Anno IV             n.31                   

Febbraio 2012

Il mondo è fatto per finire in un bel libro (Stéphane Mallarmé)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Attualità

 

Occorre contrastare

la cricca finanziaria

che domina il globo

di Giuseppe Licandro

Un agile pamphlet pubblicato

da Chiarelettere mette a fuoco

le ragioni della crisi mondiale

e indica il modo per risolverla

 

 

 

 

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La crisi economica, che attanaglia dal 2008 il mondo occidentale, ha raggiunto nei mesi scorsi uno dei suoi livelli più alti, con la minaccia di default che ha iniziato a incombere su vari Stati dell’Unione Europea, tra cui l’Italia. La manovra “lacrime e sangue” varata dal nuovo governo di Mario Monti ha riproposto l’ennesima ricetta neoliberista, finalizzata a salvaguardare il patrimonio delle banche e delle imprese, a discapito dei lavoratori dipendenti e dei redditi più bassi, con l’aumento della pressione fiscale, il blocco dei salari e pesanti tagli alla spesa sociale [1].

 

Eppure già da diverso tempo si stanno levando tante voci critiche contro le drastiche misure economiche intraprese da molti governi, che generano disoccupazione, miseria e ulteriore contrazione della base produttiva, accentuando il generale processo di delocalizzazione delle aziende e di deindustrializzazione in atto da tempo in Occidente. Illustri studiosi stanno insistendo sulla necessità di riproporre politiche economiche di stampo neokeynesiano, atte a frenare il neoliberismo predominante e a rilanciare la domanda e i consumi di massa, garantendo la ripresa produttiva e l’occupazione, all’insegna delle nuove tecnologie legate alla green economy [2].

 

Il dominio dell’oligarchia finanziaria

Tra gli economisti che hanno criticato la disastrosa politica finanziaria degli Stati dell’Unione Europea, proponendo ricette alternative per uscire dalla crisi economica, segnaliamo Max Otte, professore di Business Management all’Università di Graz, autore dell’agile pamphlet Fermate l’Eurodisastro! (Chiarelettere, pp. 84, € 9,00). Nella Postfazione, Francesco Daveri ribadisce che le misure finora adottate da molti governi della Ue per fronteggiare la crisi sono inadeguate, poiché «hanno “riportato i conti in sicurezza” [...] agendo soprattutto dal lato delle entrate», senza incidere più di tanto sugli enormi sprechi della classi privilegiate.

 

Secondo Otte, per uscire dalla crisi non serve alzare le tasse, abbassare i salari e le pensioni, ridurre i servizi sociali e i diritti dei lavoratori: la fase economica recessiva è legata soprattutto alla sovrapproduzione, causata dai bassi consumi, e alle speculazioni monetarie, indotte dalle rischiose operazioni della “finanza creativa”, che nella prima metà degli anni Duemila ha stravolto i mercati borsistici mondiali, invadendoli con derivati, mutui subprime, hudge funds, eccetera.

 

L’economista tedesco, all’inizio del saggio, denuncia la politica portata avanti negli ultimi anni dai principali governi occidentali, che hanno provveduto a impedire il crack di molte banche coinvolte nelle speculazioni finanziarie, senza però modificare le regole del sistema, al punto che «passato lo spavento, le banche d’investimento, gli hedge funds e gli altri operatori finanziari hanno ricominciato tutto come prima, gestendo affari molto rischiosi».

 

L’autore parla esplicitamente di «dominio dell’oligarchia finanziaria», sostenendo la necessità di spezzare l’egemonia delle lobby che controllano i mercati mondiali e di modificare le politiche neoliberiste che stanno impoverendo la popolazione europea, facendo in modo, invece, che «ogni cittadino sia messo nelle condizioni di trovare un lavoro, mantenere una famiglia e ricevere un’adeguata tutela pensionistica». In particolare, si scaglia contro «le grandi e potenti banche d’investimento», come la statunitense Goldman Sachs e la tedesca Deutsche Bank, le quali, disponendo di ingenti risorse monetarie e di un personale tecnico altamente specializzato, condizionano l’andamento delle transazioni economiche mondiali e interferiscono pesantemente con i governi nazionali e la stessa Unione Europea, tanto che «interi mercati e Stati oggi si fanno comandare a bacchetta dalla finanza» [3].

