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Zurigo, marzo 2010.
Dalla Bahnhofstrasse si svolta a destra, dopo
essersi lasciati sulla sinistra la Rennweg, sulla
Füsslistrasse. Ha qui sede la Orell Füssli, libreria
omologa alla nostra Feltrinelli. Siamo a Zurigo, la
città più “città” della Svizzera. E siamo in un
Paese in cui l’italiano è lingua ufficiale, e dove
l’emigrazione nostrana ha avuto ampio sbocco, e si
manifesta ancor oggi in spazi pubblici di una
comunità trasposta: Casa d’Italia, il
ristorante dall’antica tradizione socialista
Cooperativo; ma anche, in dimensioni meno
misurabili, nei capannelli di pensionati che
chiacchierano a Schwamendingerplatz.
L’italiano,
tuttavia, ha una presenza ridotta in questa parte
tedesca di Svizzera. Lingua di una regione marginale
nell’economia elvetica, Ticino e parte dei Grigioni,
è solitamente trascurata a vantaggio dell’egemone
tedesco, o del comunque più diffuso francese (solo
il romancio, ovviamente, segue il Sì). Semmai
è l’inglese, oggi, la terza lingua svizzera. Non a
caso esistono, nel centro di Zurigo, altre due
grandi Orell Füssli: una bookshop e una
livrarie, con libri solo in inglese e in
francese. Per trovare una libreria tutta italiana
bisogna spingersi verso Helvetiaplatz, zona di
antica immigrazione (e oggi di locali alternativi),
dove una gentile signora tiene in vita un piccolo
negozio. Esiste poi un’altra libreria dedicata alle
lingue romanze, a ridosso dell’Università, così come
una libreria antiquaria con un vasto settore di
usato, anche di libri italiani.
Tuttavia è Orell
Füssli, per noi, il campione più rappresentativo: un
grande store (con Starbucks annesso), esempio
locale del modello dominante a livello globale, dove
si può osservare in un rilievo più marcato il
borsino del canone, il club delle inclusioni nella
società dei consumi, e le esclusioni parlanti
d’altro: della difficoltà della traduzione e della
diffusione su una scala più larga di una tradizione
letteraria, anche recente, un poco più avanzata, un
poco più ostica al palato del lettore.
Scegliamo Orell
Füssli, allora, fidando nel fatto che il “catalogo”
disponibile, in traduzione, in una grande libreria
come questa corrisponda alla media delle richieste,
al netto delle “rese”. Secondo un circolo vizioso,
naturalmente, tra domanda e offerta.
Per casuale
priorità, scorriamo i dorsi dei classici. Avanza,
garantita per ufficio, la trinità delle “corone”:
Dante-Boccaccio-Petrarca, con un significativo
sbilanciamento, per numero di edizioni, verso i
primi due: Commedia e Decameron,
tuttavia, niente più (seppure in eleganti,
prestigiose vesti). Il Petrarca deve accontentarsi,
con la sua Laura, di una riduzione antologica, salvo
riscattarsi poi altrove con un bel volumetto giallo
Reclam, un Canzoniere supereconomico,
bilingue e tutto intero (doppiando poi la
soddisfazione con una Ascesa al Monte Ventoso
in Edizione Insel, magnifica, compagno di
Michelangelo poeta e di Casanova epistolografo). Si
saltano poi (a parte l’esplorazione
geografico-linguistica di Marco Polo, e l’Ariosto
cavalleresco messo in racconto dal probabilmente più
celebre Calvino) quattro secoli di silenzio e
sparizioni (mentre altrove risuonano le voci,
alemannizzate, di Rabelais, Shakespeare, Cervantes,
Chaucer, Sterne, e poi dei romanzieri francesi e
russi, e di Goethe, e così via per le strade del
canone occidentale) fino al Nievo delle
Confessioni di un italiano e al “padre” Manzoni
dei Promessi. Das ist alles. Qui
finisce la lista dei nostri classici. Non ci si
aspettava di trovare magari un Folengo, ma che dirà
il buon Leopardi di tanto ingrata “rimembranza”?
Abbordiamo quindi
il campo, maggioritario ed egemone, della narrativa
contemporanea. Dei nostri autori novecenteschi di
caratura europea si contano sparute copie di Svevo e
Pirandello. Il novero prosegue, scavallando la
guerra, con i ben più consistenti Bassani, Calvino,
Ginzburg, Moravia, Morante (La storia), il
Pasolini “corsaro”, uno Sciascia. Una formazione
piuttosto carente, in verità, che scarta voci
essenziali per un profilo più vivace della storia
letteraria novecentesca, come quelle, per fare solo
qualche nome sparso, di Tozzi, Landolfi, Savinio,
Gadda, Malerba, Celati, Manganelli e così via. Un
canone del senso comune, anche, da antologia
primaria, che trova il suo corrispettivo omologo
quando cerchiamo i nomi dei contemporanei, degli
scrittori ancora attivi. Tra di essi Eco, Camilleri,
De Carlo, Agus, Magris, lo Scarpa della guida di
Venezia, Tabucchi, Tamaro, Volo, Faletti:
praticamente un perfetto scaffale di una qualsiasi
edicola di riviera un poco fornita di una manciata
di best/long-sellers. Anche qui, nessun'ombra
delle scritture narrative più interessanti
attualmente rinvenibili in Italia: Vasta, Pugno,
Trevisan (per dirne solo tre), oppure anche, e
sorprendentemente visto il successo di pubblico
avuto, Wu Ming. Sorte peggiore capita alla poesia.
Unica (strana) occorrenza, il Pasolini “friulano”.
Tutti i nostri versi novecenteschi vanno persi; per
fare qualche esempio, in ordine sparso: Montale,
Ungaretti, Gozzano, Rebora, Rosselli, Sanguineti,
Pagliarani... Inutile infierire.
La fisiognomica che
si ricalca da questa passeggiata è, insomma,
piuttosto prevedibilmente, scarna, e soprattutto
scontata, senza sbalzi o scarti. Sarebbe da capire
se il problema è della libreria, ovvero del tipo di
libreria: grande distribuzione, grandi numeri,
grandi spazi, poche sorprese; oppure se è delle
edizioni, della loro capacità di inserimento in un
mercato estero; o ancora, nella peggiore delle
ipotesi, del pubblico; si porrebbe qui tutta una
questione di educazione, di diffusione di una
cultura alternativa e critica: un lavoro lungo, sui
tempi lunghi, di rimessa in discussione di una lunga
tradizione.
Massimiliano
Borelli
Ps: La prima tappa del nostro viaggio per le
librerie del mondo alla ricerca "dell'Italia" è
stata la Waterstone's di Londra (per leggere
l'articolo, clicca
qui), la seconda la Council Library di Brisbane
(clicca
qui).
(www.excursus.org,
anno II, n. 9, aprile 2010)
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