La crisi
economica, che attanaglia dal 2008 il mondo
occidentale, ha raggiunto nei mesi scorsi
uno dei suoi livelli più alti, con la
minaccia di default che ha iniziato a
incombere su vari Stati dell’Unione Europea,
tra cui l’Italia. La manovra “lacrime e
sangue” varata dal nuovo governo di Mario
Monti ha riproposto l’ennesima ricetta
neoliberista, finalizzata a salvaguardare il
patrimonio delle banche e delle imprese, a
discapito dei lavoratori dipendenti e dei
redditi più bassi, con l’aumento della
pressione fiscale, il blocco dei salari e
pesanti tagli alla spesa sociale [1].
Eppure già da
diverso tempo si stanno levando tante voci
critiche contro le drastiche misure economiche
intraprese da molti governi, che generano
disoccupazione, miseria e ulteriore contrazione
della base produttiva, accentuando il generale
processo di delocalizzazione delle aziende e di
deindustrializzazione in atto da tempo in
Occidente. Illustri studiosi stanno insistendo
sulla necessità di riproporre politiche
economiche di stampo neokeynesiano, atte a
frenare il neoliberismo predominante e a
rilanciare la domanda e i consumi di massa,
garantendo la ripresa produttiva e
l’occupazione, all’insegna delle nuove
tecnologie legate alla green economy [2].
Il dominio
dell’oligarchia finanziaria
Tra gli
economisti che hanno criticato la disastrosa
politica finanziaria degli Stati dell’Unione
Europea, proponendo ricette alternative per
uscire dalla crisi economica, segnaliamo Max
Otte, professore di Business Management
all’Università di Graz, autore dell’agile
pamphlet Fermate l’Eurodisastro! (Chiarelettere,
pp. 84, € 9,00). Nella Postfazione,
Francesco Daveri ribadisce che le misure finora
adottate da molti governi della Ue per
fronteggiare la crisi sono inadeguate, poiché
«hanno “riportato i conti in sicurezza” [...]
agendo soprattutto dal lato delle entrate»,
senza incidere più di tanto sugli enormi sprechi
della classi privilegiate.
Secondo Otte,
per uscire dalla crisi non serve alzare le
tasse, abbassare i salari e le pensioni, ridurre
i servizi sociali e i diritti dei lavoratori: la
fase economica recessiva è legata soprattutto
alla sovrapproduzione, causata dai bassi
consumi, e alle speculazioni monetarie, indotte
dalle rischiose operazioni della “finanza
creativa”, che nella prima metà degli anni
Duemila ha stravolto i mercati borsistici
mondiali, invadendoli con derivati, mutui
subprime, hudge funds, eccetera.
L’economista
tedesco, all’inizio del saggio, denuncia la
politica portata avanti negli ultimi anni dai
principali governi occidentali, che hanno
provveduto a impedire il crack di molte banche
coinvolte nelle speculazioni finanziarie, senza
però modificare le regole del sistema, al punto
che «passato lo spavento, le banche
d’investimento, gli hedge funds e gli
altri operatori finanziari hanno ricominciato
tutto come prima, gestendo affari molto
rischiosi».
L’autore parla
esplicitamente di «dominio dell’oligarchia
finanziaria», sostenendo la necessità di
spezzare l’egemonia delle lobby che controllano
i mercati mondiali e di modificare le politiche
neoliberiste che stanno impoverendo la
popolazione europea, facendo in modo, invece,
che «ogni cittadino sia messo nelle condizioni
di trovare un lavoro, mantenere una famiglia e
ricevere un’adeguata tutela pensionistica». In
particolare, si scaglia contro «le grandi e
potenti banche d’investimento», come la
statunitense Goldman Sachs e la tedesca Deutsche
Bank, le quali, disponendo di ingenti risorse
monetarie e di un personale tecnico altamente
specializzato, condizionano l’andamento delle
transazioni economiche mondiali e interferiscono
pesantemente con i governi nazionali e la stessa
Unione Europea, tanto che «interi mercati e
Stati oggi si fanno comandare a bacchetta dalla
finanza» [3].
Molti
economisti continuano ad avvalorare, per
interesse personale o per pervicace pregiudizio
ideologico, le pratiche neoliberiste più spinte,
al punto da essere giudicati da Otte alla
stregua di una «casta di preti del capitalismo»
che «legittimano le manovre più spericolate e
recitano il mantra del mercato infallibile»,
rendendosi complici del disastro economico
mondiale. Lo studioso tedesco è convinto che
l’attuale crisi finanziaria non sia accidentale,
ma nasca da scelte errate che hanno portato
negli ultimi venti anni il capitale finanziario
a diventare «il padrone dell’economia e della
politica», innescando la distruzione quasi
completa del Welfare State, la
drastica limitazione della libera concorrenza,
la privatizzazione di beni essenziali come la
cultura e le infrastrutture.