 

Molti economisti continuano ad avvalorare, per interesse personale o per pervicace pregiudizio ideologico, le pratiche neoliberiste più spinte, al punto da essere giudicati da Otte alla stregua di una «casta di preti del capitalismo» che «legittimano le manovre più spericolate e recitano il mantra del mercato infallibile», rendendosi complici del disastro economico mondiale. Lo studioso tedesco è convinto che l’attuale crisi finanziaria non sia accidentale, ma nasca da scelte errate che hanno portato negli ultimi venti anni il capitale finanziario a diventare «il padrone dell’economia e della politica», innescando la distruzione quasi completa del Welfare State, la drastica limitazione della libera concorrenza, la privatizzazione di beni essenziali come la cultura e le infrastrutture.

 

Il «terrorismo finanziario»

Prendendo a prestito una definizione fornita da Franz Münterfering, presidente del Partito Socialdemocratico Tedesco, Otte parla esplicitamente di «terrorismo finanziario», il quale serve solo a garantire lauti profitti «a banche, operatori dei servizi finanziari e super ricchi», favorendo le rendite parassitarie a dispetto degli investimenti produttivi. Ad appoggiare le scelte dell’oligarchia finanziaria sono state, soprattutto negli anni Novanta, anche quelle forze politiche che invece avrebbero dovuto contrastarle in nome di una maggiore equità sociale, vale a dire il Labour Party di Tony Blair e Gordon Brown, l’Spd di Gerhardt Schroeder e i Grünen di Fischer, il Democratic Party di Bill Clinton [4].

 

Otte ricorda che negli Usa, durante il New Deal attuato da Franklin D. Roosevelt, furono separate per legge le banche commerciali da quelle d’investimento e vennero anche proibiti i prodotti finanziari a rischio, come i derivati [5]. Severe norme contro le speculazioni finanziarie furono poi approvate nel 1944 durante la Conferenza di Bretton Woods, che fissò rigide regole per le transazioni economiche e monetarie del Secondo dopoguerra.

 

L’avvento del neoliberismo ha determinato la fine del sistema di controlli stabilito nel 1944, favorendo l’affermazione dei «piromani della finanza». A tal proposito, Otte chiarisce il complicato meccanismo dei «fondi di private equity», cioè di quelle attività finanziarie gestite da società assicurative, istituti di credito, enti pubblici, ecc. che acquisiscono titoli azionari a rischio, operando anche su mercati non regolamentati [6].

 

Anche l’introdurre nel 2002 la moneta unica europea è stato azzardato e pernicioso, in quanto ha favorito «insane bolle speculative», impedendo ai Paesi in difficoltà di ricorrere all’arma della svalutazione monetaria. L’euro non serve ai cittadini europei, bensì all’oligarchia finanziaria, che può speculare a piacimento per poi scaricare sui contribuenti i disastri economici da essa provocati!

 

Negli ultimi venti anni «la politica ha capitolato di fronte all’oligarchia finanziaria». Ne è la prova il fatto che le banche d’investimento e gli operatori finanziari non vogliono solo speculare sui Btp, ma mirano a ottenere dai governi consenzienti la privatizzazione delle aziende pubbliche, perché così «si accaparrano i gioielli di Stato a prezzi ridicoli e possono valorizzarli al meglio» [7].

 

La crisi dell’euro e le possibili soluzioni

Secondo Otte, anziché perseguire politiche economiche recessive, sarebbe meglio accettare «l’eventualità di una bancarotta pilotata degli Stati più indebitati» e ottenere, come sostenuto da tempo dall’economista Sahra Wagenknecht, «l’annullamento del debito dell’eurozona e perfino all’interno dell’intera Unione europea». Un’altra possibile soluzione della crisi in atto potrebbe essere il ritorno di alcuni Stati dell’Unione Europea alla vecchia moneta abbandonata nel 2002. Ciò comporterebbe, infatti, due vantaggi non indifferenti: «questi stati [...] potrebbero tornare competitivi attraverso la svalutazione della loro moneta e i governi eletti democraticamente non verrebbero più ricattati dall’oligarchia finanziaria».

 

Non si dovrebbe, in ogni caso, più consentire a tre agenzie anglosassoni (Moody’s, Standard & Poor’s, Fitch) di esprimere il rating sui titoli azionari e sulla salute delle finanze dei singoli stati, perché esse sono strettamente legate ai grandi gruppi finanziari statunitensi, i quali «si servono delle agenzie di rating per prolungare la crisi in Europa», indebolendo l’euro a vantaggio del dollaro.

 

Otte, concludendo il suo saggio, indica cinque riforme da attuare al più presto per cambiare il sistema oligopolistico che blocca i mercati finanziari mondiali: «1. Rigidi requisiti di capitalizzazione per tutti gli operatori finanziari [...]. 2. Fissare dei limiti alla dimensione massima degli operatori [...]. 3. La separazione tra banche commerciali e banche d’investimento [...]. 4. L’introduzione di un’imposta sulle transazioni finanziarie [...]. 5. La creazione di un’agenzia pubblica europea di rating».

