Anno II              n.11                   

Giugno 2010

Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene (Paolo Borsellino)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

      HOME        CHI SIAMO         IN ARRIVO         COLLABORA          LINK AMICI          ARCHIVIO      

 

 

Attualità

 

Il Patto inquietante

che forse ha mutato

la storia dell'Italia

di Giuseppe Licandro

Un libro edito da Chiarelettere

fa luce sulle stragi del 1992-93

e dà indicazioni sulla presunta

trattativa tra lo Stato e la mafia

 

 

 

   Leggi l'articolo in PDF

 

Tra il maggio del 1992 e il luglio del 1993 Cosa Nostra sconvolse l’Italia con una serie di devastanti attentati, che ne misero in ginocchio le istituzioni, accentuando la crisi dei partiti della Prima Repubblica, già iniziata con l’inchiesta “Mani Pulite” da parte della Procura di Milano. Alla stagione stragista ha fatto seguito l’avvento della Seconda Repubblica, con cui si è avviata una nuova fase della storia italiana, caratterizzata dalla contrapposizione bipolare fra centrodestra e centrosinistra, dalla nascita e affermazione del berlusconismo e della cosiddetta “politica-spettacolo”.

 

Gli attentati del 1992-93

Riassumiamo i luttuosi eventi che in quel tragico biennio hanno insanguinato il Belpaese:

- 23 maggio 1992, autostrada A29, svincolo di Capaci, ore 17.58: una potente carica di tritolo fa saltare in aria l’asfalto, uccidendo il giudice Giovanni Falcone insieme alla moglie Francesca Morvillo e a tre agenti della scorta;

- 19 luglio 1992, Palermo, via D’Amelio, ore 16.58: un’autobomba esplode, ammazzando il giudice Paolo Borsellino e cinque poliziotti della scorta;

- 14 maggio 1993, Roma, via Fauro, ore 21.40: un’autobomba scoppia al passaggio di una macchina su cui si trova il giornalista Maurizio Costanzo, senza però causare vittime;

- 27 maggio 1993, Firenze, Accademia dei Georgofili, ore 1.04: un furgone imbottito di esplosivo deflagra dinnanzi alla Torre dei Pulci, provocando la morte di cinque persone;

- 27 luglio 1993, Milano, via Palestro, ore 23.14: un’autobomba esplode nei pressi del Padiglione di Arte Contemporanea, causando la morte di cinque persone;

- 28 luglio 1993, Roma, Basilica di San Giovanni in Laterano e chiesa di San Giorgio al Velabro, ore 00.04 e 00.08: lo scoppio di due autobombe provoca ventidue feriti. 

In questo impressionante elenco vanno inseriti altri due attentati, entrambi però falliti: quello del 31 ottobre 1993 davanti allo Stadio Olimpico di Roma e quello del 14 aprile 1994 contro il pentito Totuccio Contorno, a Formello.

 

La risposta a tanti interrogativi

Perché nel giro di un anno e mezzo la mafia ha compiuto azioni terroristiche così efferate? Come ha fatto a diventare tanto forte da colpire le istituzioni anche al di fuori della Sicilia? E come ha reagito in quel frangente lo Stato per contrastarla efficacemente?

A questi e a molti altri interrogativi intorno alle stragi mafiose prova a rispondere l’avvincente saggio di due giornalisti, Nicola Biondo e Sigfrido Ranucci, dal titolo Il patto. Da Ciancimino a Dell’Utri. La trattativa stato e mafia nel racconto inedito di un infiltrato (Chiarelettere, pp. 346, € 16,00).

 

Marco Travaglio, nella Prefazione, ritiene che i misteri di quegli anni siano stati in gran parte chiariti e che, in ogni caso, sia possibile comprenderne le ragioni profonde: «Basta mettere in fila i fatti. Incollarli l’uno all’altro in ordine cronologico. Poi riavvolgere il nastro e rivedere il film tutto intero. Il film che questo libro prezioso ci restituisce in tutti i suoi fotogrammi. Almeno in quelli fin qui noti, che comunque bastano e avanzano per capire tutto». Una frase del libro di Biondo e Ranucci, in particolare, viene riportata dal giornalista de il Fatto Quotidiano: «Sarà un caso, ma dal 1994 in Italia non si è più verificata una strage». Anche noi, spesso, ci siamo chiesti quali cambiamenti siano intervenuti nei rapporti mafia-politica tali da determinare le stragi del 1992-93 e la successiva eclissi di Cosa Nostra, che, dal 1994 in poi, non ha in effetti più creato grossi problemi alla classe dirigente italiana.

