha fatto riaffiorare sentimenti,
emozioni, sensazioni che avevo messo da parte. Fu
così che cominciai a collezionare carte augurali,
acquistandole nei mercatini sparsi per il mondo.
Quale fu il
momento in cui questo hobby si trasformò in qualcosa
di più serio?
Il passo immediatamente
successivo fu documentarmi sulla storia e sul
significato dei biglietti raccolti. Ecco come
scoprii l’affascinante mondo vittoriano. Infatti, il
primo biglietto di Natale fu realizzato a Londra nel
1843, quando Sir Henry Cole, scrittore, giornalista
ed editore, escogitò un modo nuovo per inviare gli
auguri ad amici e parenti, anziché usare, come da
consuetudine, la carta da lettera già decorata o i
biglietti da visita su cui applicare motivi
natalizi. Sir Cole si affidò al disegnatore John
Calcott Horsley, membro della Royal Academy.
Quest’ultimo realizzò un cartoncino colorato a mano,
con un trittico come soggetto: su uno sfondo dal
colore seppia scuro, tre immagini affiancate,
raffiguranti una famiglia intorno a una tavola
imbandita e ai lati le opere di carità.
L’illustrazione era accompagnata dall’augurio,
diventato ormai un classico: “Buon Natale e felice
anno nuovo”. Il biglietto venne poi stampato in
1.000 copie, messe in vendita al costo di uno
scellino ciascuna. Si trattava di un prezzo molto
alto per l’epoca, che fa pensare al tentativo, da
parte di Sir Cole, di creare una nuova opportunità
commerciale e non soltanto un modo per risparmiare
tempo nell’inviare gli auguri per le festività
natalizie. L’idea piacque molto alla Regina
Vittoria, che governò l’Inghilterra dal 1837 al
1901. La sovrana iniziò a spedire quei biglietti a
parenti e amici: fu proprio grazie a lei che
quest’usanza divenne popolare.
Come si evolse la storia
delle carte augurali?
Da quel 1843 passarono oltre 20
anni perché i biglietti cominciassero a diffondersi,
prima in Inghilterra ed Europa, poi negli Stati
Uniti. Fu fondamentalmente uno il motivo di questo
ritardo nell’evoluzione: fino all’introduzione del
processo di cromolitografia, nel 1860, la produzione
delle carte augurali fu molto costosa, così come
erano alte le tariffe postali. In secondo luogo,
furono la nascita del francobollo, il famoso “Penny
Black”, e l’utilizzo della busta che
rivoluzionarono, a partire dal 1840, il sistema
della corrispondenza e contribuirono alla diffusione
dei biglietti. Tra il 1850 e il 1860, però, il
numero dei biglietti di Natale inviati per posta era
irrilevante. Solo dal 1870 cominciò ad aumentare,
anno dopo anno, fino a raggiungere, intorno al 1880,
i milioni di invii, tanto che le Poste furono
costrette, per ragioni pratiche, a stampare sulle
buste l’avvertenza: “Spedire presto per Natale”.
Quali sono state le
caratteristiche della mostra allestita a Reggio
Calabria?
Al centro dell’esposizione c’era
l’universo vittoriano. La mia collezione è, infatti,
ricchissima di biglietti stampati in Inghilterra tra
il 1860 e il 1890. Proprio in questo periodo, le
famiglie usavano raccoglierli e collezionarli. Era
un autentico hobby. Nei salotti delle case facevano
bella mostra gli album, i cosiddetti scrapbooks,
in cui venivano conservati biglietti, ritagli di
giornale, poesie, decorazioni di carta.
Nell’Inghilterra vittoriana trionfano la
raffinatezza e l’eleganza delle carte augurali:
biglietti con inserti di seta, velluto, nastri,
frange, merletti di carta dorata o argentata,
intagli, cordoncini. La mostra curata a Villa
“Genoese Zerbi”, però, presentava anche diversi
biglietti stampati in Germania e negli Stati Uniti,
soprattutto nel XIX secolo.
La struttura dell’esposizione
seguiva un percorso temporale e tematico, sviluppato
per sezioni: le prime carte augurali (la più antica
è del 1833), donne e ventagli, bambini e giochi, il
primo Novenceto, le Grandi Guerre, la Natività, il
Natale negli Stati Uniti. Una sala era poi dedicata
ai calendari: oltre 200, in cromolitografia, di
tutte le forme e dimensioni e appartenenti a
svariati periodo storici. Non mancavano neppure le
curiosità, come i biglietti augurali di presidenti
degli Stati Uniti, da John Kennedy a Lyndon B.
Johnson, da Richard Nixon a Bush padre e figlio, da
Bill Clinton a Barack Obama. Vi erano, infine, le
carte pubblicitarie con cui i commercianti
accompagnavano la vendita dei loro prodotti in
occasione delle festività, biglietti da visita,
calendarietti, telegrammi, letterine, presepi di
carta, stampe ed edizioni natalizie dei più
importanti giornali inglesi e americani del 1800.
Che ci dice
dell’allestimento?
Puntava a ricreare
l’ambientazione inglese del periodo vittoriano,
grazie al mobilio concesso dall’antiquaria Daniela
Ziino Colanino. La scenografia era completata da
antichi giocattoli, raffinati ventagli, accessori,
album di fotografie, libri, piccoli oggetti
d’arredamento. Un vero e proprio vezzo il grammofono
del 1920, messo a disposizione dal collezionista
Giuseppe Nicolò, che consentiva al visitatore di
ascoltare i dischi originali più in voga all’epoca.
Vi era poi una curiosissima collezione di spille
americane degli anni ’40, a forma di albero di
Natale, concessa dal collezionista Ninni De Salvo,
e, per finire, i presepi artistici del maestro
reggino Ninì Sapone e la Natività allestita, con
statuine del XIX secolo, da Luciano Schepis. Un
percorso a ritroso nel tempo, che spingeva il
visitatore a riscoprire la genuinità e il fascino
delle festività del 25 dicembre e di fine anno,
assaporando il gusto di riti e tradizioni
dimenticati e rivivendo, attraverso le immagini e le
grafie un po’ sbiadite, i sentimenti e le emozioni
che ancora oggi rendono magiche queste ricorrenze.
Propositi per il futuro?
Era giusto esporre i biglietti
raccolti nella mia città, Reggio Calabria. Però non
nego che mi piacerebbe tantissimo riuscire a portare
la mostra in giro per l’Italia, anche perché si
tratta di una collezione unica nel suo genere. Spero
davvero di riuscire a realizzare anche quest’altro
piccolo sogno nel cassetto…
Annalice Furfari
(www.excursus.org,
anno II, n. 19, febbraio 2011)
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