Il
«terrorismo finanziario»
Prendendo a
prestito una definizione fornita da Franz
Münterfering, presidente del Partito
Socialdemocratico Tedesco, Otte parla
esplicitamente di «terrorismo finanziario», il
quale serve solo a garantire lauti profitti «a
banche, operatori dei servizi finanziari e super
ricchi», favorendo le rendite parassitarie a
dispetto degli investimenti produttivi. Ad
appoggiare le scelte dell’oligarchia finanziaria
sono state, soprattutto negli anni Novanta,
anche quelle forze politiche che invece
avrebbero dovuto contrastarle in nome di una
maggiore equità sociale, vale a dire il Labour
Party di Tony Blair e Gordon Brown, l’Spd di
Gerhardt Schroeder
e i
Grünen di Fischer, il Democratic Party di Bill
Clinton [4].
Otte ricorda che negli Usa, durante il New
Deal attuato da Franklin D. Roosevelt,
furono separate per legge le banche commerciali
da quelle d’investimento e vennero anche
proibiti i prodotti finanziari a rischio, come i
derivati [5]. Severe norme contro le
speculazioni finanziarie furono poi approvate
nel 1944 durante la Conferenza di Bretton Woods,
che fissò rigide regole per le transazioni
economiche e monetarie del Secondo dopoguerra.
L’avvento del neoliberismo ha determinato la
fine del sistema di controlli stabilito nel
1944, favorendo l’affermazione dei «piromani
della finanza». A tal proposito, Otte chiarisce
il complicato meccanismo dei «fondi di
private equity», cioè di quelle attività
finanziarie gestite da società assicurative,
istituti di credito, enti pubblici, ecc. che
acquisiscono titoli azionari a rischio, operando
anche su mercati non regolamentati [6].
Anche l’introdurre nel 2002 la moneta unica
europea è stato azzardato e pernicioso, in
quanto ha favorito «insane bolle speculative»,
impedendo ai Paesi in difficoltà di ricorrere
all’arma della svalutazione monetaria. L’euro
non serve ai cittadini europei, bensì
all’oligarchia finanziaria, che può speculare a
piacimento per poi scaricare sui contribuenti i
disastri economici da essa provocati!
Negli ultimi venti anni «la politica ha
capitolato di fronte all’oligarchia
finanziaria». Ne è la prova il fatto che le
banche d’investimento e gli operatori finanziari
non vogliono solo speculare sui Btp, ma mirano a
ottenere dai governi consenzienti la
privatizzazione delle aziende pubbliche, perché
così «si accaparrano i gioielli di Stato a
prezzi ridicoli e possono valorizzarli al
meglio» [7].
La crisi dell’euro e le possibili soluzioni
Secondo Otte, anziché perseguire politiche
economiche recessive, sarebbe meglio accettare
«l’eventualità di una bancarotta pilotata degli
Stati più indebitati» e ottenere, come sostenuto
da tempo dall’economista Sahra Wagenknecht,
«l’annullamento del debito dell’eurozona e
perfino all’interno dell’intera Unione europea».
Un’altra possibile soluzione della crisi in atto
potrebbe essere il ritorno di alcuni Stati
dell’Unione Europea alla vecchia moneta
abbandonata nel 2002. Ciò comporterebbe,
infatti, due vantaggi non indifferenti: «questi
stati [...] potrebbero tornare competitivi
attraverso la svalutazione della loro moneta e i
governi eletti democraticamente non verrebbero
più ricattati dall’oligarchia finanziaria».
Non si dovrebbe, in ogni caso, più consentire a
tre agenzie anglosassoni (Moody’s, Standard &
Poor’s, Fitch) di esprimere il rating sui
titoli azionari e sulla salute delle finanze dei
singoli stati, perché esse sono strettamente
legate ai grandi gruppi finanziari statunitensi,
i quali «si servono delle agenzie di rating per
prolungare la crisi in Europa», indebolendo
l’euro a vantaggio del dollaro.
Otte, concludendo il suo saggio, indica cinque
riforme da attuare al più presto per cambiare il
sistema oligopolistico che blocca i mercati
finanziari mondiali: «1. Rigidi requisiti di
capitalizzazione per tutti gli operatori
finanziari [...]. 2. Fissare dei limiti alla
dimensione massima degli operatori [...]. 3. La
separazione tra banche commerciali e banche
d’investimento [...]. 4. L’introduzione di
un’imposta sulle transazioni finanziarie [...].
