Anno II              n. 8                   

Marzo 2010

Liberi non sarem se non siam uni (Alessandro Manzoni)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Attualità

 

L'identità dell'Italia

affonda le sue radici

nel Risorgimento

di Gaetanina Sicari Ruffo

A dodici mesi dalla ricorrenza

dei 150 anni dall'unificazione

nazionale, continuano sempre

le liti tra paladini e detrattori

 

 

 

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Se i Padri Fondatori della nostra Repubblica avessero potuto vedere fino al nostro tempo, non avrebbero certo immaginato le polemiche sorte per la celebrazione dei 150 anni dell’Italia divenuta nazione unita. L’evento ricorrerà il 17 marzo del 2011, data che non è molto lontana, ma gli animi di una parte dei cittadini non s’inteneriscono, come si fa per un compleanno atteso, piuttosto s’inaspriscono con ricorrenti controversie.

 

Quando, nel 1861, fu varata, preconizzata dai vari Cavour, Garibaldi, Mazzini, anche se D’Azeglio quasi presago, aveva avvertito che ancora «bisognava fare gli italiani», c’era un’atmosfera di commozione e di grande gioia dopo tante lotte per aggregare una per una le varie regioni che servivano per costituire lo Stato. Il Manzoni, uno dei cantori di quell’unità che doveva andare «dal Cenisio alla balza di Scilla», non vedeva nessuna ombra di Lega padana ed era stato associato al primo Parlamento italiano. Verdi poi scioglieva i suoi splendidi inni con l’empito sublime d’una ispirazione che non conosceva secessioni.

 

Il vero problema ora è che la volontà di celebrazione non riscuote unanimi consensi, perché l’Italia è cambiata, e molto, rispetto ad un secolo e mezzo fa. Oggi è una nazione multietnica e pluriculturale con grandi problemi di consenso per l’organizzazione politica e di razionalizzazione delle risorse economiche accentuate dalla crisi in atto. Vi s’intravedono le linee d’una crescita disordinata e di un’atavica disparità del reddito procapite. Ne consegue che il tenore di vita non è uniforme e che alcuni sono cittadini di prima categoria, altri di infima. La Padania, realtà geografica inesistente, ma ben disegnata nelle menti dei suoi ideatori secessionisti, già si considera la Baviera del Sud, piuttosto che italiana, ripudiando così le sue radici e proiettandosi verso altri Paesi più altamente industrializzati, per servire ai propri particolari interessi e chiamarsi fuori dal resto del carro che arranca a procedere, carico di annose e difficili questioni che lo inceppano, pensando così di riuscire più in fretta a sottrarsi agli oneri ed alle responsabilità civili e sociali degli altri.

 

Nazionalità e nazionalismo

Serve questo cambio di registro? Dov’è andata a finire l’Italia, sempre per dirla con il grande Lombardo «una d’arme, di lingua, d’altare, di memoria, di sangue, di cor»? Qualche giovane che non ha realizzato la libertà, che l’ha tranquillamente ereditata, dice addirittura che si vergogna d’essere italiano e che vorrebbe appartenere ad una comunità diversa, libero cittadino d’un mondo senza confini nazionali. Ma ricordare l’atto di nascita d’una nazione significa nazionalismo? Non crediamo: qui le parole si sono confuse e non s’intende più il senso vero d’una appartenenza che pure dovrebbe connotarci, altrimenti non si scambierebbe la nazionalità con il nazionalismo che è uno steccato becero, divisorio, causa di guerriglia e di lacerazioni, dietro cui ci si trincera quando non si è aperti e disponibili agli altri. Perdere il valore della nazionalità è come perdere il concetto di famiglia ed essere ricacciati indietro nella preistoria indistinta e caotica d’una Babele senza nome.

 

L’appartenenza ad una nazione è come il cognome che s’aggiunge al nome per meglio identificare l’individuo per non essere semplicemente massa amorfa ed anonima. È vero che oggi tutto si vorrebbe mutato, perché ogni generazione tende a sovvertire l’esperienza precedente o, al limite, a revisionarla per giungere a scelte personali. Ma è pericoloso. Ammettiamolo pure che sia un gioco alla moda, ma potrebbe verificarsi la perdita dell’identità stessa. V’immaginate gli Stati Uniti d’America che rinunziano a chiamarsi così?

 

Dentro le armi... e fuori gli eroi

Sempre per restare nel merito di quanto sia oggi ovvio il contrasto alla tradizione, assistiamo ad una revisione consona ad un piano di organizzazione programmata che tende a modificare la storia per il puro gusto di farlo o per un preciso disegno sovversivo, senza ponderare le conseguenze.

