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Nel mondo sono
attualmente in corso una trentina di guerre, alcune
delle quali vengono spesso menzionate dai mezzi di
comunicazione (Afghanistan, Iraq, Palestina), mentre
altre rimangono pressoché ignorate. Una delle
principali fonti d’informazione sulle contese che
sconvolgono il pianeta è costituita da “PeaceReporter”,
l’agenzia di stampa e di servizi editoriali che,
attraverso l’omonimo quotidiano on line, racconta i
conflitti internazionali e le guerre civili e mette
in risalto il dramma delle popolazioni vittime delle
operazioni belliche, sostenendo le iniziative
umanitarie promosse da varie organizzazioni non
governative
(cfr.
http://it.peacereporter.net/).
“PeaceReporter”
ha recentemente curato la stampa di un’interessante
raccolta di scritti, dal titolo Guerra alla
Terra. I conflitti nel mondo per la conquista
delle risorse (Prefazione di Gino Strada,
Introduzione di Maso Notarianni, Edizioni
Ambiente, pp. 152, € 14,00), alla cui stesura hanno
contribuito i giornalisti Christian Elia, Matteo
Fagotto, Alessandro Grandi e Cecilia Strada. Il
testo è corredato dalle vignette di Vauro, come
sempre attento e pungente nella critica delle
ingiustizie sociali, del bellicismo e del degrado
ambientale.
Nella Prefazione
Strada, fondatore di “Emergency”, denuncia lo
sconvolgimento dell’ecosistema terrestre e il
perdurare di guerre assurde, asserendo che:
«continuiamo a giocarci pezzi del pianeta,
seppellendolo sotto le bombe e le mine,
avvelenandolo con l’uranio e il petrolio,
stravolgendone la fisionomia». Dello stesso avviso è
Notarianni, direttore di “PeaceReporter”, che nell’Introduzione
rileva come «la guerra, per i potenti del mondo, è
uno strumento facile da usare, poco rischioso (per
loro) al fine di mettere le mani sulle ricchezze
altrui, sulle risorse naturali, dal petrolio al
legno, all’acqua».
Il saggio si compone
di quattro lunghi articoli, ciascuno dei quali
redatto da uno dei giornalisti; a metà del libro
sono inseriti i divertenti (e amari) disegni di
Vauro.
Christian Elia, ne
L’acqua del contendere: il conflitto
israelo-palestinese, prende in esame una delle
ragioni sottaciute dello scontro che dal 1948 in poi
ha contrapposto i palestinesi allo Stato Israeliano:
il controllo dei rifornimenti idrici.
Riprendendo
un’affermazione di Vandana Shiva, Elia sostiene che
«la guerra tra israeliani e palestinesi è una guerra
per l’acqua», ricordando quanto dichiarò nel 1956
David Ben Gurion, leader del movimento sionista:
«Stiamo portando avanti una guerra dell’acqua con
gli arabi. Il futuro dello stato ebraico dipende dal
risultato di questa battaglia».
Il giornalista
descrive la grave situazione che oggi assilla i
Territori Occupati (Cisgiordania e Striscia di
Gaza), informandoci che l’acqua a disposizione della
popolazione locale è piuttosto scarsa, sia a causa
del progressivo prosciugamento del fiume Giordano e
del Mar Morto, sia perché, come si legge in un
rapporto redatto dagli ispettori della Banca
Mondiale, «i territori della Cisgiordania e di Gaza
sono totalmente dipendenti dalle scarse risorse di
acqua divise con lo Stato di Israele e controllate
in gran parte da quest’ultimo».
