Anno I             n. 1                    Agosto 2009

Alcuni libri sono immeritatamente dimenticati; nessuno è ricordato immeritatamente (Wystan Hugh Auden)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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ARCHIVIO - Culturalmente...

 

 Un incontro imprevisto:

 De Andrè e Lee Masters

 di Maria Ficarra e Roberto La Fauci

 Quando il cantautore genovese  

 musicò i versi dell'Antologia.

 E nacque un grande capolavoro

 

 

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In tutta la storia dell’umanità ci è sempre capitato di sentir narrare vicende di uomini che hanno combattuto per un ideale o, più semplicemente, che sono andati controcorrente rispetto al torbido fiume della collettività che tende a massificarsi in usi e costumi, al fine di mantenere intatta la cornice di buona civiltà. Noi per primi abbiamo sempre ripetuto, più a noi stessi che al mondo circostante, che è molto più facile seguire la fluida corrente piuttosto che rimboccarsi le maniche ed allenare i muscoli per remare in direzione contraria.

È per questo che vogliamo porre l’attenzione su due personaggi vissuti in periodi diversi e che per diverse motivazioni si sono trovati ad affrontare mari in tempesta per esprimere il loro pensiero. Stiamo parlando esplicitamente di Edgar Lee Masters (1868-1950) e Fabrizio De Andrè (1940-1999): due artisti che hanno avuto in comune, pur non sapendolo, un libro ed un disco.

 

Lee Masters, nel 1914-1915, scrisse una serie di poesie sotto forma di epitaffi, che pubblicò regolarmente su un giornale, e che poi riunì in una raccolta che prese il nome di Antologia di Spoon River: Il titolo fu ispirato dal fiume Spoon e dal cimitero di Oak Hill della cittadina di Lewiston, dove egli visse durante la sua giovinezza. Quest’opera, pubblicata inizialmente negli Stati Uniti sotto lo pseudonimo di Webster Ford, destò subito scalpore perché i 244 personaggi, suddivisi in 19 storie, non solo erano reali ma, soprattutto, durante l’uscita in stampa, erano ancora in vita. Il motivo principale per cui Lee Masters scrisse questa raccolta, fu il desiderio di contrastare il perbenismo ipocrita di cui era intrisa la cittadina; sebbene il volume ebbe un discreto successo in ambito letterario, la sua posizione come cittadino fu notevolmente minata.

Passarono gli anni e nel 1943 l’Antologia sbarcò in Italia grazie alle traduzioni di Fernanda Pivano: trovandoci nel Ventennio fascista, dove l’arte in genere, e soprattutto quella americana, non veniva vista di buon occhio, il titolo fu modificato in Antologia di S. River, dove le poesie furono fatte passare per una raccolta di pensieri di un certo “San River”. Le tematiche trattate comunque andavano contro il convenzionalismo del governo e contro la guerra: per questo motivo la Pivano fu arrestata.

L’Antologia ha influenzato, negli anni seguenti, diversi artisti tra cui Francesco Guccini che, semplicemente, menzionò Lee Masters nella sua Canzone per Piero, e William Willinghton, un fotografo statunitense che si recò appositamente nei luoghi citati in Spoon River e creò una raccolta, Spoon River, ciao in cui venne raccontata l’Antologia per immagini, affiancate da testi inediti della Pivano.

Anche il grande cantautore Fabrizio De Andrè, il quale dichiarò di aver letto per la prima volta l’Antologia a 18 anni e di essere stato particolarmente colpito dalle traduzioni della Pivano, creò un capolavoro ispirandosi ad alcune storie in essa contenute.

 

Il disco in questione si intitola Non al denaro, non all’amore né al cielo e viene realizzato come un “concept-album”: tutte le canzoni sono accomunate da un tema e si sviluppano attorno ad esso. Le nove poesie scelte per essere trasformate in canzoni possono essere suddivise in due gruppi in base alla tematica trattata, ovvero l’invidia e la scienza.

Un matto, Un giudice, Un blasfemo, Un malato di cuore toccano il tema dell’invidia; Un medico, Un chimico, Un ottico, come si evince dai titoli, affrontano quello della scienza. La canzone d’apertura, Dormono sulla collina, che è anche l’incipit del libro, rappresenta un’introduzione all’intero disco: qui troviamo un personaggio, il suonatore Jones, che verrà poi ripreso alla fine del lavoro.

 

Dal punto di vista testuale, si può parlare di una vera e propria trasformazione poiché, come lo stesso De Andrè dichiarò in un’intervista realizzata dalla Pivano, i testi e le idee del 1914 dovevano essere adattate ai problemi della realtà a lui contemporanea.

Egli prende così spunto dalla realtà piccolo borghese americana degli inizi del Novecento, per illustrare e criticare le invidie, il cinismo, la crudeltà e le discriminazioni della società in cui vive. Ogni strofa che potrebbe sembrare legata alla realtà di una cittadina statunitense, può essere anche usata come lente critica per le piccole meschinità personali della borghesia nell’Italia di fine anni Sessanta (e forse anche di oggi).

