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Il sociologo
francese Robert Castel nel saggio L’insicurezza
sociale (Einaudi) afferma perentoriamente che
«viviamo senza dubbio – perlomeno nei Paesi
Sviluppati – nelle società più sicure mai esistite».
Dello stesso avviso è il filosofo polacco Zygmunt
Bauman, che in Paura liquida (Laterza)
sottolinea come «noi, uomini e donne che abitiamo la
parte “sviluppata” del mondo [...] siamo
“oggettivamente” le persone più al sicuro nella
storia dell’umanità».
Che la tesi sulla
relativa sicurezza del mondo in cui viviamo non sia
affatto peregrina lo dimostrano alcuni dati
incontrovertibili: negli ultimi cinquant’anni,
almeno nei Paesi Occidentali, l’età media di vita si
è innalzata notevolmente, poiché sono finite quasi
totalmente le guerre, è aumentata sensibilmente la
prevenzione e la cura delle malattie più gravi, si
sono rafforzati i sistemi di controllo del
territorio da parte delle forze dell’ordine (sebbene
con qualche significativa eccezione, di cui
parleremo...).
Perché, allora,
nella nostra società la paura è forte e,
addirittura, sembra aumentare di continuo? Non
abbiamo ancora superato gli effetti psicologici
della tragedia dell’11 settembre 2001, che suscitò
un’ondata di terrore collettivo senza precedenti?
Oppure sono altre
le cause di fondo che alimentano l’insicurezza
sociale?
Più furti, ma
meno delitti
Il criminologo
Massimo Pavarini ha affermato tempo fa che «un certo
tipo di criminalità – quella contro la proprietà in
particolare – è aumentata molto». I reati contro la
proprietà si sono estesi anche perché, pur essendo
cresciuta la ricchezza media della popolazione, si
sono ampliate le differenze sociali fra i ceti più
abbienti e quelli più poveri, con un conseguente
incremento dei furti. È altrettanto vero, però, che
si sono ridotti i delitti contro la persona, al
punto che, come ricorda
lo stesso Pavarini, «gli omicidi nel tempo sono
diminuiti di cinquanta volte» e «solo tre
generazioni fa, chi usciva di notte ed era ricco, di
regola era armato» (cfr.
Sicurezza dei diritti, non diritto alla sicurezza,
intervista rilasciata sul portale
www.ristretti.it).
Per i cittadini, quindi, è certamente
aumentato il rischio di perdere una parte degli
averi, ma è sensibilmente diminuito quello di essere
aggrediti e ammazzati. Perché allora si teme per la
propria incolumità più che in passato?
I dati sulla
sicurezza in Italia
L’opinione pubblica
ha spesso una percezione poco oggettiva della
situazione.
In Paesi come
l’Italia molte persone hanno l’impressione che i
delitti contro la persona siano in costante crescita
e che la follia omicida stia raggiungendo livelli
parossistici, al punto che tanta gente auspica
l’adozione di misure “giustizialiste”, ripristinando
forme esemplari di punizione dei reati più gravi
(compresa l’odiosa pena capitale).
A nostro parere,
invece, l’ordine pubblico in Italia non è poi così a
rischio, come dimostra Curzio Malaparte ne La
bolla (Feltrinelli), in cui, in sintonia con
quanto affermato da Bauman, Castel e Pavarini,
riporta dati sicuramente confortanti: «Dal 1991 a
oggi gli omicidi sono calati del 40%. Gli altri
indici, con varie oscillazioni, sono rimasti nella
sostanza inalterati». Questo trend positivo è
confermato anche dalle cifre ufficiali, diramate lo
scorso anno dal Ministero degli Interni, secondo cui
nel
2008 i reati gravi sono complessivamente diminuiti
rispetto al 2007 dell’8,1 per cento.
Da dove nasce la
paura degli italiani?
La responsabilità
del clima di paura che anima la popolazione italiana
è da imputarsi soprattutto a un certo tipo di
propaganda politica e d’informazione giornalistica,
martellanti e ossessive, che della “questione
sicurezza” hanno fatto uno dei loro cavalli di
battaglia.
Le notizie di
cronaca nera, in passato relegate in fondo ai
giornali, da qualche tempo a questa parte sono
balzate sulle prime pagine dei quotidiani e vengono
regolarmente inserite nei titoli di apertura dei
notiziari radiotelevisivi. Per non parlare, poi,
delle trasmissioni che in Tv si occupano spesso di
delitti apparentemente misteriosi (Cogne, Erba,
Garlasco, ecc.), che una volta avrebbero interessato
solo i periodici di provincia.
Sul senso di paura
che attanaglia parte degli italiani influisce
certamente l’arrivo di una massa crescente di
lavoratori stranieri, la cui presenza, analogamente
a quanto avviene in altri stati, genera inquietudine
tra coloro – e sono tanti – i quali non accettano,
per limiti culturali, di convivere con chi parla una
lingua diversa o non è cristiano.
Ma è assolutamente
infondato sostenere che la criminalità sia in
aumento per colpa degli stranieri, a meno che non si
ritenga pregiudizialmente che un extracomunitario
privo di documenti sia di per sé un criminale (come
stabilisce l’assurda legge contro l’immigrazione
clandestina da qualche tempo in vigore in
Italia...).
Le vere
emergenze in Italia
Non esiste, quindi,
una “emergenza sicurezza” nel Belpaese. E, per
arginare la criminalità comunque presente nel
territorio, non è necessario assumere altri
carabinieri o poliziotti, né tantomeno ricorrere al
supporto di agenzie private (le famose “ronde”),
visto che, secondo le fonti fornite dall’Eurispes,
abbiamo uno degli organici delle forze dell’ordine
più grande al mondo: 571 addetti ogni 100 mila
abitanti (contro 321 della Germania, 268 della Gran
Bretagna, 227 della Francia).
Concordiamo,
quindi, con Marco Ghiotti, che nell’articolo
Rapporto sulla criminalità in Italia. Viviamo in un
paese sicuro oppure no? (pubblicato su
www.termometropolitico.it) ha affermato: «È
allora molto probabile che
non bisogna aumentare il numero di forze dell’ordine,
già ampiamente sufficiente per una nazione
effettivamente sicura per gli standard
internazionali, ma al limite
rendere il lavoro e le strutture delle forze
dell’ordine più efficienti,
migliorare la dislocazione sul territorio
ed
eliminare la burocrazia che rallenta il loro
servizio».
Tuttavia, anche se
i reati più gravi sono in diminuzione, oggi in
Italia non si vive meglio che in passato, e non solo
a causa della crisi economica. Infatti, le
malversazioni amministrative, il clientelismo
diffuso, il degrado ambientale, lo scarso rispetto
delle norme di sicurezza sul lavoro, gli affari
illeciti della criminalità organizzata, la
violazione dei diritti civili, l’inefficienza dei
servizi sociali, ecc., stanno degradando la
qualità della vita.
Ben altre, quindi,
sono le emergenze su cui si dovrebbe intervenire!
Giuseppe
Licandro
(www.excursus.org,
anno II,
n. 9, aprile 2010)
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