5. La creazione di un’agenzia pubblica europea
di rating».
Si tratta di misure condivisibili, che però
richiedono una volontà ben diversa da quella che
anima i governanti dei 27 Stati membri della Ue,
le cui politiche economiche sono ostinatamente
votate ai sacrifici di massa e al contenimento
della spesa pubblica, anziché alla ripresa
produttiva e al sostegno della domanda.
L’alternativa alle discutibili scelte compiute
dagli Stati della Ue, a nostro avviso, è
possibile: l’hanno indicata, a partire dal 2003,
vari Paesi Sudamericani, in particolare il
Brasile (prima con Luiz Inacio Lula, poi con
Dilma Rousseff) e l’Argentina (grazie a Nestor e
a Cristina Kirchner), i cui governi hanno
azzerato il debito estero, nazionalizzato
settori produttivi e servizi essenziali,
sostenuto la ricerca e la cultura, ridotta la
disoccupazione e rilanciata l’economia,
aumentando i salari [8]. Nel 2010, inoltre, il
popolo islandese si è rifiutato di pagare i
debiti contratti dalle banche e ha mandato a
casa la vecchia classe dirigente compromessa con
gli speculatori finanziari, mettendo in atto una
esemplare rivoluzione democratica e pacifica
[9].
È questa, pertanto, la strada da perseguire
ovunque, se si vuole davvero uscire dalla crisi!
Giuseppe Licandro
NOTE BIBLIOGRAFICHE
[1] – Per un esame più approfondito della
manovra economica varata dal governo Monti
rimandiamo a: GIUSEPPE LICANDRO,
Serviranno all’Italia “lacrime” e “sangue”?,
in
www.lucidamente.com, n. 72, dicembre
2011.
[2] – Cfr. NAOMI KLEIN, Shock economy,
Rizzoli, Milano, 2007; FEDERICO RAMPINI, Alla
mia sinistra, Feltrinelli, Milano, 2011;
JOSEPH STIGLITZ, Globalizzazione,
Donzelli, Roma, 2011.
[3] – Ricordiamo, ad esempio, che Mario Draghi,
Presidente della Banca Centrale Europea, e Mario
Monti, attuale Presidente del Consiglio
Italiano, sono stati in passato consulenti della
Goldman Sachs; Joschka Fischer, ex Ministro
degli Esteri tedesco, dopo essersi strenuamente
opposto alla regolamentazione dei mercati
finanziari, è diventato consulente di un
hedge fund.
[4] – Anche in Italia molte riforme neoliberiste
sono state attuate tra il 1996 e il 2001 dai
governi di centrosinistra, guidati da Romano
Prodi, Massimo D’Alema e Giuliano Amato. Lo
stesso discorso può essere riferito ai governi
socialisti che hanno amministrato negli ultimi
anni in Grecia, Portogallo e Spagna.
[5] – I
derivati sono titoli o contratti il cui prezzo
varia in base al valore di mercato di un bene al
quale sono collegati (ad esempio, un fondo
pensione o un mutuo subprime). Essendo
negoziabili anche in circuiti borsistici non
ufficiali, essi sono uno strumento finanziario
rischioso e vengono assimilati piuttosto alle
scommesse, anziché agli investimenti.
[6] – Otte spiega che
chi opera con tali fondi «raccoglie il denaro
tra gli investitori e inoltre si indebita per
acquistare aziende», scaricando poi sul bilancio
dell’azienda acquisita i debiti contratti «per
recuperare da subito il denaro che si era fatto
prestare per comprarla».
[7] – Cfr., ad esempio, la legge sulla
privatizzazione dei servizi idrici, approvata in
Italia nel 2008, contro cui si è espressa la
maggioranza degli elettori, nel referendum dello
scorso giugno. Da quando gli acquedotti sono
passati sotto gestione privata o mista, i costi
per i contribuenti sono sensibilmente aumentati,
senza che sia migliorata la qualità del
servizio.
[8] – Cfr. GENNARO CAROTENUTO,
Argentina, un'altra economia di mercato è
possibile,
in
Micromega Online.
[9] –
Cfr. MARIELLA ARCUDI,
La pacifica rivoluzione del popolo islandese,
in
www.lucidamente.com, n. 70, ottobre
2011.
(www.excursus.org,
anno IV, n. 31, febbraio 2012)