Questa ambivalenza temporale è creata soprattutto dall’accompagnamento musicale e dalla scelta (felicissima) degli arrangiamenti, dovuti in gran parte alla maestria di Nicola Piovani (futuro Premio Oscar per la colonna sonora de La vita è bella) e a uno straordinario team di musicisti (tra i quali Dino Asciolla, Edda Dell’Orso, Vittorio De Scalzi e Maurizio Majorana), che vestono i versi del cantautore genovese con atmosfere ora inquietanti ora leggere e spensierate, ma tutte comunque intrise delle sonorità tipiche dei film “spaghetti western” (alla Morricone).

 

L’incipit del disco è inquietante, la tetra tessitura dei violini, contrappuntata dal basso elettrico, dalle campane e da una lancinante chitarra elettrica ci immerge immediatamente in un’ atmosfera cimiteriale: sembra quasi di vedere le lapidi con sopra i nomi citati dalla voce cupa e desolata di De Andrè, che li passa in rassegna uno ad uno fino ad esplodere in quel lamentoso “dormono sulla collina” che diventa subito preghiera e lamento, tetro filo conduttore dell’intero disco. Morbide e originali, le orchestrazioni di Piovani trasportano l’ascoltatore attraverso le scintillanti chitarre folk di Un matto, ballata ironica dal testo attualissimo; toni ironici che persistono e si fanno più amari in Un giudice, grottesca storia del nano che diventa giudice per vendicarsi della sua infelicità. Da qui si scivola in Un blasfemo, quasi un minuetto, paradossalmente triste e rassegnato, dove spicca l’uso del clavicembalo, che dà un tono settecentesco alla composizione, insieme con ispirati interventi di arghilofono.

 

L’ascoltatore giunge così all’incantato incipit di Un malato di cuore, in cui la storia raccontata da De Andrè viene sostenuta da una batteria che cresce pian piano fino ad esplodere in un ritmo trascinante che somiglia al respiro di una locomotiva a vapore (interessante è anche l’uso della voce della Dell’Orso, già prediletta di Ennio Morricone per le sue colonne sonore). Attraversando la commovente Un medico (in un classico stile “De Andrè” prima maniera) poi, ci si adagia sulla voce morbida e vagamente country che l’artista sfoggia nella dolcissima Un chimico, dove ricompaiono sia le chitarre folk già ascoltate in Un matto, sia la voce incantata della Dell’Orso.

 

Siamo arrivati quasi alla fine del disco e qui troviamo Un ottico, perla di psichedelica in cui lo “spacciatore di lenti” ci guida da un’atmosfera bandistica da “fiera di paese” fino ad un allucinato ed ipnotico momento onirico, condito ad arte da suoni acidi e originalissimi; infatti, le liriche, che qui diventano più visionarie, sono confuse da un uso sapiente dell’eco in fase di missaggio e quasi sommerse da sussurri, sospiri e da un uso del coro che ricorda le tragedie greche. È infatti questo il pezzo senza ombra di dubbio più audace dal punto di vista musicale (sconcertante l’intervento brevissimo di una fuzz-guitar che richiama le atmosfere progressive tanto in voga fra le band d’avanguardia in quei primi anni Settanta) e dal punto di vista lirico: ne scaturisce così uno strano ma ben riuscito accostamento tra musica psichedelica e cantautorato italiano. Il suonatore Jones (personaggio già citato in Dormono sulla collina) conclude l’album: malinconica ballata il cui testo è la parafrasi della vita di un musicista squattrinato e sregolato (personaggio in cui, forse, lo stesso De Andrè si identifica, dato il trasporto con cui canta questo ultimo brano).

 

Capolavoro indiscusso della musica italiana colta, questo disco è stato modello per generazioni di musicisti e cantautori con il suo potere rievocativo, con i suoi testi poetici e sognanti, con la sua ricerca sonora ardita e intelligente ma mai eccessiva.

“Ispirazione diffusa” che è giunta fino a noi producendo un caso più unico che raro di cover dell’intero album nel 2005: infatti Morgan, poliedrico musicista ed autore dei giorni nostri, ha riproposto l’intero long playing (con l’approvazione e l’aiuto di Dori Grezzi, compagna storica del cantautore genovese) riaccendendo i riflettori su questa pietra miliare della musica made in Italy.

A chiusura di questo nostro scritto, con cui si è voluto ricordare De Andrè a dieci anni dalla scomparsa, ci sembra perfetto riportare un brano tratto da Un chimico.

 

Primavera non bussa lei entra sicura

Come il fumo lei penetra in ogni fessura

Ha le labbra di carne i capelli di grano

Che paura, che voglia che ti prenda per mano

Che paura, che voglia che ti porti lontano

 

Maria Ficarra e Roberto La Fauci

 

(www.excursus.org, anno I, n. 1, agosto 2009)

                             

                 

 

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Linda Basile, Maria Ficarra, Annalice Furfari, Marco Gatto, Serena Intelisano, Giuseppe Martino, Antonella Rosanova

 

 

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