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Tra
il maggio del 1992 e il luglio del 1993 Cosa Nostra
sconvolse l’Italia con una serie di devastanti
attentati, che ne misero in ginocchio le
istituzioni, accentuando la crisi dei partiti della
Prima Repubblica, già iniziata con l’inchiesta “Mani
Pulite” da parte della Procura di Milano. Alla
stagione stragista ha fatto seguito l’avvento della
Seconda Repubblica, con cui si è avviata una nuova
fase della storia italiana, caratterizzata dalla
contrapposizione bipolare fra centrodestra e
centrosinistra, dalla nascita e affermazione del
berlusconismo e della cosiddetta
“politica-spettacolo”.
Gli
attentati del 1992-93
Riassumiamo i luttuosi eventi che in quel tragico
biennio hanno insanguinato il Belpaese:
- 23 maggio 1992,
autostrada A29, svincolo
di Capaci, ore 17.58: una potente carica di tritolo
fa saltare in aria l’asfalto, uccidendo il giudice
Giovanni Falcone insieme alla moglie Francesca
Morvillo e a tre agenti della scorta;
- 19
luglio 1992, Palermo, via D’Amelio, ore 16.58:
un’autobomba esplode, ammazzando il giudice Paolo
Borsellino e cinque poliziotti della scorta;
- 14
maggio 1993, Roma, via Fauro, ore 21.40:
un’autobomba scoppia al passaggio di una macchina su
cui si trova il giornalista Maurizio Costanzo, senza
però causare vittime;
- 27
maggio 1993, Firenze, Accademia dei Georgofili, ore
1.04: un furgone imbottito di esplosivo deflagra
dinnanzi alla Torre dei Pulci, provocando la morte
di cinque persone;
- 27
luglio 1993, Milano, via Palestro, ore 23.14:
un’autobomba esplode nei pressi del Padiglione di
Arte Contemporanea, causando la morte di cinque
persone;
- 28
luglio 1993, Roma, Basilica di San Giovanni in
Laterano e chiesa di San Giorgio al Velabro, ore
00.04 e 00.08: lo scoppio di due autobombe provoca
ventidue feriti.
In
questo impressionante elenco vanno inseriti altri
due attentati, entrambi però falliti: quello del 31
ottobre 1993 davanti allo Stadio Olimpico di Roma e
quello del 14 aprile 1994 contro il pentito Totuccio
Contorno, a Formello.
La
risposta a tanti interrogativi
Perché nel giro di un anno e mezzo la mafia ha
compiuto azioni terroristiche così efferate? Come ha
fatto a diventare tanto forte da colpire le
istituzioni anche al di fuori della Sicilia? E come
ha reagito in quel frangente lo Stato per
contrastarla efficacemente?
A
questi e a molti altri interrogativi intorno alle
stragi mafiose prova a rispondere l’avvincente
saggio di due giornalisti, Nicola Biondo e Sigfrido
Ranucci, dal titolo Il patto. Da Ciancimino a
Dell’Utri. La trattativa stato e mafia nel racconto
inedito di un infiltrato (Chiarelettere, pp.
346, € 16,00).
Marco
Travaglio, nella Prefazione, ritiene che i
misteri di quegli anni siano stati in gran parte
chiariti e che, in ogni caso, sia possibile
comprenderne le ragioni profonde: «Basta mettere in
fila i fatti. Incollarli l’uno all’altro in ordine
cronologico. Poi riavvolgere il nastro e rivedere il
film tutto intero. Il film che questo libro prezioso
ci restituisce in tutti i suoi fotogrammi. Almeno in
quelli fin qui noti, che comunque bastano e avanzano
per capire tutto». Una frase del libro di Biondo e
Ranucci, in particolare, viene riportata dal
giornalista de il Fatto Quotidiano: «Sarà un
caso, ma dal 1994 in Italia non si è più verificata
una strage». Anche noi, spesso, ci siamo chiesti
quali cambiamenti siano intervenuti nei rapporti
mafia-politica tali da determinare le stragi del
1992-93 e la successiva eclissi di Cosa Nostra, che,
dal 1994 in poi, non ha in effetti più creato grossi
problemi alla classe dirigente italiana.