 

Le armi di cui prima, più di un secolo e mezzo fa, si diceva servissero per ottenere la libertà, ora sono merce di traffici vergognosi contrabbandati dai criminali tra i Paesi ancora in guerra. Gli eroi? Quanto più grandi si ricorda che essi siano stati, tanto più vengono dileggiati. Non sono memorabili figure mitiche quanto briganti, assetati di vendetta senza scrupoli.

Garibaldi, l’Eroe dei Due Mondi, ora è, per una certa parte della popolazione italiana, un avventuriero da strapazzo, che ha plagiato i popoli al suo volere di conquistatore guerrafondaio. Mazzini? Un esule, divenuto straniero, che aveva allentato i suoi rapporti con l’Italia. Ecco dunque la trascrizione storica capovolta, immiserita, riscritta, su misura per una epoca, se così la si può chiamare, la nostra, di transizione. E pensare che Foscolo diceva agli italiani di «tornare alle storie»! L’entusiasmo delle rivoluzioni plebiscitarie oggi passa per essere stato pilotato dall’alto, dalla Casa reale. Il popolo risorgimentale è un coacervo di personalità indistinte che si facevano trascinare da condottieri vivaci. Così si riscrive la storia secondo gli umori e le ideologie di comodo.

 

Si vuole dimenticare il passato con il pretesto che il presente è meglio e che si ha tutto il diritto di forgiarlo secondo proprie direttive, anche qui confondendo la naturale istanza d’un riformismo equilibrato e salutare contro la furia devastante d’una abrogazione della memoria storica che snatura l’identità del popolo italiano.

 

La Costituzione

Ben vengano le nuove autonomie regionali, ma non per questo risulta opportuno stravolgere la Carta Costituzionale che è stato l’atto di rinascita dell’Italia, dopo il doloroso evento della Seconda Guerra Mondiale. In essa c’è il riflesso della dignità d’un popolo redento dopo i tragici eventi bellici, in essa è scritto il valore della libertà e nessuna motivazione di tornacontismo economico o politico potrà mai offuscarlo. La sua compilazione è legata alla Resistenza ed al sacrificio di tante vittime del furore tedesco. In essa è disegnata una Nazione i cui cittadini non dovrebbero più essere mandati a morire in guerre ideologiche ed imperialistiche, né essere costretti a cercare lavoro all’estero o essere discriminati per razza, religione, opinioni politiche. C’è in essa tracciato il profilo d’una terra che ha come valore supremo la cura della persona umana e della famiglia, della scuola, della formazione e professione individuale, una Nazione le cui istituzioni siano solidali per garantire effettiva libertà ed eguaglianza tra i cittadini.

 

Appello del Presidente della Repubblica

L’attuale Presidente Napolitano, in una recente visita al Comune di Pisa, in occasione della condanna della pena di morte, ha ribadito che l’unità d’Italia è «il bene più prezioso, un valore scolpito nella Costituzione»: L’Italia è stata grande anche quando era divisa; l’Italia è intesa come Nazione, come patrimonio culturale, come grande storia di presenza civile nel mondo.

Il governo centrale ha già eletto il Comitato dei garanti per la ricorrenza del 2011, cui sono affidati compiti non solo di rappresentanza, ma pure di suggerimenti per un minimo d’intervento pubblico in occasione dell’evento.

 

È capeggiato dall’ex presidente Ciampi e costituito da autorevoli personalità quali Elena Aga Rossi, Walter Barberis, Simona Colarizi, Ernesto Galli della Loggia, Roberto Pertici e Gustavo Zagrebelsky. La loro nomina serve a sottolineare le radici della nazionalità nell’affermazione della lingua italiana e nella continuità dei valori del Risorgimento, un cammino che ha visto il passaggio dalla società separata dallo Stato allo Stato centralizzato fino a quello pluralista e federalista che si sta apprestando.

 

È ovvio che ci siano dei mutamenti e che restino dei problemi: il divario Nord-Sud, la crisi occupazionale, la carenza di materie prime, la lotta alla criminalità organizzata su cui non si può recedere. Ma più che mai è necessario, in una tormenta come quella che stiamo attraversando, ribadire la volontà di stare insieme perché abbiamo un percorso in comune ed apparteniamo ad un’unica famiglia.

 

Gaetanina Sicari Ruffo

 

(www.excursus.org, anno II, n. 8, marzo 2010)

 

 

 

 

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Linda Basile, Massimiliano Borelli, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

Marco Gatto, Serena Intelisano, Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro

 

 

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