Sono due enti
pubblici israeliani (il Mekorot e il Tahal) a
gestire i rifornimenti idrici della zona, facendo
affluire gran parte delle risorse disponibili verso
le basi militari e gli insediamenti dei coloni ebrei
e determinando così una situazione a dir poco
surreale: «L’occupato paga l’acqua che gli
spetterebbe di diritto all’occupante, che la drena
via dai pozzi dell’occupato». Ecco, quindi, che la
popolazione dei Territori Occupati, avendo poca
acqua in casa, è costretta a ricorrere a mezzi di
fortuna (pozzi in disuso, cisterne, fontane
pubbliche), senza rispettare le norme igieniche e
rischiando di contrarre infezioni.
Alessandro Grandi ne
Il litio boliviano: la guerra del futuro?
delinea uno scenario alquanto inquietante a
proposito dei conflitti che potrebbero insorgere nei
prossimi anni in Bolivia.
Nel deserto
boliviano del Salar de Uyuni, infatti, sembra sia
stata rinvenuta un’immensa riserva di litio, che,
come spiega lo studioso, è «un metallo alcalino oggi
presente nelle batterie dei telefonini e candidato a
sostituire la benzina nelle auto attraverso
l’impiego di speciali batterie nelle nuove auto
ibride ed elettriche». La scoperta ha suscitato
l’interesse dei governi di varie nazioni fortemente
industrializzate (tra cui la Corea del Sud, il
Giappone, la Russia e gli Usa), nonché delle
maggiori case automobilistiche mondiali che
«sgomitano per farsi accogliere dal governo
boliviano e intavolare trattative commerciali».
La Bolivia,
tuttavia, è in questo momento guidata dal presidente
Evo Morales, leader del Movimento per il Socialismo,
che ha già provveduto a nazionalizzare alcuni
settori dell’economia, dalle telecomunicazioni
all’industria petrolifera, ridistribuendo il reddito
in favore delle classi sociali più deboli (non a
caso gli operai della Comibol, l’azienda mineraria
statale, parlano di lui in questi termini: «È un
grande presidente e finalmente uno di noi»). Le
multinazionali interessate allo sfruttamento del
litio boliviano non potranno disporre a loro
piacimento dei giacimenti del prezioso metallo, ma
saranno costrette ad accettare le condizioni dettate
da Morales. Ciò potrebbe determinare, però, malumori
e indurre le corporations a fomentare
disordini all’interno della Bolivia per cercare di
rovesciare Morales e favorire l’ascesa di presidenti
più accondiscendenti verso i loro interessi, come
sono stati in passato
Hugo Banzer e Gonzalo Sánchez de Losada.
Matteo Fagotto in
Blood Oil: la guerra dimenticata nel Delta del fiume
Niger si sofferma sulla tragedia che da anni
incombe in
Nigeria, nei territori che si trovano all’interno
dell’ampia foce del Niger. In questa zona sono
allocate le principali riserve petrolifere di questo
Stato, che è uno tra i maggiori produttori mondiali
del cosiddetto “oro nero”.
Il greggio nigeriano
– detto Bonny Light – è molto apprezzato,
perché «contiene un basso tasso di biossido di
carbonio e altre impurità [...], permettendo così di
ottenere distillati di alta qualità». Stando alle
cifre ufficiali, però, «l’85 percento delle entrate
derivanti dallo sfruttamento petrolifero va a
beneficio di appena l’un percento della
popolazione».
Il potere in Nigeria
è dal 1966 sostanzialmente nelle mani dei militari e
solo dopo il 1999 si sono tenute alcune tornate di
libere elezioni, peraltro inficiate dai brogli
elettorali.
La classe dominante
è legata ad alcune aziende multinazionali, come la
Royal Dutch Shell, la quale è stata accusata di aver
indotto nel 1995 il governo nigeriano a far
arrestare e impiccare nove oppositori politici, tra
cui Ken Saro Wiwa, uno scrittore che nel 1993 ha
fondato il Movimento per la Sopravvivenza del Popolo
Ogoni, impegnandosi nella tutela degli abitanti
della regione petrolifera dell’Ogoniland.
