Anno II              n.12                   

Luglio 2010

LA LEGGE-BAVAGLIO NEGA AI CITTADINI IL DIRITTO DI ESSERE INFORMATI                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Attualità

 

I conflitti nel mondo

per ottenere petrolio,

acqua e altre risorse

di Giuseppe Licandro

Una raccolta di scritti a cura

di "PeaceReporter" affronta

alcune controverse vicende

della nostra epoca storica

 

 

 

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Nel mondo sono attualmente in corso una trentina di guerre, alcune delle quali vengono spesso menzionate dai mezzi di comunicazione (Afghanistan, Iraq, Palestina), mentre altre rimangono pressoché ignorate. Una delle principali fonti d’informazione sulle contese che sconvolgono il pianeta è costituita da “PeaceReporter”, l’agenzia di stampa e di servizi editoriali che, attraverso l’omonimo quotidiano on line, racconta i conflitti internazionali e le guerre civili e mette in risalto il dramma delle popolazioni vittime delle operazioni belliche, sostenendo le iniziative umanitarie promosse da varie organizzazioni non governative (cfr. http://it.peacereporter.net/).

 

“PeaceReporter” ha recentemente curato la stampa di un’interessante raccolta di scritti, dal titolo Guerra alla Terra. I conflitti nel mondo per la conquista delle risorse (Prefazione di Gino Strada, Introduzione di Maso Notarianni, Edizioni Ambiente, pp. 152, € 14,00), alla cui stesura hanno contribuito i giornalisti Christian Elia, Matteo Fagotto, Alessandro Grandi e Cecilia Strada. Il testo è corredato dalle vignette di Vauro, come sempre attento e pungente nella critica delle ingiustizie sociali, del bellicismo e del degrado ambientale.

 

Nella Prefazione Strada, fondatore di “Emergency”, denuncia lo sconvolgimento dell’ecosistema terrestre e il perdurare di guerre assurde, asserendo che: «continuiamo a giocarci pezzi del pianeta, seppellendolo sotto le bombe e le mine, avvelenandolo con l’uranio e il petrolio, stravolgendone la fisionomia». Dello stesso avviso è Notarianni, direttore di “PeaceReporter”, che nell’Introduzione rileva come «la guerra, per i potenti del mondo, è uno strumento facile da usare, poco rischioso (per loro) al fine di mettere le mani sulle ricchezze altrui, sulle risorse naturali, dal petrolio al legno, all’acqua».

Il saggio si compone di quattro lunghi articoli, ciascuno dei quali redatto da uno dei giornalisti; a metà del libro sono inseriti i divertenti (e amari) disegni di Vauro.

 

Christian Elia, ne L’acqua del contendere: il conflitto israelo-palestinese, prende in esame una delle ragioni sottaciute dello scontro che dal 1948 in poi ha contrapposto i palestinesi allo Stato Israeliano: il controllo dei rifornimenti idrici.

Riprendendo un’affermazione di Vandana Shiva, Elia sostiene che «la guerra tra israeliani e palestinesi è una guerra per l’acqua», ricordando quanto dichiarò nel 1956 David Ben Gurion, leader del movimento sionista: «Stiamo portando avanti una guerra dell’acqua con gli arabi. Il futuro dello stato ebraico dipende dal risultato di questa battaglia».

Il giornalista descrive la grave situazione che oggi assilla i Territori Occupati (Cisgiordania e Striscia di Gaza), informandoci che l’acqua a disposizione della popolazione locale è piuttosto scarsa, sia a causa del progressivo prosciugamento del fiume Giordano e del Mar Morto, sia perché, come si legge in un rapporto redatto dagli ispettori della Banca Mondiale, «i territori della Cisgiordania e di Gaza sono totalmente dipendenti dalle scarse risorse di acqua divise con lo Stato di Israele e controllate in gran parte da quest’ultimo».

