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In tutta la storia dell’umanità ci è sempre capitato
di sentir narrare vicende di uomini che hanno
combattuto per un ideale o, più semplicemente, che
sono andati controcorrente rispetto al torbido fiume
della collettività che tende a massificarsi in usi e
costumi, al fine di mantenere intatta la cornice di
buona civiltà. Noi per primi abbiamo sempre
ripetuto, più a noi stessi che al mondo circostante,
che è molto più facile seguire la fluida corrente
piuttosto che rimboccarsi le maniche ed allenare i
muscoli per remare in direzione contraria.
È per questo che vogliamo porre l’attenzione su due
personaggi vissuti in periodi diversi e che per
diverse motivazioni si sono trovati ad affrontare
mari in tempesta per esprimere il loro pensiero.
Stiamo parlando esplicitamente di Edgar Lee Masters
(1868-1950) e Fabrizio De Andrè (1940-1999): due
artisti che hanno avuto in comune, pur non
sapendolo, un libro ed un disco.
Lee Masters, nel 1914-1915, scrisse una serie di
poesie sotto forma di epitaffi, che pubblicò
regolarmente su un giornale, e che poi riunì in una
raccolta che prese il nome di Antologia di Spoon
River: Il titolo fu ispirato dal fiume Spoon e
dal cimitero di Oak Hill della cittadina di
Lewiston, dove egli visse durante la sua giovinezza.
Quest’opera, pubblicata inizialmente negli Stati
Uniti sotto lo pseudonimo di Webster Ford, destò
subito scalpore perché i 244 personaggi, suddivisi
in 19 storie, non solo erano reali ma, soprattutto,
durante l’uscita in stampa, erano ancora in vita. Il
motivo principale per cui Lee Masters scrisse questa
raccolta, fu il desiderio di contrastare il
perbenismo ipocrita di cui era intrisa la cittadina;
sebbene il volume ebbe un discreto successo in
ambito letterario, la sua posizione come cittadino
fu notevolmente minata.
Passarono gli anni e nel 1943 l’Antologia
sbarcò in Italia grazie alle traduzioni di Fernanda
Pivano: trovandoci nel Ventennio fascista, dove
l’arte in genere, e soprattutto quella americana,
non veniva vista di buon occhio, il titolo fu
modificato in Antologia di S. River, dove le
poesie furono fatte passare per una raccolta di
pensieri di un certo “San River”. Le tematiche
trattate comunque andavano contro il
convenzionalismo del governo e contro la guerra: per
questo motivo la Pivano fu arrestata.
L’Antologia ha influenzato, negli anni
seguenti, diversi artisti tra cui Francesco Guccini
che, semplicemente, menzionò Lee Masters nella sua
Canzone per Piero, e William Willinghton, un
fotografo statunitense che si recò appositamente nei
luoghi citati in Spoon River e creò una
raccolta, Spoon River, ciao in cui venne
raccontata l’Antologia per immagini,
affiancate da testi inediti della Pivano.
Anche il grande cantautore Fabrizio De Andrè, il
quale dichiarò di aver letto per la prima volta l’Antologia
a 18 anni e di essere stato particolarmente colpito
dalle traduzioni della Pivano, creò un capolavoro
ispirandosi ad alcune storie in essa contenute.
Il disco in questione si intitola Non al denaro,
non all’amore né al cielo e viene realizzato
come un “concept-album”: tutte le canzoni
sono accomunate da un tema e si sviluppano attorno
ad esso. Le nove poesie scelte per essere
trasformate in canzoni possono essere suddivise in
due gruppi in base alla tematica trattata, ovvero
l’invidia e la scienza.
Un matto,
Un giudice, Un blasfemo, Un malato di
cuore toccano il tema dell’invidia; Un medico,
Un chimico, Un ottico, come si evince dai
titoli, affrontano quello della scienza. La canzone
d’apertura, Dormono sulla collina, che è
anche l’incipit del libro, rappresenta
un’introduzione all’intero disco: qui troviamo un
personaggio, il suonatore Jones, che verrà poi
ripreso alla fine del lavoro.
Dal punto di vista testuale, si può parlare di una
vera e propria trasformazione poiché,
come lo stesso De Andrè dichiarò in un’intervista
realizzata dalla Pivano, i testi e le idee del 1914
dovevano essere adattate ai problemi della realtà a
lui contemporanea.
Egli prende così spunto dalla realtà piccolo
borghese americana degli inizi del Novecento, per
illustrare e criticare le invidie, il cinismo, la
crudeltà e le discriminazioni della società in cui
vive. Ogni strofa che potrebbe sembrare legata alla
realtà di una cittadina statunitense, può essere
anche usata come lente critica per le piccole
meschinità personali della borghesia nell’Italia di
fine anni Sessanta (e forse anche di oggi).