Da oltre dieci anni
la Nigeria è sconvolta dalla guerra civile scatenata
dai guerriglieri del Movimento per l’Emancipazione
del Delta del Niger, che hanno sistematicamente
sabotato gli impianti petroliferi, sequestrando
talvolta anche vari dipendenti delle aziende
straniere.
La situazione è resa
ancor più caotica dalla presenza di bande criminali,
che, spesso col beneplacito delle autorità
governative, rubano il petrolio dagli oleodotti
(costruiti in superficie) e lo rivendono sottocosto
al mercato nero. Poiché non si profila all’orizzonte
la soluzione dei conflitti in atto, Fagotto ritiene
che «a più di dieci anni dall’esplosione delle prime
violenze, la pace nel Delta rimane, e rimarrà ancora
a lungo, una mera utopia».
Il quarto caso
emblematico di cui parla Guerra alla Terra è
il conflitto in corso dal 2001 in Afghanistan, sul
quale ci fornisce ragguagli Cecilia Strada, con un
reportage da cui emergono le infelici
condizioni di vita della popolazione afghana.
La cronista
riferisce, parlando della situazione di Kabul, che
«il sistema fognario è inadeguato, la città si è
riempita di spazzatura e i prezzi, con l’arrivo
degli stranieri, sono saliti alle stelle» e che
«sono tanti i ragazzini che saltano in aria sulle
mine o su ordigni inesplosi nelle periferie della
capitale afgana mentre portano a pascolare le loro
greggi».
La Strada, inoltre,
riporta che «ci sono molti più burqa che veli in
mezzo alla strada», ponendosi un drammatico
interrogativo: «Dove sono tutte le “donne liberate
dalla prigione azzurra” raccontate dalla stampa
occidentale dopo il 2001?».
Quasi niente, in
verità, è cambiato dal punto di vista dei costumi
sotto il regime di Karzai.
Nove anni di guerra
hanno incrementato a dismisura l’inquinamento
atmosferico: il consumo di carburante da parte dei
velivoli della Nato ha provocato finora un effetto
serra paragonabile a quello «prodotto da una città
di trecentomila abitanti, per quasi un secolo»!
Per non parlare,
poi, della coltivazione dei papaveri da oppio, che è
in continua crescita.
Nella valle del
Panjshir, la zona storicamente controllata dalle
forze tagike antitalebane, il paesaggio è a dir poco
allucinante, perché c’è un vero e proprio museo di
«scheletri di guerra» e, inoltre, è stata costruita
una nuova strada asfaltata in direzione della Cina,
«abbastanza larga da far passare i camion, i carri
armati, ma anche tutto quello che può servire per
costruire un presidio militare proprio alla
frontiera con la “tigre asiatica”».
Nella prospettiva,
forse, di una futura guerra, molto più devastante di
quella odierna.
Nel Panjshir la
giornalista scopre un’altra delle cause recondite
dei conflitti afghani: le miniere di smeraldi, che
da anni sono «la principale fonte di finanziamento
dei signori e signorotti della guerra». Il
reportage si conclude a Kandahar, dove la Strada
si reca, prima di rientrare in Italia, a visitare
l’ospedale di "Emergency" che dal 2004 cura
soprattutto i feriti di guerra. Persino qui non
mancano le sorprese: un medico svela il sospetto che
nei bombardamenti aerei si sia fatto ricorso ad armi
chimiche. Secondo l’autrice, «potrebbero essere
bombe alle nanoparticelle, come quelle che hanno
usato in Iraq, a Falluja».
Insomma, sembra che
l’umanità non abbia imparato nulla dalle lezioni del
passato.
Continuiamo, perciò,
a chiederci – citando il testo di una nota canzone
di Francesco Guccini – «quando sarà che l’uomo potrà
imparare a vivere senza ammazzare»?
La risposta, come si
sa, è caduta nel vento...
Giuseppe Licandro
(www.excursus.org,
anno II, n. 12, luglio 2010)
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