Sono due enti pubblici israeliani (il Mekorot e il Tahal) a gestire i rifornimenti idrici della zona, facendo affluire gran parte delle risorse disponibili verso le basi militari e gli insediamenti dei coloni ebrei e determinando così una situazione a dir poco surreale: «L’occupato paga l’acqua che gli spetterebbe di diritto all’occupante, che la drena via dai pozzi dell’occupato». Ecco, quindi, che la popolazione dei Territori Occupati, avendo poca acqua in casa, è costretta a ricorrere a mezzi di fortuna (pozzi in disuso, cisterne, fontane pubbliche), senza rispettare le norme igieniche e rischiando di contrarre infezioni.

 

Alessandro Grandi ne Il litio boliviano: la guerra del futuro? delinea uno scenario alquanto inquietante a proposito dei conflitti che potrebbero insorgere nei prossimi anni in Bolivia.

Nel deserto boliviano del Salar de Uyuni, infatti, sembra sia stata rinvenuta un’immensa riserva di litio, che, come spiega lo studioso, è «un metallo alcalino oggi presente nelle batterie dei telefonini e candidato a sostituire la benzina nelle auto attraverso l’impiego di speciali batterie nelle nuove auto ibride ed elettriche». La scoperta ha suscitato l’interesse dei governi di varie nazioni fortemente industrializzate (tra cui la Corea del Sud, il Giappone, la Russia e gli Usa), nonché delle maggiori case automobilistiche mondiali che «sgomitano per farsi accogliere dal governo boliviano e intavolare trattative commerciali».

La Bolivia, tuttavia, è in questo momento guidata dal presidente Evo Morales, leader del Movimento per il Socialismo, che ha già provveduto a nazionalizzare alcuni settori dell’economia, dalle telecomunicazioni all’industria petrolifera, ridistribuendo il reddito in favore delle classi sociali più deboli (non a caso gli operai della Comibol, l’azienda mineraria statale, parlano di lui in questi termini: «È un grande presidente e finalmente uno di noi»). Le multinazionali interessate allo sfruttamento del litio boliviano non potranno disporre a loro piacimento dei giacimenti del prezioso metallo, ma saranno costrette ad accettare le condizioni dettate da Morales. Ciò potrebbe determinare, però, malumori e indurre le corporations a fomentare disordini all’interno della Bolivia per cercare di rovesciare Morales e favorire l’ascesa di presidenti più accondiscendenti verso i loro interessi, come sono stati in passato Hugo Banzer e Gonzalo Sánchez de Losada.

 

Matteo Fagotto in Blood Oil: la guerra dimenticata nel Delta del fiume Niger si sofferma sulla tragedia che da anni incombe in Nigeria, nei territori che si trovano all’interno dell’ampia foce del Niger. In questa zona sono allocate le principali riserve petrolifere di questo Stato, che è uno tra i maggiori produttori mondiali del cosiddetto “oro nero”.

Il greggio nigeriano – detto Bonny Light – è molto apprezzato, perché «contiene un basso tasso di biossido di carbonio e altre impurità [...], permettendo così di ottenere distillati di alta qualità». Stando alle cifre ufficiali, però, «l’85 percento delle entrate derivanti dallo sfruttamento petrolifero va a beneficio di appena l’un percento della popolazione».

Il potere in Nigeria è dal 1966 sostanzialmente nelle mani dei militari e solo dopo il 1999 si sono tenute alcune tornate di libere elezioni, peraltro inficiate dai brogli elettorali.

La classe dominante è legata ad alcune aziende multinazionali, come la Royal Dutch Shell, la quale è stata accusata di aver indotto nel 1995 il governo nigeriano a far arrestare e impiccare nove oppositori politici, tra cui Ken Saro Wiwa, uno scrittore che nel 1993 ha fondato il Movimento per la Sopravvivenza del Popolo Ogoni, impegnandosi nella tutela degli abitanti della regione petrolifera dell’Ogoniland.