Questa ambivalenza temporale è creata soprattutto
dall’accompagnamento musicale e dalla scelta
(felicissima) degli arrangiamenti, dovuti in gran
parte alla maestria di Nicola Piovani (futuro Premio
Oscar per la colonna sonora de La vita è bella)
e a uno straordinario team di musicisti (tra i quali
Dino Asciolla, Edda Dell’Orso, Vittorio De Scalzi e
Maurizio Majorana), che vestono i versi del
cantautore genovese con atmosfere ora inquietanti
ora leggere e spensierate, ma tutte comunque intrise
delle sonorità tipiche dei film “spaghetti western”
(alla Morricone).
L’incipit del disco è inquietante, la tetra
tessitura dei violini, contrappuntata dal basso
elettrico, dalle campane e da una lancinante
chitarra elettrica ci immerge immediatamente in un’
atmosfera cimiteriale: sembra quasi di vedere le
lapidi con sopra i nomi citati dalla voce cupa e
desolata di De Andrè, che li passa in rassegna uno
ad uno fino ad esplodere in quel lamentoso “dormono
sulla collina” che diventa subito preghiera e
lamento, tetro filo conduttore dell’intero disco.
Morbide e originali, le orchestrazioni di Piovani
trasportano l’ascoltatore attraverso le scintillanti
chitarre folk di Un matto,
ballata ironica dal testo attualissimo; toni ironici
che persistono e si fanno più amari in Un giudice,
grottesca storia del nano che diventa giudice per
vendicarsi della sua infelicità. Da qui si scivola
in Un blasfemo, quasi un minuetto,
paradossalmente triste e rassegnato, dove spicca
l’uso del clavicembalo, che dà un tono settecentesco
alla composizione, insieme con ispirati interventi
di arghilofono.
L’ascoltatore giunge così all’incantato incipit di
Un malato di cuore, in cui la storia
raccontata da De Andrè viene sostenuta da una
batteria che cresce pian piano fino ad esplodere in
un ritmo trascinante che somiglia al respiro di una
locomotiva a vapore (interessante è anche l’uso
della voce della Dell’Orso, già prediletta di Ennio
Morricone per le sue colonne sonore). Attraversando
la commovente Un medico (in un classico stile
“De Andrè” prima maniera) poi, ci si adagia sulla
voce morbida e vagamente country che
l’artista sfoggia nella dolcissima Un chimico,
dove ricompaiono sia le chitarre folk già ascoltate
in Un matto, sia la voce incantata della
Dell’Orso.
Siamo arrivati quasi alla fine del disco e qui
troviamo Un ottico, perla di psichedelica in
cui lo “spacciatore di lenti” ci guida da
un’atmosfera bandistica da “fiera di paese” fino ad
un allucinato ed ipnotico momento onirico, condito
ad arte da suoni acidi e originalissimi; infatti, le
liriche, che qui diventano più visionarie, sono
confuse da un uso sapiente dell’eco in fase di
missaggio e quasi sommerse da sussurri, sospiri e da
un uso del coro che ricorda le tragedie greche. È
infatti questo il pezzo senza ombra di dubbio più
audace dal punto di vista musicale (sconcertante
l’intervento brevissimo di una fuzz-guitar
che richiama le atmosfere progressive tanto
in voga fra le band d’avanguardia in quei primi anni
Settanta) e dal punto di vista lirico: ne scaturisce
così uno strano ma ben riuscito accostamento tra
musica psichedelica e cantautorato italiano. Il
suonatore Jones (personaggio già citato in
Dormono sulla collina) conclude l’album:
malinconica ballata il cui testo è la parafrasi
della vita di un musicista squattrinato e sregolato
(personaggio in cui, forse, lo stesso De Andrè si
identifica, dato il trasporto con cui canta questo
ultimo brano).
Capolavoro indiscusso della musica italiana colta,
questo disco è stato modello per generazioni di
musicisti e cantautori con il suo potere
rievocativo, con i suoi testi poetici e sognanti,
con la sua ricerca sonora ardita e
intelligente ma mai eccessiva.
“Ispirazione diffusa” che è giunta fino a noi
producendo un caso più unico che raro di cover
dell’intero album nel 2005: infatti Morgan,
poliedrico musicista ed autore dei giorni nostri, ha
riproposto l’intero long playing (con
l’approvazione e l’aiuto di Dori Grezzi, compagna
storica del cantautore genovese) riaccendendo i
riflettori su questa pietra miliare della musica
made in Italy.
A chiusura di questo nostro scritto, con cui si è
voluto ricordare De Andrè a dieci anni dalla
scomparsa, ci sembra perfetto riportare un brano
tratto da Un chimico.
Primavera non bussa lei entra sicura
Come il fumo lei penetra in ogni fessura
Ha le labbra di carne i capelli di grano
Che paura, che voglia che ti prenda per mano
Che paura, che voglia che ti porti lontano
Maria Ficarra e Roberto La Fauci
(www.excursus.org,
anno I, n. 1, agosto 2009)
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