Le
fonti informative su cui si basa la ricostruzione
degli eventi proposta dagli autori sono molteplici:
le dichiarazioni di svariati pentiti, le rivelazioni
fatte in sede processuale da Massimo Ciancimino, le
informazioni fornite dall’infiltrato Luigi Ilardo.
Occorre precisare, inoltre, che gli autori fanno
costante riferimento agli atti di numerosi processi
(“Covo Riina”, “Grande Oriente”, “Mori-Obinu”,
“Strage di Capaci”, “Strage via D’Amelio”, “Stragi
del 1993” ecc.),
alcuni dei quali sono tuttora in corso.
La
trattativa tra Stato e mafia
La
tesi centrale del libro è che nel 1992 avrebbe avuto
inizio una trattativa segreta fra una parte delle
istituzioni e vari esponenti del clan dei Corleonesi,
come per altro emerso nel corso di diverse udienze
giudiziarie. Questa trattativa, portata avanti in
una prima fase dall’esponente politico democristiano
Vito Ciancimino, si sarebbe protratta per più di un
anno, determinando infine un nuovo equilibrio fra
Stato e Cosa Nostra, grazie al quale sarebbero
finite le stragi. In questo contesto la mafia
avrebbe proposto il «mitologico papello
saltato fisicamente fuori solo il 16 ottobre 2009, e
che fisserebbe in dodici punti stilati a mano e in
stampatello le richieste di Cosa nostra allo Stato».
Di
fronte, però, alla difficoltà di far approvare le
richieste contenute nel papello (ad esempio,
la revisione del Maxiprocesso, l’annullamento
dell’articolo 41 bis del Codice Penale, la
revisione della legge "Rognoni-La Torre",
ecc.), la
Cupola mafiosa ha intensificato nel 1993 l’offensiva
terroristica, decidendo di cambiare i suoi
interlocutori politici.
Secondo quanto asserito dal collaboratore di
giustizia Gaspare Spatuzza, Vito Ciancimino,
arrestato nel dicembre del 1992, avrebbe lasciato ad
altri il compito di portare avanti la trattativa: il
nuovo referente politico della mafia siciliana
sarebbe diventato Marcello Dell’Utri, tra i
fondatori nel 1994 di Forza Italia. Ma su questa
controversa vicenda è in corso il processo d’appello
al senatore del Pdl, quindi se le dichiarazioni di
Spatuzza siano vere o meno «saranno le sentenze a
dirlo».
Facciamo notare che, dopo il 1995, i governi
alternatisi al potere (sia di centrosinistra che di
centrodestra) hanno ridimensionato, almeno in parte,
la lotta antimafia, adottando provvedimenti
discutibili come la chiusura delle supercarceri
dell’Asinara e di Pianosa, l’attenuazione delle
misure detentive previste
dal 41 bis,
la modifica della legge
sui pentiti, la limitazione delle rogatorie
internazionali, il rientro dei capitali
illeciti dall’estero. «L’abbassamento della guardia
nella lotta alla mafia», ad avviso di Biondo e
Ranucci, «è frutto di una serie di “sentimenti”
della classe politica: uno è l’ineluttabilità, un
altro è l’interesse, un terzo è l’insipienza».
Il
ruolo di Provenzano
Dietro la trama intricata del patto fra Stato e
mafia si sarebbe celato un “burattinaio” molto
astuto: Bernardo Provenzano. Sarebbe stato lui,
infatti, a portare a compimento la trattativa con le
istituzioni e a consentire ai Ros del generale Mario
Mori d’identificare il covo palermitano dove si
nascondeva Totò Riina, ottenendo in cambio la
possibilità di continuare indisturbato la propria
latitanza e di attendere tranquillamente ai propri
affari fino al 2006 (di quest’altra controversa
storia si sta occupando il processo “Mori-Obinu”,
dal cui esito speriamo di capire come si sono
realmente svolti i fatti riguardo al mancato arresto
di Provenzano nel 1995).
