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Oggi ero sul tram e
alle mie spalle una signora chiacchierando con
un’amica parlava della figlia, che voleva fare la
cantante e la ballerina e che sperava che Maria la
prendesse a cuore, per farle fare la stessa strada
di quel ragazzo mingherlino, tanto carino, quello
dall’accento sardo che ha recentemente vinto il
Festival di Sanremo.
È così che va il
mondo, cari lettori, ormai la musica passa dal tubo
catodico allargando il suo campo d’azione a nuove
fasce d’ascolto. Sembra infatti che sia questo il
nuovo trend per veicolarla in Tv.
Ma non c’entrano
gli illustri esempi di programmi televisivi che
trattavano di musica (Studio Uno, Senza
Rete, Doc o altri…), che fungevano da
vetrina per talenti formatisi al di fuori dei
circuiti televisivi e che venivano “mostrati” al
grande pubblico come il prodotto di una lunga
gavetta passata tra palchi, balere e locali di ogni
genere. Oggi è imperante l’idea di un programma
televisivo (spesso format stranieri) che possa
formare giovani artisti, seguendo istante per
istante (con un’accennata inclinazione al
voyeurismo) la loro evoluzione (ammesso che ci
sia).
Ben inteso, questi
nuovi talent show hanno senza dubbio un
merito: quello di riportare in televisione la musica
suonata e cantata, soprattutto di far riscoprire
brani cult della musica Pop, italiana o
internazionale, grazie alle reinterpretazioni con le
quali i concorrenti si cimentano. Dall’altra parte,
però, vi è una visione distorta della grande
macchina dell’intrattenimento musicale (perché di
questo, in fondo, si tratta): si rischia, infatti,
di identificare troppo la realtà con quella che
viene proposta dalle telecamere che stanno lì a (far
finta di) spiare i backstage, le prove, le decisioni
artistiche su questo o quell’altro artista,
riprese che in verità sono già ampiamente
pianificate precedentemente dagli autori del
programma, nelle quali alla spontaneità viene dato
uno spazio ben calcolato.
Tutto questo come
influisce sull’uomo della strada, sul ragazzino
tutto Ipod e telefonino o più in generale
sull’immaginario collettivo dei “non addetti ai
lavori”.
Influisce, come
abbiamo scritto qualche rigo più su, convincendo la
maggior parte dei giovani che hanno un’attitudine
alla musica e i loro genitori che, nel 2009, l’unica
strada per arrivare al successo è quella di
partecipare (e possibilmente vincere) a un format di
questo genere. Così non importa se si è sempre
cantato col karaoke o fra amici e magari si ha anche
una bella voce, non conta tutto il complesso
di esperienze che porta un principiante a diventare
un professionista, e ancora oltre che conduce
un professionista a capire i propri limiti e magari
a superarli: le porte in faccia, le delusioni, ma
anche le soddisfazioni di un arte impegnativa e
complessa (in una parola la “gavetta”). Tutto questo
viene spazzato via e sostituito nell’immaginario
collettivo da pillole pomeridiane ben sceneggiate,
zeppe di lacrime, sbuffi, contrasti con i “giudici/vocal
coach”, applausi scroscianti del pubblico a
qualsiasi esibizione o affermazione; in poche parole
da una pantomima televisivamente stigmatizzata delle
difficoltà che un artista incontra lungo il suo
cammino.
Un altro aspetto
negativo di questi programmi è che vanno a saturare
con le loro produzioni il già instabile mercato
discografico italiano; e questi prodotti, che
dovrebbero essere il meglio del meglio delle
espressioni artistiche selezionate in questo o
quell’altro programma, si rivelano il più delle
volte come fenomeni effimeri, passeggeri,
strutturati su piedi d’argilla, che scompaiono dal
mercato discografico in pochi mesi, bruciando per
altro anche “l’artista” (spesso per sempre). Come
non ricordare il caso delle Lollipop, band nata da
un programma televisivo (Pop Stars) nel 2001?
Dopo l’effimero successo del primo album, che
vendette 100 mila copie, i successivi due – prima
dello scioglimento – raccolsero, insieme, appena
10mila copie!
Certo, da un punto
di vista promozionale e squisitamente economico, per
i discografici che cavalcano questo fenomeno, è un
succulento modo di proporre i giovani artisti
“risparmiandosi” (se così possiamo dire) le ingenti
spese di una promozione televisiva, radiofonica e
sulla carta stampata, di cui necessita un nuovo
progetto musicale per raggiungere la tanto agognata
“visibilità nazionale”.
Ma quale costo ha
per l’artista stesso tutto ciò? Se, spenti i
riflettori del programma televisivo, il pubblico di
riferimento di quello show tende a dimenticarsi i
volti, le storie e le canzoni, sostituendole con
altri programmi, altre storie, altri volti… non sarà
forse che questa meravigliosa macchina promozionale
rischi di trasformarsi in una pericolosa trappola
promozionale.
In un mondo dello
spettacolo che si nutre sempre più di effimeri
fulmini a ciel sereno, si corre il rischio di
bruciare promettenti talenti, dati in pasto con così
tanta fretta a un pubblico notoriamente disattento e
superficiale come quello televisivo: solo uno vince
il programma, e non è detto che sia il più bravo tra
le decine di partecipanti.
Lontani sono i
tempi in cui un artista consolidava la propria fama
presso gli spettatori facendo molti concerti,
seguito da una promozione “spartana” ma efficace, e
potendo dare saggio del proprio talento in un tempo
che copriva almeno 2-3 Lp, che lo portavano a
raggiungere una sua “maturità artistica”
concetto che oggi risulta quanto mai vuoto e
inattuabile.
Quanti e quali
benefici avranno gli artisti proposti da queste
trasmissioni televisive lo sapremo con certezza nel
giro di qualche anno ma… chiudete gli occhi e
provate a immaginare Battisti, Cocciante, De Andrè,
De Gregori, Guccini, Mia Martini, Mina, Zero e tanti
altri grandi della nostra musica recente,
partecipare a vent’anni come concorrenti a uno di
questi programmi, giudicati spesso e volentieri da
visioni miopi e appiattenti…
Non vi suona
strano?
Roberto La Fauci
Ps: Nell'immagine, la copertina del videogame di
Amici
per Nintendo DS.
(www.excursus.org,
anno I, n. 5, dicembre 2009)
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