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In un Paese troppo abituato a dimenticare, Marco
Travaglio porta in scena il suo decennale impegno
giornalistico con un monologo teatrale dal
significativo titolo “Promemoria”, per la regia di
Ruggero Cara.
Per la sua tappa siciliana, il giornalista torinese
ha scelto il suggestivo scenario del Teatro Greco di
Taormina, tra le rovine cariche di storia e cultura
che incorniciano l’incantevole paesaggio aspro e
roccioso della nota località turistica messinese.
Il palcoscenico è semplice ed essenziale, con tre
parallelepipedi bianchi che fungeranno da sgabelli,
allineati davanti a due postazioni, dello stesso
colore, da cui Valentino Corvino e Fabrizio Puglisi
gestiscono il contributo musicale allo spettacolo,
con violino, tastiere e sintetizzatori.
Una musica stridula, acida, interrotta da
riconoscibili spezzoni audio del celebre discorso
I have a dream di Martin Luther King introducono
Marco Travaglio, in camicia bianca e pantaloni neri,
con gli immancabili appunti in mano, che consulta di
tanto in tanto a conforto della sua memoria
narrativa. Si siede nel primo sgabello di destra e
comincia la chiacchierata teatrale, dall’arresto di
Mario Chiesa nel 1992 che diede l’avvio alla
stagione di Tangentopoli. È l’inizio di tre ore e
mezza di pura narrazione giornalistica, divisa in
sette blocchi, intervallati da musica e riproduzioni
audio delle voci dei protagonisti, nel bene o nel
male, dell’Italia negli ultimi 18 anni. Lo
spettacolo sono i fatti, la cronaca, il resoconto
impietoso di un Paese che si è consegnato ad un
inesorabile destino di declino morale, culturale e
sociale.
Nel corso del monologo diventa chiaro il significato
del titolo: occorre redigere un “promemoria” di
tutti gli scandali, le menzogne, le immoralità della
nostra classe dirigente, per evitare che l’oblio
della memoria collettiva mantenga in vita un sistema
corrotto e opaco. Bisogna ricordare chi erano i
Craxi, gli Andreotti, i Forlani che nella Prima
Repubblica hanno generato un meccanismo in cui la
tangente era la norma e i pochi appalti concessi
secondo il rispetto delle regole venivano visti come
spiacevoli errori cui porre rimedio con
l’immancabile bustarella.
L’inevitabile trait d’union dei diversi
blocchi in cui è diviso lo spettacolo, comunque, è
lui, “Silvio”, che da due decenni domina la scena
politica, con la complicità di un sistema viscido,
fatto di torbidi legami con personaggi dalle dubbie
frequentazioni, provate o ipotizzate (anche
mafiose), e dell’inettitudine spesso dimostrata
dalla classe dirigente della sinistra. Travaglio non
fa sconti a nessuno. Con la sua implacabile ironia,
l’allievo dell’indimenticato Montanelli racconta
dell’insolita permanenza ad Arcore dello stalliere
(in una villa senza cavalli, come spesso precisa,
tagliente, il giornalista) Vittorio Mangano e della
“carriera” decisamente carica di ombre del senatore
Dell’Utri, colui che, come è noto, attribuisce
qualità di “eroe” al pluricondannato Mangano. Ma ce
n’è anche per la sinistra, dall’inciucio tra D’Alema
e Berlusconi ai tempi della Bicamerale,
all’incapacità sovente dimostrata dai politici del
Pds/Ds e dell’attuale Partito Democratico di opporsi
seriamente al sistema berlusconiano delle leggi
ad personam e dell’attacco infamante alle
istituzioni. Infatti, come ricorda Travaglio,
“Silvio” è riuscito a rinascere per ben due volte
dalle ceneri delle sue fallimentari esperienze
governative, spesso grazie anche all’inconsistenza e
ad una certa propensione all’autolesionismo politico
dei vari Bertinotti, Fassino, Veltroni, per citarne
solo alcuni.
Se la realtà è tragica, tuttavia, Travaglio è abile
a vestirla con la sua amara ironia con cui cattura
sapientemente l’attenzione del pubblico. È difficile
trattenere le risate di fronte a certi episodi come
quello della visita guidata di Berlusconi a
Montanelli presso il suo pacchiano mausoleo funebre
nella villa di Arcore. Sembra quasi di vederlo,
Montanelli alto, ieratico, accanto al “piccolo”
premier, orgoglioso del suo monumento dove sogna di
riposare in pace insieme agli amici Dell’Utri, Fede,
Previti. Finché, quando Berlusconi offrì al
fondatore de il Giornale un posto d’onore nel
monumento egizio, all’acuto giornalista toscano non
restò che rispondere con rassegnato umorismo: «Domine,
non sum dignus».
Il tono da denuncia dello spettacolo, sebbene rischi
talvolta di sconfinare nel giustizialismo, non
trascende mai nella mera propaganda politica.
Travaglio non vuole fare proseliti: vuole solo
raccontare i fatti, documentati dalle
testimonianze dei tribunali e da quelle
intercettazioni che una legge illiberale vuole
bloccare. Il giornalista, che il pubblico ha
imparato ad apprezzare come ospite fisso di Anno
Zero, ma anche come editorialista in numerose
riviste (tra cui L’espresso e A), ci
ricorda così qual è il senso profondo della sua
professione: informare e raccontare. Oggi, infatti,
nell’Italia dei Tg minzoliniani e delle Tv
controllate quasi per intero dal Cavaliere, fare
informazione appare quasi un atto sovversivo. La
logica della disinformazione perpetrata dal
berlusconismo ha alimentato un clima di rimozione
collettiva della memoria che consente a opachi
protagonisti della scena politica italiana di
continuare a tessere le loro torbide trame, a
scapito del bene comune.
In un contesto oscuro e drammatico, tuttavia, c’è
ancora il tempo e la ragione per continuare a
sperare. A fine spettacolo, infatti, il palcoscenico
si illumina mentre Travaglio, stavolta non più
seduto sugli sgabelli, ma in piedi, quasi in segno
di doveroso rispetto verso le personalità di cui si
appresta a parlare, ricorda gli esempi luminosi di
personaggi come Giorgio Ambrosoli, leale servitore
della Repubblica, la cui lettera alla moglie,
scritta prima di essere assassinato, sembra un
manifesto all’onestà e al senso dello Stato; di
Enrico Berlinguer, indimenticato segretario del Pci,
che denunciava già nei primi anni Ottanta la
corruzione dilagante della politica, invocando un
ritorno alla moralità, rimanendo purtroppo
inascoltato. E ancora, Indro Montanelli e il suo
giornalismo coraggioso e intransigente, Paolo
Borsellino e Giovanni Falcone con la loro lotta
alla mafia, pagata a prezzo della vita. Come ci
ricorda Travaglio, loro sì che meritano l’aggettivo
di “eroe”.
Linda Basile
Ps: La foto di Marco Travaglio è tratta dalla
copertina del libro-intervista di Claudio Sabelli
Fioretti Il
rompiballe,
pubblicato da Aliberti nel 2008.
(www.excursus.org,
anno II, n. 13, agosto 2010)
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