Anno II              n.9                   

Aprile 2010

La sicurezza del potere si fonda sull'insicurezza dei cittadini (Leonardo Sciascia)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Attualità

 

L'aumento dei delitti

costituisce un (falso)

incubo del presente

di Giuseppe Licandro

Numerose fonti ci informano

che non è vero che la società

di oggi è meno sicura. Anzi,

assistiamo ad un calo dei reati

 

 

 

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Il sociologo francese Robert Castel nel saggio L’insicurezza sociale (Einaudi) afferma perentoriamente che «viviamo senza dubbio – perlomeno nei Paesi Sviluppati – nelle società più sicure mai esistite». Dello stesso avviso è il filosofo polacco Zygmunt Bauman, che in Paura liquida (Laterza) sottolinea come «noi, uomini e donne che abitiamo la parte “sviluppata” del mondo [...] siamo “oggettivamente” le persone più al sicuro nella storia dell’umanità».

 

Che la tesi sulla relativa sicurezza del mondo in cui viviamo non sia affatto peregrina lo dimostrano alcuni dati incontrovertibili: negli ultimi cinquant’anni, almeno nei Paesi Occidentali, l’età media di vita si è innalzata notevolmente, poiché sono finite quasi totalmente le guerre, è aumentata sensibilmente la prevenzione e la cura delle malattie più gravi, si sono rafforzati i sistemi di controllo del territorio da parte delle forze dell’ordine (sebbene con qualche significativa eccezione, di cui parleremo...).

Perché, allora, nella nostra società la paura è forte e, addirittura, sembra aumentare di continuo? Non abbiamo ancora superato gli effetti psicologici della tragedia dell’11 settembre 2001, che suscitò un’ondata di terrore collettivo senza precedenti?

Oppure sono altre le cause di fondo che alimentano l’insicurezza sociale?

 

Più furti, ma meno delitti

Il criminologo Massimo Pavarini ha affermato tempo fa che «un certo tipo di criminalità – quella contro la proprietà in particolare – è aumentata molto». I reati contro la proprietà si sono estesi anche perché, pur essendo cresciuta la ricchezza media della popolazione, si sono ampliate le differenze sociali fra i ceti più abbienti e quelli più poveri, con un conseguente incremento dei furti. È altrettanto vero, però, che si sono ridotti i delitti contro la persona, al punto che, come ricorda lo stesso Pavarini, «gli omicidi nel tempo sono diminuiti di cinquanta volte» e «solo tre generazioni fa, chi usciva di notte ed era ricco, di regola era armato» (cfr. Sicurezza dei diritti, non diritto alla sicurezza, intervista rilasciata sul portale www.ristretti.it). Per i cittadini, quindi, è certamente aumentato il rischio di perdere una parte degli averi, ma è sensibilmente diminuito quello di essere aggrediti e ammazzati. Perché allora si teme per la propria incolumità più che in passato?

 

I dati sulla sicurezza in Italia

L’opinione pubblica ha spesso una percezione poco oggettiva della situazione.

In Paesi come l’Italia molte persone hanno l’impressione che i delitti contro la persona siano in costante crescita e che la follia omicida stia raggiungendo livelli parossistici, al punto che tanta gente auspica l’adozione di misure “giustizialiste”, ripristinando forme esemplari di punizione dei reati più gravi (compresa l’odiosa pena capitale).

 

A nostro parere, invece, l’ordine pubblico in Italia non è poi così a rischio, come dimostra Curzio Malaparte ne La bolla (Feltrinelli), in cui, in sintonia con quanto affermato da Bauman, Castel e Pavarini, riporta dati sicuramente confortanti: «Dal 1991 a oggi gli omicidi sono calati del 40%. Gli altri indici, con varie oscillazioni, sono rimasti nella sostanza inalterati». Questo trend positivo è confermato anche dalle cifre ufficiali, diramate lo scorso anno dal Ministero degli Interni, secondo cui nel 2008 i reati gravi sono complessivamente diminuiti rispetto al 2007 dell’8,1 per cento.

 

Da dove nasce la paura degli italiani?

La responsabilità del clima di paura che anima la popolazione italiana è da imputarsi soprattutto a un certo tipo di propaganda politica e d’informazione giornalistica, martellanti e ossessive, che della “questione sicurezza” hanno fatto uno dei loro cavalli di battaglia.

 

Le notizie di cronaca nera, in passato relegate in fondo ai giornali, da qualche tempo a questa parte sono balzate sulle prime pagine dei quotidiani e vengono regolarmente inserite nei titoli di apertura dei notiziari radiotelevisivi. Per non parlare, poi, delle trasmissioni che in Tv si occupano spesso di delitti apparentemente misteriosi (Cogne, Erba, Garlasco, ecc.), che una volta avrebbero interessato solo i periodici di provincia.

Sul senso di paura che attanaglia parte degli italiani influisce certamente l’arrivo di una massa crescente di lavoratori stranieri, la cui presenza, analogamente a quanto avviene in altri stati, genera inquietudine tra coloro – e sono tanti – i quali non accettano, per limiti culturali, di convivere con chi parla una lingua diversa o non è cristiano.

 

Ma è assolutamente infondato sostenere che la criminalità sia in aumento per colpa degli stranieri, a meno che non si ritenga pregiudizialmente che un extracomunitario privo di documenti sia di per sé un criminale (come stabilisce l’assurda legge contro l’immigrazione clandestina da qualche tempo in vigore in Italia...).

 

Le vere emergenze in Italia

Non esiste, quindi, una “emergenza sicurezza” nel Belpaese. E, per arginare la criminalità comunque presente nel territorio, non è necessario assumere altri carabinieri o poliziotti, né tantomeno ricorrere al supporto di agenzie private (le famose “ronde”), visto che, secondo le fonti fornite dall’Eurispes, abbiamo uno degli organici delle forze dell’ordine più grande al mondo: 571 addetti ogni 100 mila abitanti (contro 321 della Germania, 268 della Gran Bretagna, 227 della Francia).

 

Concordiamo, quindi, con Marco Ghiotti, che nell’articolo Rapporto sulla criminalità in Italia. Viviamo in un paese sicuro oppure no? (pubblicato su www.termometropolitico.it) ha affermato: «È allora molto probabile che non bisogna aumentare il numero di forze dell’ordine, già ampiamente sufficiente per una nazione effettivamente sicura per gli standard internazionali, ma al limite rendere il lavoro e le strutture delle forze dell’ordine più efficienti, migliorare la dislocazione sul territorio ed eliminare la burocrazia che rallenta il loro servizio».

 

Tuttavia, anche se i reati più gravi sono in diminuzione, oggi in Italia non si vive meglio che in passato, e non solo a causa della crisi economica. Infatti, le malversazioni amministrative, il clientelismo diffuso, il degrado ambientale, lo scarso rispetto delle norme di sicurezza sul lavoro, gli affari illeciti della criminalità organizzata, la violazione dei diritti civili, l’inefficienza dei servizi sociali, ecc., stanno degradando la qualità della vita.

Ben altre, quindi, sono le emergenze su cui si dovrebbe intervenire!

 

Giuseppe Licandro

 

(www.excursus.org, anno II, n. 9, aprile 2010)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Linda Basile, Massimiliano Borelli, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

Marco Gatto, Serena Intelisano, Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro

 

 

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