 

Le fonti informative su cui si basa la ricostruzione degli eventi proposta dagli autori sono molteplici: le dichiarazioni di svariati pentiti, le rivelazioni fatte in sede processuale da Massimo Ciancimino, le informazioni fornite dall’infiltrato Luigi Ilardo.

Occorre precisare, inoltre, che gli autori fanno costante riferimento agli atti di numerosi processi (“Covo Riina”, “Grande Oriente”, “Mori-Obinu”, “Strage di Capaci”, “Strage via D’Amelio”, “Stragi del 1993” ecc.), alcuni dei quali sono tuttora in corso.

 

La trattativa tra Stato e mafia

La tesi centrale del libro è che nel 1992 avrebbe avuto inizio una trattativa segreta fra una parte delle istituzioni e vari esponenti del clan dei Corleonesi, come per altro emerso nel corso di diverse udienze giudiziarie. Questa trattativa, portata avanti in una prima fase dall’esponente politico democristiano Vito Ciancimino, si sarebbe protratta per più di un anno, determinando infine un nuovo equilibrio fra Stato e Cosa Nostra, grazie al quale sarebbero finite le stragi. In questo contesto la mafia avrebbe proposto il «mitologico papello saltato fisicamente fuori solo il 16 ottobre 2009, e che fisserebbe in dodici punti stilati a mano e in stampatello le richieste di Cosa nostra allo Stato».

 

Di fronte, però, alla difficoltà di far approvare le richieste contenute nel papello (ad esempio, la revisione del Maxiprocesso, l’annullamento dell’articolo 41 bis del Codice Penale, la revisione della legge "Rognoni-La Torre", ecc.), la Cupola mafiosa ha intensificato nel 1993 l’offensiva terroristica, decidendo di cambiare i suoi interlocutori politici.

Secondo quanto asserito dal collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, Vito Ciancimino, arrestato nel dicembre del 1992, avrebbe lasciato ad altri il compito di portare avanti la trattativa: il nuovo referente politico della mafia siciliana sarebbe diventato Marcello Dell’Utri, tra i fondatori nel 1994 di Forza Italia. Ma su questa controversa vicenda è in corso il processo d’appello al senatore del Pdl, quindi se le dichiarazioni di Spatuzza siano vere o meno «saranno le sentenze a dirlo».

 

Facciamo notare che, dopo il 1995, i governi alternatisi al potere (sia di centrosinistra che di centrodestra) hanno ridimensionato, almeno in parte, la lotta antimafia, adottando provvedimenti discutibili come la chiusura delle supercarceri dell’Asinara e di Pianosa, l’attenuazione delle misure detentive previste dal 41 bis, la modifica della legge sui pentiti, la limitazione delle rogatorie internazionali, il rientro dei capitali illeciti dall’estero. «L’abbassamento della guardia nella lotta alla mafia», ad avviso di Biondo e Ranucci, «è frutto di una serie di “sentimenti” della classe politica: uno è l’ineluttabilità, un altro è l’interesse, un terzo è l’insipienza».

 

Il ruolo di Provenzano

Dietro la trama intricata del patto fra Stato e mafia si sarebbe celato un “burattinaio” molto astuto: Bernardo Provenzano. Sarebbe stato lui, infatti, a portare a compimento la trattativa con le istituzioni e a consentire ai Ros del generale Mario Mori d’identificare il covo palermitano dove si nascondeva Totò Riina, ottenendo in cambio la possibilità di continuare indisturbato la propria latitanza e di attendere tranquillamente ai propri affari fino al 2006 (di quest’altra controversa storia si sta occupando il processo “Mori-Obinu”, dal cui esito speriamo di capire come si sono realmente svolti i fatti riguardo al mancato arresto di Provenzano nel 1995).