Secondo Biondo e Ranucci,
«lo
schema appare chiaro: Salvatore Riina con la strage
di Capaci ha voluto portare lo Stato al tavolo della
trattativa. In parte c’è riuscito, ma le sue
richieste erano inaccettabili, e da interlocutore è
divenuto bersaglio. Chi può invece garantire un
nuovo patto e la fine delle stragi è Bernardo
Provenzano».
Sarebbe stato, quindi, “zio Binu” a imporre la nuova
strategia di Cosa nostra, la quale, abbandonati il
terrorismo e la contrapposizione aperta allo Stato,
ha puntato sulla gestione discreta e accorta dei
propri immensi patrimoni, ritirandosi dietro le
quinte.
Storia di un infiltrato
Ma è
soprattutto di Luigi Ilardo, personaggio ai più
sconosciuto, che nel libro si parla.
Catanese di origine, ma legato alla famiglia mafiosa
dei Madonia di Caltanissetta, Ilardo nel 1983 viene
incarcerato e, dopo dieci anni di detenzione, decide
di collaborare con la giustizia: il tenente
colonnello dei carabinieri Michele Riccio lo
convince a infiltrarsi dentro Cosa Nostra (col nome
in codice di “Oriente”) per consentire la cattura
dei boss più pericolosi.
Inizia così la stretta collaborazione fra Ilardo e
Riccio, che nel giro di due anni porta all’arresto
di vari latitanti e addirittura a individuare il
covo di Mezzojuso dove si nasconde da tempo
Provenzano, senza per altro che, stranamente, si
riesca ad acciuffare la “primula rossa” corleonese.
All’inizio del 1996 Ilardo decide di diventare
ufficialmente collaboratore di giustizia, perché
teme che Cosa Nostra scopra il suo ruolo
d’informatore dei carabinieri e spera di usufruire
delle tutele previste per i pentiti di mafia. Ma non
fa in tempo: il 14 maggio, mentre si trova a
Catania, viene ucciso da due killer in moto.
Biondo e Ranucci sono convinti che Ilardo sia stato
tradito da qualcuno, molto probabilmente «da una
talpa istituzionale, il cui obiettivo era evitare
che l’infiltrato potesse mettere a verbale le
rivelazioni fatte al tenente colonnello Riccio».
Un
paese violento
Oltre
alle vicende di mafia, Il patto affronta con
dovizia di particolari la fase di passaggio dalla
Prima alla Seconda Repubblica, delineando il crollo
del ceto politico fino ad allora dominante, che
tuttavia ha lasciato irrisolti i problemi di fondo
del nostro paese e pressoché inalterati i suoi
contorti meccanismi di funzionamento del potere.
Non a
caso, quindi, il volume si chiude con alcune
sconsolate considerazioni intorno
all’Italia del passato e a quella del presente, che
ci sentiamo di sottoscrivere pienamente: «Ilardo
descrive un brandello di storia che alimenta i
nostri peggiori incubi e il desiderio di fuggirli.
Parla di un paese, quello in cui viviamo, che ha il
record di morti per stragi, di magistrati
assassinati, di giornalisti uccisi, di aziende
strozzate dal pizzo, di politici collusi e di
investigatori condannati per intelligenza col
nemico, di milioni di persone che vivono in
territori dominati da organizzazioni mafiose. [...]
Questo è un paese violento. Abituato a non
credere in se stesso, e dunque incapace di
pretendere una classe dirigente all’altezza».
Giuseppe Licandro
(www.excursus.org,
anno II, n. 11, giugno 2010)
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