 

Da oltre dieci anni la Nigeria è sconvolta dalla guerra civile scatenata dai guerriglieri del Movimento per l’Emancipazione del Delta del Niger, che hanno sistematicamente sabotato gli impianti petroliferi, sequestrando talvolta anche vari dipendenti delle aziende straniere.

La situazione è resa ancor più caotica dalla presenza di bande criminali, che, spesso col beneplacito delle autorità governative, rubano il petrolio dagli oleodotti (costruiti in superficie) e lo rivendono sottocosto al mercato nero. Poiché non si profila all’orizzonte la soluzione dei conflitti in atto, Fagotto ritiene che «a più di dieci anni dall’esplosione delle prime violenze, la pace nel Delta rimane, e rimarrà ancora a lungo, una mera utopia».

 

Il quarto caso emblematico di cui parla Guerra alla Terra è il conflitto in corso dal 2001 in Afghanistan, sul quale ci fornisce ragguagli Cecilia Strada, con un reportage da cui emergono le infelici condizioni di vita della popolazione afghana.

La cronista riferisce, parlando della situazione di Kabul, che «il sistema fognario è inadeguato, la città si è riempita di spazzatura e i prezzi, con l’arrivo degli stranieri, sono saliti alle stelle» e che «sono tanti i ragazzini che saltano in aria sulle mine o su ordigni inesplosi nelle periferie della capitale afgana mentre portano a pascolare le loro greggi».

La Strada, inoltre, riporta che «ci sono molti più burqa che veli in mezzo alla strada», ponendosi un drammatico interrogativo: «Dove sono tutte le “donne liberate dalla prigione azzurra” raccontate dalla stampa occidentale dopo il 2001?».

 

Quasi niente, in verità, è cambiato dal punto di vista dei costumi sotto il regime di Karzai.

Nove anni di guerra hanno incrementato a dismisura l’inquinamento atmosferico: il consumo di carburante da parte dei velivoli della Nato ha provocato finora un effetto serra paragonabile a quello «prodotto da una città di trecentomila abitanti, per quasi un secolo»!

Per non parlare, poi, della coltivazione dei papaveri da oppio, che è in continua crescita.

Nella valle del Panjshir, la zona storicamente controllata dalle forze tagike antitalebane, il paesaggio è a dir poco allucinante, perché c’è un vero e proprio museo di «scheletri di guerra» e, inoltre, è stata costruita una nuova strada asfaltata in direzione della Cina, «abbastanza larga da far passare i camion, i carri armati, ma anche tutto quello che può servire per costruire un presidio militare proprio alla frontiera con la “tigre asiatica”».

Nella prospettiva, forse, di una futura guerra, molto più devastante di quella odierna.

 

Nel Panjshir la giornalista scopre un’altra delle cause recondite dei conflitti afghani: le miniere di smeraldi, che da anni sono «la principale fonte di finanziamento dei signori e signorotti della guerra». Il reportage si conclude a Kandahar, dove la Strada si reca, prima di rientrare in Italia, a visitare l’ospedale di "Emergency" che dal 2004 cura soprattutto i feriti di guerra. Persino qui non mancano le sorprese: un medico svela il sospetto che nei bombardamenti aerei si sia fatto ricorso ad armi chimiche. Secondo l’autrice, «potrebbero essere bombe alle nanoparticelle, come quelle che hanno usato in Iraq, a Falluja».

 

Insomma, sembra che l’umanità non abbia imparato nulla dalle lezioni del passato.

Continuiamo, perciò, a chiederci – citando il testo di una nota canzone di Francesco Guccini – «quando sarà che l’uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare»?

La risposta, come si sa, è caduta nel vento...

 

Giuseppe Licandro

 

(www.excursus.org, anno II, n. 12, luglio 2010)

 

 

 

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Linda Basile, Massimiliano Borelli, Silvia Caristi, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

Marco Gatto, Serena Intelisano, Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro

 

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