 

Secondo Biondo e Ranucci, «lo schema appare chiaro: Salvatore Riina con la strage di Capaci ha voluto portare lo Stato al tavolo della trattativa. In parte c’è riuscito, ma le sue richieste erano inaccettabili, e da interlocutore è divenuto bersaglio. Chi può invece garantire un nuovo patto e la fine delle stragi è Bernardo Provenzano».                   

 

Sarebbe stato, quindi, “zio Binu” a imporre la nuova strategia di Cosa nostra, la quale, abbandonati il terrorismo e la contrapposizione aperta allo Stato, ha puntato sulla gestione discreta e accorta dei propri immensi patrimoni, ritirandosi dietro le quinte.

 

Storia di un infiltrato

Ma è soprattutto di Luigi Ilardo, personaggio ai più sconosciuto, che nel libro si parla.

Catanese di origine, ma legato alla famiglia mafiosa dei Madonia di Caltanissetta, Ilardo nel 1983 viene incarcerato e, dopo dieci anni di detenzione, decide di collaborare con la giustizia: il tenente colonnello dei carabinieri Michele Riccio lo convince a infiltrarsi dentro Cosa Nostra (col nome in codice di “Oriente”) per consentire la cattura dei boss più pericolosi.

 

Inizia così la stretta collaborazione fra Ilardo e Riccio, che nel giro di due anni porta all’arresto di vari latitanti e addirittura a individuare il covo di Mezzojuso dove si nasconde da tempo Provenzano, senza per altro che, stranamente, si riesca ad acciuffare la “primula rossa” corleonese. All’inizio del 1996 Ilardo decide di diventare ufficialmente collaboratore di giustizia, perché teme che Cosa Nostra scopra il suo ruolo d’informatore dei carabinieri e spera di usufruire delle tutele previste per i pentiti di mafia. Ma non fa in tempo: il 14 maggio, mentre si trova a Catania, viene ucciso da due killer in moto.

 

Biondo e Ranucci sono convinti che Ilardo sia stato tradito da qualcuno, molto probabilmente «da una talpa istituzionale, il cui obiettivo era evitare che l’infiltrato potesse mettere a verbale le rivelazioni fatte al tenente colonnello Riccio».

 

Un paese violento 

Oltre alle vicende di mafia, Il patto affronta con dovizia di particolari la fase di passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica, delineando il crollo del ceto politico fino ad allora dominante, che tuttavia ha lasciato irrisolti i problemi di fondo del nostro paese e pressoché inalterati i suoi contorti meccanismi di funzionamento del potere.

 

Non a caso, quindi, il volume si chiude con alcune sconsolate considerazioni intorno all’Italia del passato e a quella del presente, che ci sentiamo di sottoscrivere pienamente: «Ilardo descrive un brandello di storia che alimenta i nostri peggiori incubi e il desiderio di fuggirli. Parla di un paese, quello in cui viviamo, che ha il record di morti per stragi, di magistrati assassinati, di giornalisti uccisi, di aziende strozzate dal pizzo, di politici collusi e di investigatori condannati per intelligenza col nemico, di milioni di persone che vivono in territori dominati da organizzazioni mafiose. [...] Questo è un paese violento. Abituato a non credere in se stesso, e dunque incapace di pretendere una classe dirigente all’altezza».

 

Giuseppe Licandro

 

(www.excursus.org, anno II, n. 11, giugno 2010)

 

 

 

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Linda Basile, Massimiliano Borelli, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

Marco Gatto, Serena Intelisano, Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro

 

 

Sito ottimizzato per la visione con Internet Explorer

 

Registrazione presso il Tribunale di Messina

n. 10 del 13 luglio 2009

 

 

2009 Excursus.org - Rivista di attualità e cultura

Eccetto dove specificatamente indicato, i contenuti di questo sito

sono rilasciati sotto licenza Creative Commons 3.0

Leggi l'AVVISO LEGALE

 

 

 

Progetto grafico: Luigi Grisolia