 

Si tratta di misure condivisibili, che però richiedono una volontà ben diversa da quella che anima i governanti dei 27 Stati membri della Ue, le cui politiche economiche sono ostinatamente votate ai sacrifici di massa e al contenimento della spesa pubblica, anziché alla ripresa produttiva e al sostegno della domanda.

 

L’alternativa alle discutibili scelte compiute dagli Stati della Ue, a nostro avviso, è possibile: l’hanno indicata, a partire dal 2003, vari Paesi Sudamericani, in particolare il Brasile (prima con Luiz Inacio Lula, poi con Dilma Rousseff) e l’Argentina (grazie a Nestor e a Cristina Kirchner), i cui governi hanno azzerato il debito estero, nazionalizzato settori produttivi e servizi essenziali, sostenuto la ricerca e la cultura, ridotta la disoccupazione e rilanciata l’economia, aumentando i salari [8]. Nel 2010, inoltre, il popolo islandese si è rifiutato di pagare i debiti contratti dalle banche e ha mandato a casa la vecchia classe dirigente compromessa con gli speculatori finanziari, mettendo in atto una esemplare rivoluzione democratica e pacifica [9].

 

È questa, pertanto, la strada da perseguire ovunque, se si vuole davvero uscire dalla crisi!

 

Giuseppe Licandro

 

NOTE BIBLIOGRAFICHE

 

[1] – Per un esame più approfondito della manovra economica varata dal governo Monti rimandiamo a: GIUSEPPE LICANDRO, Serviranno all’Italia “lacrime” e “sangue”?, in www.lucidamente.com, n. 72, dicembre 2011.

 

[2] – Cfr. NAOMI KLEIN, Shock economy, Rizzoli, Milano, 2007; FEDERICO RAMPINI, Alla mia sinistra, Feltrinelli, Milano, 2011; JOSEPH STIGLITZ, Globalizzazione, Donzelli, Roma, 2011.

 

[3] – Ricordiamo, ad esempio, che Mario Draghi, Presidente della Banca Centrale Europea, e Mario Monti, attuale Presidente del Consiglio Italiano, sono stati in passato consulenti della Goldman Sachs; Joschka Fischer, ex Ministro degli Esteri tedesco, dopo essersi strenuamente opposto alla regolamentazione dei mercati finanziari, è diventato consulente di un hedge fund.

 

[4] – Anche in Italia molte riforme neoliberiste sono state attuate tra il 1996 e il 2001 dai governi di centrosinistra, guidati da Romano Prodi, Massimo D’Alema e Giuliano Amato. Lo stesso discorso può essere riferito ai governi socialisti che hanno amministrato negli ultimi anni in Grecia, Portogallo e Spagna.

 

[5] – I derivati sono titoli o contratti il cui prezzo varia in base al valore di mercato di un bene al quale sono collegati (ad esempio, un fondo pensione o un mutuo subprime). Essendo negoziabili anche in circuiti borsistici non ufficiali, essi sono uno strumento finanziario rischioso e vengono assimilati piuttosto alle scommesse, anziché agli investimenti.

 

[6] – Otte spiega che chi opera con tali fondi «raccoglie il denaro tra gli investitori e inoltre si indebita per acquistare aziende», scaricando poi sul bilancio dell’azienda acquisita i debiti contratti «per recuperare da subito il denaro che si era fatto prestare per comprarla».

 

[7] – Cfr., ad esempio, la legge sulla privatizzazione dei servizi idrici, approvata in Italia nel 2008, contro cui si è espressa la maggioranza degli elettori, nel referendum dello scorso giugno. Da quando gli acquedotti sono passati sotto gestione privata o mista, i costi per i contribuenti sono sensibilmente aumentati, senza che sia migliorata la qualità del servizio.

 

[8] – Cfr. GENNARO CAROTENUTO, Argentina, un'altra economia di mercato è possibile, in Micromega Online.

 

[9] – Cfr. MARIELLA ARCUDI, La pacifica rivoluzione del popolo islandese, in www.lucidamente.com, n. 70, ottobre 2011.

 

 

(www.excursus.org, anno IV, n. 31, febbraio 2012)

 

 

 

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Alessia Abrami, Marta Altieri, Silvia Caristi, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

Maria Gerace, Serena Intelisano, Pamela La Camera, Roberto La Fauci,

Giuseppe Licandro, Marco Mazzi, Domenica Riggio, Carmine Zaccaro, Ivana Vaccaroni

 

 

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